Shale gas, fabbriche in fuga negli Usa…in Europa il gas costa 3 volte di più

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Dicembre 2013 11:38 | Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2013 11:39
Shale gas, fabbriche in fuga negli Usa...in Europa il gas costa 3 volte di più

Shale gas, fabbriche in fuga negli Usa…in Europa il gas costa 3 volte di più

ROMA  – L’esodo delle fabbriche negli Stati Uniti per l’estrazione del gas è iniziato. Se in America la tecnica dello “shale gas” è una realtà consolidata, l’Europa rimane indietro. Accade così che negli Stati Uniti il prezzo del gas per usi industriali si è dimezzato, mentre in Europa costa tre volte e mezzo di più. La rivoluzione dello shale gas, spiega Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, è iniziata con George Mitchell, americano texano morto nel 2013. A lui si devono le nuove tecniche di estrazione degli idrocarburi che faranno degli Stati Uniti la nuova potenza mondiale dell’energia, battendo l’Arabia Saudita e l’Europa, che rimane 20 anni indietro.

Gaggi sul Corriere della Sera scrive:

“L’impennata della produzione di gas e petrolio dovuta a questa tecnica è appena all’inizio, ma l’impatto economico è già impressionante: negli ultimi otto anni negli Stati Uniti il prezzo del gas per usi industriali è più che dimezzato, mentre in Europa è cresciuto (anche per vincoli amministrativi e politiche energetiche sbagliate) del 64 per cento. Risultato: oggi in Europa il gas ha un prezzo medio che è pari a tre volte e mezzo quello Usa. Mentre in America l’energia elettrica costa la metà rispetto all’area Ue”.

Il Corriere della Sera riporta anche le parole di Daniel Yergin, storico dell’industria petrolifera mondiale, che ha detto:

«La rivoluzione innescata da Mitchell ha già fatto crescere la produzione Usa di gas di un terzo, ed è solo l’inizio. Gli sviluppi saranno straordinari. E le preoccupazioni ambientali, in alcuni casi giustificate, vanno viste alla luce dello straordinario calo dei livelli di CO2 negli Usa negli ultimi dieci anni, dovuti anche alla sostituzione del carbone delle centrali elettriche col gas, molto meno inquinante».

La reazione è la fuga delle aziende negli Stati Uniti:

“Gli Usa stanno già registrando un nuovo boom delle industrie chimiche, siderurgiche e dei settori manifatturieri «energy intensive», mentre l’Europa, che cerca faticosamente di uscire dalla recessione, non dispone di nulla di simile. E, anzi, rischia di perdere molte produzioni a favore degli Usa: il gruppo Arcelor-Mittal, ad esempio, sta già trasferendo alcune sue produzioni siderurgiche dalla Ue all’Ohio. Secondo le analisi di Ihs Global Insight questa rivoluzione energetica e le sue conseguenze sul sistema industriale produrranno, da qui al 2020, oltre 3 milioni di nuovi posti di lavoro e un incremento del Pil americano di 468 miliardi di dollari”.

Giuseppe Recchi, presidente dell’Eni, ha commentato:

«Se l’Europa non reagisce perderà inesorabilmente capacità di competere. Da noi, con ogni probabilità, non ci sarà un boom dello shale gas, quindi dovremo trovare altre strade, a cominciare da una politica energetica più efficace e meno sussidiata: abbiamo bisogno di un sistema e di un mercato Ue dell’energia veramente unificato».

Il risultato, conclude Gaggi, sarà quello di veder avanzare gli Stati Uniti nel campo dell’energia:

“gli Usa, che hanno già incrementato di un terzo la loro produzione di gas, nel 2015 supereranno la Russia mentre nel 2020 sopravanzeranno, nell’estrazione di petrolio, anche l’Arabia Saudita, il leader mondiale. A quel punto gli Usa saranno il leader mondiale dell’energia e, probabilmente, un esportatore netto di idrocarburi. Con impatti geopolitici (sulla distribuzione delle risorse energetiche e sui loro prezzi) molto vasti e certamente sorprendenti per chi ha già pronunciato sentenze definitive sull’inevitabile declino della potenza americana”.