L’Italia giallo-verde rischia di finire nella “serie B” dell’Europa

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 11 maggio 2018 11:20 | Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2018 11:20
L’Italia giallo-verde rischia di finire nella "serie B" dell’Europa (foto Ansa)

L’Italia giallo-verde rischia di finire nella “serie B” dell’Europa (foto Ansa)

ROMA – È toccato nei giorni scorsi a Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, rilanciare il tema dell’Europa a più velocità. “Non possiamo sempre aspettare tutti”, ha detto il Capo dell’Eliseo ad Aquisgrana, dove ha ricevuto il “Premio Carlo Magno”.

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E il suo intervento è tanto più importante perché la Francia guida di fatto EuroMed, l’alleanza fra i sette Paesi dell’Europa meridionale che comprende anche Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro. Di fronte alle difficoltà economiche e sociali in cui versa il Vecchio Continente, con il welfare messo a dura prova e le disuguaglianze che aumentano, il discorso di Macron suona come un avvertimento a quei partners europei che fanno fatica a seguire il gruppo di testa, per mettersi in regola con i parametri indicati dall’Unione.

Il rilancio dell’Europa, secondo il presidente francese, deve avvenire in modo ancora più deciso dopo quelli che lui considera “traumi come la Brexit e le ultime elezioni italiane”. Evidentemente, la vittoria del Movimento 5 Stelle e della Lega che a Roma sta portando al governo giallo-verde rappresenta un campanello d’allarme per l’Ue, sottoposta alle tensioni fra l’europeismo e il sovranismo nazionale. Di un’Europa “a due velocità” si parla ormai da tempo fra Bruxelles e Strasburgo, come antidoto alla crisi dell’Unione. In più occasioni, la Cancelliera tedesca Angela Merkel non ha fatto mistero del suo orientamento favorevole in questa direzione.

Le “due velocità” stanno a indicare i diversi livelli di integrazione e di partecipazione dei membri dell’Ue: un processo a livelli e ritmi diversi, a seconda delle questioni in gioco. Ma, al di là delle migliori intenzioni, questo progetto si tradurrebbe inevitabilmente in una distinzione fra Paesi di “serie A” e “serie B”, con il rischio che l’Italia post-elettorale – pur essendo uno dei soggetti fondatori della Comunità europea – finisca declassata nella seconda categoria. Per diversi aspetti, l’Europa è già organizzata in base a “geometrie variabili”: gli esempi più chiari riguardano la partecipazione alla moneta unica e il coinvolgimento nell’area Schengen, quella in cui sono stati aboliti i controlli sulle persone alle frontiere comuni. Solo 19 Paesi su un totale di 28 fanno parte dell’euro, mentre 23 su 28 condividono le regole sull’immigrazione. I Trattati europei prevedono, inoltre, le cooperazioni rafforzate, tanto che si sta faticosamente negoziando una tassa sulle transazioni finanziarie tra nove Paesi dell’Unione. Sono i temi economici, per il momento, a rappresentare una priorità per rafforzare l’integrazione. E non a caso si parla sempre più insistentemente di un Bilancio comune europeo. Sulle forme di mutualizzazione dei rispettivi debiti pubblici o sugli impegni nel campo del welfare, si procederà in base ai criteri degli Stati più forti sul piano finanziario, a cominciare dalla Germania. Ma, per compensare la responsabilità in solido, si dovranno definire forme di cessione ulteriore di sovranità che molti Paesi non sono disposti ad accettare: e l’Italia governata da Lega e Cinquestelle verosimilmente sarà tra questi. Per il nostro Paese, oberato dal terzo debito pubblico del mondo che ormai ha superato i duemila miliardi di euro, l’integrazione finanziaria richiederà il risanamento del bilancio statale e un rinnovato impegno per ridurre questo “mutuo” colossale che grava sulla testa (e sulle tasche) di tutti noi. Finora, nelle istituzioni e nella classe dirigente italiana, è prevalsa la parte che considera il vincolo esterno come lo strumento più efficace per modernizzare il Paese. Ma adesso il responso elettorale del 4 marzo potrebbe cambiare le carte in tavola e rovesciare la situazione.

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