Coincidenze di cronaca e storia: Berlusconi, dalla villa dei Visconti al castello dei Borghese. Con auto blindata invece di armatura, passa per via Due Ponti, davanti alla casa di Brenda

Pubblicato il 21 luglio 2010 9:33 | Ultimo aggiornamento: 21 luglio 2010 11:42

Un castello per amare...un castello per dormire...

Via Due Ponti, a Roma, è come una parabola della vita. Si snoda per chilometri, alla periferia nord orientale e il suo paesaggio si modifica lungo il percorso, dalla città all’aperta campagna.

Negli ultimi mesi, se ne sono occupati i giornali e le tv per ragioni molto diverse: fatti di cronaca nera legati al caso Marrazzo, la cronaca mondano politica che riguarda Berlusconi.

Lungo il suo percorso ci sono gli alveari dove vivono concentrati molti dei transessuali che agitano le notti romane. Nel racconto di Natali, il trans brasiliano che era diventato l’amante e confidente dell’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, quei posti dopo il tramonto diventano una specie di bolgia dantesca dove può succedere di tutto.

Infatti è successo anche che un altro trans del giro, Brenda, sia morto in circostanze ancora misteriose poco dopo l‘approdo in cronaca del caso Marrazzo.

Lungo il suo percorso c’è anche il castello di Tor Crescenza, dove i giornali assicurano che il primo ministro Silvio Berlusconi intende passare almeno una parte delle sue vacanze estive. Le poche foto che si sono potute recuperare del castello fanno sognare come una favola. Non si può vedere molto, perché il sito internet del castello, che fa anche da albergo, è stato oscurato, forse per ragioni di sicurezza.

A vedere le foto le menti malvagie pensano all’ultimo film di Stanley Kubrick, “Eyes wide shut” e a quel che accadeva in una villa in mezzo alla campagna vigilata da un piccolo esercito di guardie.

La costruzione risale alla prima metà del ‘600 dove prima c’era una torre del 100, una delle tante torri con cui piccoli e grandi feudatari facevano spiare l’orizzonte dalle loro vedette per essere avvisati in tempo dell’arrivo dei nemici. A Bologna sono un simbolo della città, a Roma ce ne sono parecchie. La scelta del castello, con la sua origine difensiva e la precedente presenza della torre, sembrano quasi la scelta di un simbolo da parte di Berlusconi, che non vive certo momenti felici, assediato da tanti nemici dentro e fuori del Governo e del suo pseudo partito che partito nemmeno su può chiamare ma popolo perché chiunque lo chiami partito si vede arrivare tempestosi messaggi da un’altra formazione politica che avverte che il partito delle libertà è un loro marchio registrato.

In quel castello sembra che nelle prossime setimane Berlusconi intenda riorganizzare la sua formazione politica, sconquassata dagli scandali e scossa dalle ribellioni.

Berlusconi sembra avere un debole per le dimore di famiglie illustri: una delle sue ville al nord appartenne ai Visconti, qui si parla di Borghese. C’è un illustre precedente nella storia della finanza italiana del novecento, quello di Riccardo Gualino, genio dalle tante attività, dalla Snia alla Lux film: anche lui aveva una passione per i castelli. Anche lui era partito dalla profonda provincia biellese e si era fatto strada e miliardi a colpi di idee.

Viene alla mente ai meno giovani una canzone dell’immediato dopo guerra: quella di Eulalia Torricelli, una storia tanto assurda da sembrare vera. La bella Eulalia, proprietaria di tre castelli a Forlì (uno per mangiare, uno per dormire, uno per amare), viene abbandonata da Giosuè, guardia forestale, che fugge in treno in Puglia. La sventurata si uccide ingoiando gli zolfanelli del promesso sposo lasciando in eredità, assurdo dell’assurdo, i tre castelli agli autori del brano, che vengono citati per nome nel finale. La canzone fu lanciata dal Quartetto Cetra e ripresa negli anni da più cantanti.

Il castello una volta era del marchese Francesco Crescenzi che ha dato il nome alla località e che probabilmente viveva in continuo stato d’allerta, circondato da potenti e famelici vicini.

Poi le cose sono migliorate, e da luogo di guerre feudali la zona è diventata meta di pittori di un certo nome come Claude Lorrain e Nicolas Poussin che ne hanno tratto ispirazione per i loro paesaggi al punto che una vallata lì vicino è chiamata la valle del Pussino.

Oggi i tempi sono un po’ di nuovo imbarbariti, o meglio, il benessere molto più diffuso di qualche secolo fa ha trasformato sport di ultra elite come il golf in attività di semi massa e nella valle del Pussino (nome che per un inglese aggiunge qualcosa alle torbide vibrazioni eros di via Due Ponti) ora c’è un circolo di golf, il Parco di Roma.

Ma non sono poi così cambiati, se si fa astrazione dalle apparenze e si guarda alla sostanza delle cose. Ai servi della gleba si sono sostituiti i servi del sesso. Al posto delle tute di maglia di ferro ci sono i vetri blindati (e l’ara condizionata).

Al posto di un piccolo feudatario c’è un overlord ospite, dicono non pagante, di una famiglia di principi che nelle campagne romane e laziali hanno imperversato e guerreggiato per secoli, i Borghese.

Le guerre che ci si combatteranno non sono più quelle violente, con sangue a torrenti e moncherini diffusi, ma quelle delle parole, dei conti in banca, degli appalti, dei dossier.

E poi le sere dolci della campagna romana, che mettono in pace col mondo con le zanzare, non sono più quelle degli agguati all’arma bianca. Con fari e infrarossi le sentinelle sono ben attrezzate a proteggere la riservatezza dei nuovi (pre)potenti.