Fiumicino, mini-vulcano di fango anche nel mare (foto e video)

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2013 15:39 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2013 16:30

FIUMICINO (ROMA) – A fine agosto, quando comparve per la prima volta, il “vulcanetto” di fango a Fiumicino destava più curiosità e simpatia che attenzione. Poi il “vulcanetto”, a settembre, si è allargato spuntando nel bel mezzo di una rotatoria in via Lago di Traiano, a pochi metri dalla recinzione dell’aeroporto. Qualche giorno fa, al largo della costa di Fiumicino, è comparso un altro “vulcanetto” freddo di gas e di fango, con uno sbuffo alto un paio di metri. Adesso, dopo i rilievi effettuati da un gruppo di ricercatori dell’Università della Sapienza e del reparto di geochimica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il fenomeno si è trasformato in un’emergenza geologica.

“Abbiamo misurato flussi di anidride carbonica di circa 20 tonnellate al giorno che tendono a espandersi dalla rotonda stradale di via Coccia di Morto, l’area in cui sono manifestati il 24 agosto scorso, fin nei terreni circostanti, entro un raggio che ha raggiunto i cento metri dal punto di emissione originario” dichiara Maria Luisa Carapezza, vulcanologa dell’unità di geochimica dell’Ingv. “Tutta la fascia di terra che si affaccia sul Tirreno centrale è stata interessata, nel lontano passato, da manifestazioni vulcaniche – spiega la dottoressa Carapezza – Qui la crosta terrestre è segnata da faglie profonde e da antiche vie di risalita del magma. Di quella attività ormai estinta esistono ancora flussi di anidride carbonica che hanno origine in uno strato profondo della Terra chiamato mantello e che tendono a emergere in superficie. Ma potenti strati di argille e sedimenti fluviali accumulatisi successivamente, hanno come sigillato i gas vulcanici, confinandoli nelle profondità”.

La "nuova bocca" del mini-vulcano

La “nuova bocca” del mini-vulcano

Tutta colpa di una trivellazione? “Si è potuto accertare – prosegue la ricercatrice – che il vulcanetto si è formato subito dopo una trivellazione effettuata nella zona da un’azienda che stava realizzando una rete elettrica per la quale era necessaria una presa di terra molto profonda. Le trivelle si sono spinte fino a 30 metri, oltrepassando lo strato argilloso, fino a raggiungere le sacche di anidride carbonica ad alta pressione, che è schizzata in alto assieme ad acqua sotterranea e fango. Ora, poiché l’alimentazione del gas profondo è persistente, l’unico rimedio sembra quello di intervenire iniettando nel terreno uno speciale cemento sigillante chiamato gas block, a cui si ricorre in casi del genere”.

“Tutta la fascia di terra che si affaccia sul Tirreno centrale è stata interessata, nel lontano passato, da manifestazioni vulcaniche – continua la dottoressa Carapezza – Qui la crosta terrestre è segnata da faglie profonde e da antiche vie di risalita del magma. Di quella attività ormai estinta esistono ancora flussi di anidride carbonica che hanno origine in uno strato profondo della Terra chiamato mantello e che tendono a emergere in superficie. Ma potenti strati di argille e sedimenti fluviali accumulatisi successivamente, hanno come sigillato i gas vulcanici, confinandoli nelle profondità”.

A Fiumicino intanto, nei prossimi giorni, arriverà un team di ricercatori americani della Indiana University. “Perforazioni future e scavi nel delta del Tevere – conclude Carapezza – dovrebbero essere basati su una conoscenza precisa della distribuzione di gas endogeni nel substrato geologico”.