Francesca da Rimini: il “sorpasso” su Beatrice

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Luglio 2014 7:31 | Ultimo aggiornamento: 4 Luglio 2014 21:04

ROMA – Francesca da Rimini ha “sorpassato” Beatrice nel cuore degli italiani. Erano partite con un distacco consistente: la prima nel secondo cerchio dell’Inferno, la seconda nell’Empireo del Paradiso. La prima icona dell’amore senza speranza di “redenzione”, la seconda immagine dell’amore senza fine, anticamera del Divino. Ma alla lunga ad essere più amata dagli italiani e non è stata Francesca da Rimini (o da Polenta).

A lei, e non a Beatrice (che probabilmente fu Beatrice Portinari) è dedicata la mostra “Divina Passione“, sessanta edizioni rarissime della Divina Commedia (la prima risalente al 1472) della collezione del torinese Livio Ambrogio, esposte al Museo della Città di Rimini.

Scrive Michele Brambilla su La Stampa:

Non c’è bisogno di essere bibliofili per emozionarsi già all’inizio della mostra, quando ci si imbatte nelle prime parole mai stampate della Commedia:
«Nel mezo del camin dinrã vita mi trovai puna selva oscura…».

È l’editio princeps, la prima edizione assoluta della Commedia: un volume realizzato l’11 aprile 1472 a Foligno da Johann Numeister, tipografo di Magonza formatosi nell’officina di un altro Johann, il celeberrimo Gutemberg.
Sotto l’ultima riga, «lamor chemuovel sole et laltre stelle», si può leggere uno dei primi colophon della storia:

«Nel mille quatro cento septe et due nel quarto mese adi cinque et sei questa opera gentile impressa fue. Io maestro Johanni Numeister opera dei alla decta impressione et meco fue. Elfulginato Evangelista mei».
È in assoluto il primo libro stampato in lingua italiana: ne esistono una trentina di copie in tutto il mondo, dieci in Italia.

E perfino più raro (sedici nel mondo, sei in Italia) è il secondo volume che si incontra: la Commedia stampata a Mantova nello stesso 1472 da Georg di Augusta e Paul di Butzbach. C’è poi la prima edizione tascabile, intitolata «Le terze rime» e stampata a Venezia da Aldo Manuzio nell’agosto 1502: una specie di Oscar Mondadori ante litteram. E ancora, «La traducion del Dante de lengua toscana en verso castellano», prima traduzione in spagnolo dell’Inferno, stampata a Burgos il 2 aprile del 1515 e commissionata da Giovanna d’Aragona, figlia del re don Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia. Piccolissima è poi «La Visione. Poema di Dante Alighieri», stampata a Vicenza nel 1613: è una delle appena tre edizioni della Commedia stampate in tutto il Seicento.

Questa straordinaria mostra è l’evento più importante fra quelli che accompagnano «Italian Passion», cioè l’ottava edizione del Convegno internazionale su Francesca da Rimini, che si tiene oggi e domani, sempre al museo della Città, con la collaborazione dell’Università di Los Angeles. Perché Los Angeles? Perché fu proprio là che, sentendo lo storico riminese Ferruccio Farina tenere una conferenza su Dante, agli americani venne l’idea di istituire ogni anno un convegno internazionale su una delle storie d’amore più conosciute nel mondo. Quella appunto dell’episodio narrato nel quinto canto dell’Inferno, la sventurata passione fra Paolo e Francesca. […]

Il mito di Francesca da Rimini è una storia nella storia, il lento riscatto dell’amante che Dante e i suoi contemporanei avevano condannato alla maledizione, perché adultera. Sia Paolo che Francesca erano sposati, erano per giunta cognati. Così, nelle prime edizioni illustrate della Divina Commedia il girone dei lussuriosi è tutto fiamme e sofferenza, non c’è l’indulgenza e l’umana pietà che i filologi più attenti hanno notato già nelle terzine di Dante.

«È solo alla fine del Settecento, con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, che Francesca comincia a essere guardata con occhi nuovi», dice Ferruccio Farina, coordinatore del Convegno internazionale e curatore di questa mostra insieme con Livio Ambrogio. «Da peccatrice, comincia a essere considerata vittima di un inganno, costretta a sposare il disgustoso Gianciotto dopo che le avevano fatto credere che avrebbe sposato il fratello, Paolo. Qui in mostra abbiamo la prima opera che, dopo secoli, in qualche modo riabilita la mia concittadina, e cioè “Francesca di Arimino” di Francesco Gianni, del 1795».

All’inizio dell’Ottocento Dante, dopo un lungo periodo di oblio, viene riscoperto e riletto con una diversa sensibilità. E così la figura di Francesca: «La colpa è purificata dall’ardore della passione, e la verecondia abbellisce la confessione della libidine; e in tutti questi versi la compassione pare l’unica Musa», scrive Ugo Foscolo. Nel 1831 Mazzini pone Francesca e il suo anelito di libertà come esempio dei valori di un vero italiano. Francesco De Sanctis scriverà: «Beatrice non ha potuto divenire popolare ed è rimasta materia inesausta di dispute e di arzigogoli. Francesca al contrario acquistò un’immensa popolarità… Non ha Francesca alcuna qualità volgare o malvagia, come odio, o rancore, o dispetto, e neppure alcuna speciale qualità buona: sembra che nel suo animo non possa farsi adito ad altro sentimento che l’amore. Amore, Amore, Amore!».

Più che la lussuria c’è il segno dell’amore eterno nella Francesca raffigurata da Gustave Doré, presente in questa mostra con la sua prima tiratura, del 1861. Nella Divina Commedia illustrata a cura degli Alinari (1922-’23) «Francesca, nella piena bellezza del suo corpo nudo, più che soffrire sembra bearsi del dolce abbraccio dell’amato». L’edizione del 1921 illustrata dall’austriaco Franz von Bayros ci mostra poi una Francesca sensuale, erotica. La mostra arriva alle 56 tavole di Renato Guttuso, 1970.