Isis, bandiera nera sventola su rovine Palmira FOTO: jihadisti entrati nel museo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Maggio 2015 17:16 | Ultimo aggiornamento: 23 Maggio 2015 17:16

DAMASCO – La bandiera nera dello Stato islamico sventola sopra la cittadella di Palmira, la città archeologica nella Siria centrale conquistata mercoledì scorso (20 maggio) dai jihadisti dell’Isis. Lo si vede in alcune foto pubblicate su Twitter.

E mentre i jihadisti continuano la loro marcia verso Baghdad (vedi la mappa dell’avanzamento dell’Isis nell’ultimo anno) ora si teme che i miliziani possano danneggiare il sito come già fatto in precedenza in altri luoghi simili. Al momento, il capo dipartimento Antichità Damasco rassicura: “L’edificio era quasi vuoto” e che ad essere state distrutte sarebbero “solo copie di statue”. Nel sito archeologico inoltre, non è stato rilevato alcun movimento militare.

A far paura è però la bandiera  dello Stato islamico che sventola sopra le rovine. Una fioca speranza per la sorte delle meraviglie della “Perla del deserto” è la notizia che molte delle statue trasportabili (ma nel museo molte non lo sono affatto), dei gioielli e dei manufatti sono stati portati via e nascosti dalla locale direzione delle antichità in luoghi distanti e sicuri. Ma non si hanno né numeri né particolari e soprattutto nessun luogo sembra ormai sicuro nella zona.

Isis, bandiera nera sventola su rovine Palmira FOTO

Isis, bandiera nera sventola su rovine Palmira : foto Twitter

IL MUSEO E IL SITO ARCHEOLOGICO –  Il museo archeologico di Palmira è uno dei più ricchi e straordinari del mondo. La città della leggendaria regina Zenobia – dal tempio di Baal alla strada colonnata, dalla necropoli alle terme di Diocleziano – è essa stessa un irripetibile e straordinario museo a cielo aperto, ma anche nel chiuso delle 12 sale del museo vero e proprio si nasconde un tesoro immenso e fragilissimo che ora rischia di andare perso. Fondato nel 1961 all’entrata della città moderna, raccoglie numerosi reperti ritrovati nel sito archeologico che testimoniano l’alto livello di raffinatezza raggiunto dall’arte palmirea. Già dal giardino, dove il visitatore viene accolto dalla bellissima statua di leone trovata vicino al tempio di Atena Allath e da tanti altri reperti, ci si rende conto di essere in luogo più che speciale. E poi l’atrio con la ricostruzione della grotta dell’età della pietra scoperta a 22 chilometri a nord della città. Nei due piani della costruzione oltre a statue, sarcofaghi, monete, tessere in terracotta per l’ingresso a templi, stucchi e vetri stupendi, ci sono i famosissimi rilievi funerari con il ritratto del defunto che chiudevano i loculi delle tombe collettive dei clan locali.

Raggiunta al telefono dall’Ansa, Maria Teresa Grassi, ultima archeologa italiana ad aver lavorato a Palmira, dove fino al 2010 guidava la missione dell’Università di Milano, è affranta. “La notizia che l’Isis è all’interno del museo è terribile – dice – sono preoccupatissima, anche per la sorte del personale che fino a qualche giorno fa presidiava quotidianamente il grande sito archeologico e il museo”. L’ultimo contatto, racconta, è stato un whatsapp di qualche giorno fa. “Ho scritto spiegando che ero preoccupata perché sentivo cattive notizie su Palmira, la risposta mi ha gelata, il messaggio diceva solo ‘molto cattive'”. E quindi in queste ore, spiega, l’angoscia è tanta, per le persone e per le cose. Certo, i reperti più piccoli e mobili del museo dovrebbero essere stati già rimossi da tempo e portati in luogo sicuro, “io però mi auguro che un posto sicuro esista ancora in Siria”, sottolinea la studiosa, “non credo proprio sia facile”. Il museo di Palmira, racconta l’archeologa, è per i suoi contenuti un piccolo gioiello, “una costruzione in cemento, a forma di cubo, forse di 30 metri per 15, allestito vicino alle mura”, spiega, al cui interno facevano bella mostra di sé molti reperti raccolti nel grande sito archeologico a cielo aperto, che occupa un’area vastissima e non recintata in quella che era un tempo la confluenza delle grandi carovane. “I rilievi funerari, in particolare, erano moltissimi – racconta – alcuni addirittura murati nel museo, e quindi è difficile che possano essere stati messi in salvo. Bellissimi erano poi gli stucchi decorati a rilievo, recuperati vicino alla fonte Esqa e che sono stati esposti in tante mostre in giro per il mondo”.

Ma anche la statua in marmo di Atena, una grande rarità perché a Palmira le statue sono tutte in pietra calcarea. Poi c’è la ricca collezione di vetri. E i grandi reperti appoggiati all’esterno del fabbricato, “in particolare sarcofagi”. “Ho paura che tanto verrà distrutto e tanto saccheggiato e messo sul mercato per autofinanziare l’Isis”, continua Grassi. Il grande sito di Palmira, dalla parte con gli edifici monumentali alla strepitosa valle delle tombe, era in tempi migliori “molto ben custodito” ma comunque non recintato “perché di fatto è impossibile”, spiega ancora l’archeologa. Un tesoro quindi completamente aperto, e oggi alla mercé dell’Isis. “Ho paura, perché Palmira fa notizia, oggi era sulle prime pagine di tutti i giornali, da quello della parrocchia al New York Times… spero di sbagliarmi, ma temo tanto che altre cattive notizie possano arrivare ancora”. Le foto LaPresse dell’occupazione di Palmira e del museo.