Isis rade al suolo Nimrud: bulldozer distrugge colonna sito archeologico assiro

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Marzo 2015 1:40 | Ultimo aggiornamento: 6 Marzo 2015 1:40

NIMRUD – I jihadisti dell’Isis hanno raso al suolo una colonna del sito archeologico assiro di Nimrud, in Iraq. Un nuovo danno irreparabile compiuto dai miliziani dello Stato islamico nei pressi della città di Mosul, occupata dal Califfato islamico di Abubakr al Baghdadi.

Ad annunciare lo scempio con un post su Facebook è stato il ministero del Turismo e delle Antichità irachene. Non ci sono dettagli sull’estensione dei danni, ma si afferma che l’Isis continua “a sfidare la volontà del mondo e i sentimenti dell’umanità”.

All’inizio di quest’anno gli uomini di al Baghdadi avevano annunciato l’intenzione di distruggere i reperti archeologici con la motivazione che secondo loro offendevano l’Islam. Il 26 febbraio erano arrivate, con un video di cinque minuti, le immagini della devastazione del museo di Mosul, della distruzione di statue e manufatti. Nimrud, la biblica Calah, è un sito assiro che si trova a sud di Mosul, seconda città irachena identificata come l’antica Ninive che si trova sotto il contro dei miliziani dal giugno scorso sulle sponde del Tigri.

Nimrud fu fondata dal re Shalmaneser (1274-1245 avanti Cristo) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 avanti Cristo) arrivando ad avere 100.000 abitanti. I primi scavi risalgono al 1845 e proseguirono fino al 1873. Ripresero poi nel 1949 e andarono avanti fino alla metà degli anni ’70 portando alla luce resti del palazzo reale, basamenti, sculture, statue.

In eccellente stato di conservazione fu quindi trovata una statua di Assurbanipal II ed enormi sculture alate con la testa di uomo e il corpo di animale oltre oggetti di avorio. Ebbe fortuna anche il cosiddetto “tesoro di Nimrud”, composto da 613 pezzi di gioielli d’oro e pietre preziose “sopravvissute” al saccheggio seguito all’offensiva americana contro Baghdad nel 2003, durante la seconda guerra del Golfo, grazie al fatto di essere conservato nel caveau della Banca centrale della capitale irachena.