Lorenzo Bozano, il biondino della spider rossa e l’omicidio di Milena Sutter: un giallo di 40 anni fa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 novembre 2013 18:41 | Ultimo aggiornamento: 6 marzo 2015 11:48

GENOVA – Il delitto del “biondino della spider rossa”, Genova, Maggio 1971. Vittima la tredicenne Milena Sutter. Reo mai confesso Lorenzo Bozano, detto “il biondino” (anche se biondo non è mai stato), che per l’assassinio della Sutter è stato condannato all’ergastolo e da quasi 40 anni – senza successo – chiede la revisione del processo.

Bozano la chiede da quando – nel 1979 – è stato condannato in via definitiva. Ha continuato a chiedere la revisione anche dopo che – nel 1997 – molestò una ragazza di 17 anni durante la semilibertà, poi revocatagli.

Un giallo, un brutale omicidio che è stato riportato all’attenzione del pubblico televisivo da “Linea Gialla“, programma condotto da Salvo Sottile su La7. Dove Bozano, intervistato, ha dato la sua versione dei fatti e ha presentato la storia come quella di un macroscopico errore giudiziario.

Ma i fatti remano tutti contro di lui, unico indiziato da sempre per l’omicidio Sutter.

“Milena sparì il 6 maggio del 1971 sulla strada di ritorno dall’esclusiva scuola svizzera che frequentava. Il giorno successivo arrivò la richiesta del riscatto: 50 milioni di lire. Ma la trattativa non servì a salvare Milena: il suo corpo riaffiorò infatti il 20 maggio sulla spiaggia di Priaruggia. A entrare subito nel mirino degli investigatori fu il 25enne della Genova bene, Lorenzo Bozano, che guadagnò rapidamente sulle pagine della cronaca il soprannome di “biondino della spider”.

Bozano venne processato e in primo grado (1973) assolto. In appello, nel 1975, venne condannato all’ergastolo, ma il “biondino” nel frattempo era fuggito: sarà riacciuffato solo nel 1979, quando la Cassazione aveva già reso definitiva la condanna. Da allora Bozano sta scontando l’ergastolo. Il 16 giugno è prevista l’udienza per la concessione del regime di semilibertà. Ma Bozano vuole di più e tramite i suoi avvocati è pronto a presentare anche la richiesta per la revisione del processo”.

Questa la vicenda in sintesi. Ma vediamola nel dettaglio attraverso gli articoli scritti sulla Stampa all’epoca, dal corrispondente genovese Marco Benedetto:

Milena Sutter è stata uccisa il suo corpo trovato in mare
Agghiacciante notizia dopo due settimane di angoscia Milena Sutter è stata uccisa il suo corpo trovato in mare
II primo allarme dato da due pescatori alle 17,30 a trecento metri dalla spiaggia di Priaruggia (Quarto) – Il cadavere recuperato dai vigili del fuoco – Attorno alla vita aveva una cintura da sommozzatore con pesi di piombo – Alle 20,30 l’identificazione attraverso una medaglietta appesa al collo con il nome «Milena» – Indossava un maglione e un «collant» arrotolato sulle gambe – La morte dovrebbe risalire a dieci giorni fa Arrestato Bozano, il biondino della “spider” rossa

(Dal nostro corrispondente) Genova, 20 maggio 1971.
Milena Sutter è stata ritrovata: era morta, come si temeva. Chi l’ha rapita, l’ha uccisa, subito dopo, gettandola in mare. Perché affondasse, le ha legato alla vita una cintura (da subacqueo, con i pesi di piombo). Il suo cadavere è stato ripescato stasera dai pompieri, galleggiava al largo della spiaggia di Priaruggia, fra Sturla e Quarto dei Mille. Era in mare da 10 giorni. L’acqua lo aveva gonfiato, facendolo tornare in superfice. Il corpo era in condizioni pietose, irriconoscibile: ma appesa al collo c’era una catenina d’oro, con una medaglietta e un nome: Milena. Nessun dubbio ormai sulla sorte della tredicenne, figlia dell’industriale Arturo Sutter, uno dei più ricchi di Genova. La caccia all’assassino è cominciata. La magistratura ha spiccato ordine di cattura contro Lorenzo Bozano, di 26 anni, il «biondino della spider rossa» che pochi giorni dopo il rapimento era già stato fermato perché «indiziato di reato». II giovane è stato arrestato poco prima delle 22 in casa della madre.

Solo il padre di Milena sa della sorte toccata alla figlia. La madre per il momento è tenuta all’oscuro di tutto. Fino all’ultimo tutti avevano conservato la speranza di ritrovare Milena viva: da tre giorni, accogliendo un invito dei genitori della ragazza, La Stampa, come tutti i giornali italiani, la radio e la televisione, taceva per favorire un eventuale contatto fra i rapitori e la famiglia della ragazza. Fino a stasera, infatti, si è continuato a sperare che Milena fosse davvero prigioniera di una banda di rapitori «professionisti», che attendessero il momento propizio per farsi consegnare i cinquanta milioni chiesti per il riscatto con la prima e unica telefonata «autentica» giunta alla famiglia, il mattino successivo il rapimento. Il ritrovamento del cadavere, però, conferma le dolorose ipotesi fatte fin dal primo giorno sulla sorte della ragazza. Il corpo di Milena Sutter è stato notato per la prima volta stasera verso le 17,30. Lo hanno avvistato due pescatori dilettanti, Paolo Schenone e Giampaolo Olia, a bordo di una barca a circa trecento metri dalla riva di Priaruggia. I due sono tornati a terra e hanno subito avvertito i pompieri: «C’è un cadavere in mare, venitelo a prendere» hanno detto, con voce concitata, al telefono. Pochi minuti dopo e giunta sul posto una pattuglia di vigili del fuoco sommozzatori.

Mentre sulla spiaggia si radunavano centinaia di persone, richiamate dalla notizia del ritrovamento, i pompieri si avvicinavano al corpo: attorno alla vita aveva una cintura da subacqueo, con cinque piombi appesi (in tutto cinque chili). Questo ha fatto pensare, sulle prime, a un sommozzatore annegato. Quando i pompieri hanno cercato di agganciare la cintura, questa però si è staccata, sparendo sul fondo (solo a tarda sera i «sub» sono riusciti a recuperarla). I vigili del fuoco sono comunque riusciti a riportare a riva il cadavere. Era in condizioni pietose: il volto era irriconoscibile, scarnifìcato dai pesci durante dieci giorni di permanenza in acqua; mancavano anche pezzi  di carne in altri punti del corpo. Milena indossava ancora la camicetta a fiori, il maglione giallo e la blusa blu che aveva il giorno in cui fu rapita. La parte inferiore del corpo era svestita: arrotolate attorno alle caviglie portava solo un paio di calze-mutande del tipo a «collant», con dei ricami sui bordi (sono di fabbricazione svizzera e il padre, si è saputo a tarda sera, le ha riconosciute). Il cadavere è stato subito portato con un’ambulanza all’obitorio: il tipo delle calze e una «fedina» con piccoli rubini che aveva all’anulare hanno subito fatto scartare l’ipotesi che si trattasse del suicidio di un’anziana donna. Doveva essere una giovane: subito si è pensato a Milena Sutter.

La conferma si è avuta verso le 20.30 all’obitorio, dal prof. Giorgio Chiozza, medico legale. Oltre agli indumenti, la prova che ha convinto dell’identità della ragazza è stata data dalla medaglietta con inciso il nome della ragazza (gliel’aveva regalata la madre, alcuni anni fa) e da un braccialetto che portava ad un polso. «Ci sono altri elementi che ci convincono che si tratta proprio di quella povera ragazza — ha detto il prof. Chiozza — la statura, le caratteristiche somatiche. Purtroppo non esistono dubbi». A tarda sera sono giunti all’obitorio lo zio paterno di Milena, Aldo Sutter, e l’avvocato Gustavo Gamalero: il riconoscimento è stato confermato. L’autopsia, però, sarà fatta solo domani dal prof. Aldo Franchini, direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università. In serata il prof. Chiozza ha eseguito alcuni esami superficiali sul corpo della ragazza, ma non se ne conoscono i risultati. Ad Arturo Sutter la notizia della morte della figlia l’ha portata lo stesso magistrato che dirige l’inchiesta, il sostituto procuratore della Repubblica Nicola Marvulli. Gli ha anche mostrato il «collant» e la medaglietta: l’uomo, stroncato dal dolore, si è accasciato su una sedia. Poi si è ripreso; ma nessuno ha avuto sinora il coraggio di informare la signora Fio, madre di Milena, che ancora stasera ha avuto un colloquio telefonico con il figlio Aldo, di dieci anni, portato alcuni giorni fa in Belgio perché fosse al sicuro da un nuovo eventuale rapimento e fosse sottratto al clima di tensione e di paura. Mentre la notizia si diffondeva in città come un fulmine, una piccola folla si radunava davanti alla villa dei Sutter, una elegante palazzina in viale Antonio Mosto, nel quartiere residenziale di Albaro: c’erano giornalisti, fotografi, molti curiosi, assiepati davanti al cancello. L’avvocato Enrico Murtula, legale della famiglia Sutter, ha invitato tutti ad allontanarsi. Marco Benedetto

I PRIMI INDIZI CONTRO BOZANO: LA MUTA DA SUBACQUEO E LA MACCHIA DI URINA
La muta da subacqueo accusa Lorenzo Bozano
Un altro indizio contro il “biondino”

La perizia ha stabilito che fu usata nei giorni in cui scomparve Milena Sutter – Il giovane si sarebbe immerso per «affondare» il corpo della tredicenne

Dal nostro corrispondente a Genova.
Nuovo indizio contro Lorenzo Bozano: sulla sua muta da subacqueo sono state trovate tracce di salino segno che, contrariamente a quanto dichiarò il giovane, era stata usata pochi giorni prima. Lo hanno stabilito i periti dell’istituto di Medicina legale, che oggi consegneranno al giudice istruttore la loro relazione. La muta fu sequestrata nel garage del padre del «biondino», a villa Bozano, subito dopo l’arresto del giovane sotto l’accusa di avere rapito e ucciso Milena Sutter. Bozano disse, che «non aveva fatto immersioni dai primi dell’anno». Ma è noto che i subacquei lavano con l’acqua dolce le loro attrezzature, dopo ogni «uscita», perché il salino corrode. Bozano non è un tipo ordinato, tuttavia gli inquirenti non credono che abbia lasciato la muta per tre, quattro mesi (il sequestro è stato fatto in maggio), nell’autorimessa del padre senza più curarsene. Gli inquirenti sono dell’avviso che Bozano si servì dell’attrezzatura da sub per «affondare» (come lo stesso imputato aveva scritto nel suo progetto di rapimento) il cadavere di Milena Sutter.

Per evitare che il corpo della tredicenne, figlia dell’industriale Arturo Sutter, tornasse a galla, legò ai fianchi della vittima — questa è sempre la tesi dell’accusa — la propria cintura da subacqueo: cinque piombi da un chilo ciascuno, dai quali aveva raschiato la vernice rossa fosforescente. La cintura trascinò al fondo il cadavere, che in seguito, essendosi gonfiato e avendo, di conseguenza, perduto in peso specifico, tornò a galla. Così il 20 maggio, il corpo della tredicenne, uccisa due settimane prima, fu ripescato. La cintura è un altro degli indizi contro il Bozano. «Non era mia, sostiene il giovane, la mia era rossa e aveva quattro piombi». Che in origine fosse colorata, lo hanno già stabilito i periti. Quanto al numero dei piombi, il Bozano è smentito dalla dittà che gliela forni: dalla polizza di consegna risulta, infatti, che i pesi erano sei.

All’istituto di Medicina legale hanno anche accertato che è di orina la grossa macchia color prugna sui calzoni che il Bozano indossava il giorno del rapimento. Fu lo stesso «biondino» a mettere gli inquirenti su quella pista. Nessuno, infatti, aveva dato peso alla macchia, senonché in carcere, il giovane, preparandosi ad una contestazione da parte del giudice, si. scrisse le risposte su un pezzo di carta igienica. Un’«autentica sceneggiatura», dicono gli inquirenti. Il «canovaccio» comincia cosi: «Orina?! Che cosa? Ah! Ora ricordo…», e prosegue con il racconto di un passaggio dato dal Bozano, in viaggio da Milano a Genova, ad una ragazza, che poi, durante il tragitto in auto, si sentì male. Lui l’aiutò e si sporcò i calzoni. Gli inquirenti hanno subito pensato, invece, al «trasporto del cadavere». Bozano cambiò versione, dicendo che quella macchia poteva essere di vomito. Ora la perizia ha confermato che si tratta di orina. L’istruttoria è vicina alla conclusione. Entro la settimana il giudice tornerà nel carcere di Massa per completare l’interrogatorio del Bozano, che, lunedi scorso, aveva cominciato mostrando al giovane un biglietto da visita dove il «biondino» aveva annotato il numero di telefono della scuola svizzera frequentata dalla Sutter. Quando il giudice gli ha fatto vedere il biglietto, l’imputato non ha saputo dare risposta. Marco Benedetto

Il questore: “L’ha uccisa lui” ma Bozano non ha confessato
Si chiede piena giustizia per la tragedia di Genova

Milena Sutter assassinata poche ore dopo il rapimento – Soffocata e gettata in mare con una cintura da «sub» legata ai fianchi – Impossibile accertare se ha subito violenza – Sempre più gravi gli indizi contro Lorenzo Bozano – La cintura potrebbe essere la sua, un teste è certo di aver visto il giovane davanti alla scuola svizzera quando Milena fu rapita – Trovato nel garage del padre di Bozano un maglione del Figlio con capelli biondi: sono quelli di Milena? – L’indiziato si comporta come una persona estranea al delitto – È un maniaco sessuale?

(Dal nostro corrispondente) Genova, 21 maggio.
Milena Sutter è stata uccisa poche ore dopo il rapimento. II suo assassino, probabilmente, l’ha soffocata, con un cuscino, un pezzo di stoffa o una maglia, poi l’ha gettata in mare, con una cintura da sommozzatore stretta ai fianchi, perché del delitto non restasse traccia. Sono i primi risultati dell’autopsia a rivelarlo, a ventiquattro ore dal ritrovamento del cadavere della tredicenne, nel mare di Priaruggià, a meno di un chilometro in linea d’aria da casa sua. Gli inquirenti avevano dato ormai da parecchi giorni un nome al presunto assassino: Lorenzo Bozano, 26 anni, il «biondino dalla spider rossa», arrestato ieri sera, per ordine del sostituto procuratore della Repubblica Nicola Marvulli. «Purtroppo è andata come temevamo», ha detto il capo della squadra mobile, Angelo Costa. «Se è Bozano, non ci sono speranze» aveva confidato ai giornalisti, una settimana fa, il suo vice, Arrigo Molinari. Che sia Bozano, lo ha detto, senza mezzi termini, il questore di Genova, Giuseppe Ribizzi: «Tale immondo individuo» ha dichiarato ai microfoni della radio e per iscritto, ai giornalisti. È ora in arresto, schiacciato da prove e non fragili indizi.

«Bozano — ha detto il questore — è un “sadico”: anche se non c’è ragione di rallegramenti — ha aggiunto il dott. Ribizzi — ora Genova, sospettata di ospitare bande organizzate di banditi sequestratori, di tupamaros o roba del genere, può respirare». Le parole del questore per molti aspetti sembrano una sentenza prima del processo; ma trovano conferma in quelle, più caute e misurate, del procuratore capo della Repubblica, Francesco Coco, rientrato ieri dalla Sicilia dove dirige le indagini sul delitto Scaglione: «L’Autorità giudiziaria ha già manifestato il suo orientamento compiendo gli atti che tutti sanno. Un giudizio e implicito, quando si emette un ordine di cattura. Ma nessuno può i essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva, in questo come in qualunque altro caso».

Se l’assassino è Lorenzo Bozano, perché lo ha fatto? Due sono le ipotesi: o il giovane voleva davvero estorcere i cinquanta milioni chiesti per il riscatto ad Arturo Sutter, padre di Milena, e ha eliminato la ragazza solo per non essere scoperto; oppure dopo avere corteggiato per giorni e giorni la tredicenne, l’ha aggredita e violentata prima di ucciderla, mascherando poi il delitto con la estorsione. Difficile, però, pensare ad un’aggressione in pieno giorno (quando Milena è scomparsa, fra le 17 e le 18 di giovedì 6 maggio, c’era ancora il sole). Lungo il tragitto che la ragazza doveva percorrere per tornare a casa dalla scuola svizzera, dove frequentava la terza media, non c’è un tratto abbastanza deserto.

Molto più probabile che Milena sia salita spontaneamente sull’auto di Bozano: forse, dopo averlo visto tante volte davanti alla scuola, lo credeva il fidanzato di qualche sua compagna più grande, ed ha vinto cosi la diffidenza. Dicono che Milena non accettava passaggi da nessuno: ma quel pomeriggio aveva fretta di tornare a casa, per una lezione di latino fissata alle 17.30, e il timore di arrivare in ritardo può averla spinta ad accogliere l’invito. Si cerca di fare piena luce sulla vicenda, di ricostruirla in tutti i particolari. Ma è un lavoro difficile.

L’autopsia sul cadavere di Milena si è protratta per gran parte della mattinata: presente il dott. Marvulli, l’hanno eseguita il prof. Aldo Franchini, direttore dell’istituto di medicina legale dell’Università e il suo assisterne, professor Giorgio Chiozza. I periti non hanno voluto violare lo stretto riserbo, imposto anche dalla delicatezza degli accertamenti. Alcune indiscrezioni, comunque, sono trapelate. Si sa per certo che Milena è stata uccisa la sera stessa del 6 maggio: aveva ancora nello stomaco i resti del pranzo di mezzogiorno, carne e verdura. È stato anche escluso che la ragazza sia annegata: nei suoi polmoni non c’erano tracce d’acqua. Sembra invece molto probabile che sia stata soffocata, nessun segno di strangolarilento è stato trovato sul collo, che è intatto. Non è possibile, almeno per il momento, rispondere ad un altro inquietante interrogativo: se Milena sia stata anche violentata. I pesci, voracissimi, hanno fatto scempio della parte inferiore del corpo, che era denudata; arrotolate alle caviglie c’erano delle calze a «collant», nelle quali è stato trovato un bottone, polizia e carabinieri cercano di stabilire a chi appartenga. Hanno sequestrato numerosi indumenti di Lorenzo Bozano e ora li controllano con minuziosa cura. Potrebbe essere, questa, una prova schiacciante: troppo azzardato, per il momento, fare anticipazioni.

Lorenzo Bozano è stato interrogato da mezzanotte alle tre e mezzo di stamani. Alle sei è stato trasferito in carcere. Ancora una volta ha respinto ogni accusa: «Non so nulla di questa storia di Milena Sutter — ha detto —. Sono solo la vittima di una serie di circostanze sfortunate». Ma ormai ben pochi credono alle sue giustificazioni, troppi sono gli indizi che si accumulano contro di lui, anche se ci sono molti punti da chiarire e dalla scorsa notte carabinieri e polizia lavorano senza sosta per controllare ogni elemento, per trovare ad ogni sospetto un valido riscontro. C’è il progetto di un rapimento scritto di suo pugno: la vittima doveva essere soppressa e poi fatta scomparire, scegliendo fra tre strade. Marco Benedetto

 

L’ALTRO INDIZIO: IL PIANO PER UN RAPIMENTO CONFESSATO A DEGLI AMICI

Contro Lorenzo Boxano in carcere sono emersi altri pesanti elementi
di Marco Benedetto
I risultati delle tre perizie consegnati al magistrato – Contro Lorenzo Boxano in carcere sono emersi altri pesanti elementi – Secondo i periti, sulla muta da «sub» del biondino ci sono tracce di salino – L’avrebbe usata per abbandonare in mare il corpo di Milena Sutter – E’ accusato anche da macchie riscontrate sui calzoni

(Dal nostro corrispondente) Genova, 22 novembre.
Il giudice istruttore Bruno Noli tornerà la prossima settimana al carcere di Massa per interrogare Lorenzo Bozano, il «biondino della spider rossa» accusato di avere rapito e ucciso Milena Sutter. Porterà con sé i risultati delle tre perizie fatte all’Istituto di medicina legale e consegnatigli oggi. I periti hanno detto che sulla muta da subacqueo del Bozano ci sono tracce di salino, che i calzoni color prugna da lui portati il giorno del rapimento sono macchiati di urina, che sul telo di «sky» usato per coprire la sua «spider» quand’era senza «capote» non ci sono tracce «sospette». Commenta l’avvocato Silvio Romanelli, difensore del Bozano con l’avvocato Francesco Marcellini: «Le prime due non dicono nulla, la terza è a nostro favore». Gli inquirenti la vedono diversamente: «Due indizi in più, che si aggiungono ad una catena già molto lunga».

La muta da sub. La muta: Bozano dice di non averla più usata dal settembre del ’70. Secondo gli inquirenti il «biondino» la indossò per affondare il corpo di Milena in mare. Poi, travolto dagli eventi, dimenticò di lavarla, come fanno i «sub», per evitare la corrosione. Ribatte Romanelli: «Cosa si vuol trovare su una muta da “sub”, se non del sale?». La macchia: l’ha fatta notare lo stesso Bozano. Preparandosi ad un interrogatorio, in carcere, il giovane prendeva appunti, su pezzi di carta igienica, sequestratigli da un secondino. «Era una specie di sceneggiatura», dicono gli inquirenti. Vi erano previste domande e risposte, e una spiegazione plausibile per quella macchia: una ragazza, cui aveva dato un passaggio in auto, lo aveva sporcato, sentendosi male. Fu lo stesso Bozano a scrivere la parola urina. Poi disse che poteva essere vomito. La perizia ha confermato: è proprio urina. Secondo gli inquirenti si è macchiato trasportando il cadavere della Sutter, prima di indossare la muta. Dice Romanelli: «La perizia non fa altro che confermare quel che lo stesso Bozano ha detto. Che indizio è questo?».

Il telone: secondo l’accusa il Bozano vi avvolse il cadavere per trasportarlo. «Non avendovi trovato nulla che lo confermi — dice Romanelli — i periti hanno tolto un puntello alla ricostruzione dell’accusa»: Delle nuove perizie il giudice parlerà a Bozano nell’interrogatorio. Lo aveva cominciato lunedì scorso, sospendendolo poi su richiesta dello stesso «biondino». Bozano era in difficoltà, secondo gli inquirenti, per il colpo a sorpresa del giudice Noli, che gli ha mostrato un biglietto da visita dove il giovane aveva annotato il telefono della scuola svizzera, la scuola di Milena. Il «biondino» ha sempre detto: «Non sapevo che fosse la scuola svizzera» quando il giudice gli ha domandato: «Come si spiega questo numero», per la prima volta da mesi, sul volto sempre impassibile di Lorenzo Bozano è comparsa un’ombra di smarrimento: «Non me lo spiego».

Fino a quel momento, Lorenzo Bozano aveva trovato sempre una risposta per ogni contestazione. Ogni indizio era spiegabile, si trattava solo di «sfortunate e sfavorevoli coincidenze», ripeteva il «biondino». «Le coincidenze sono ormai troppe — confida uno degli inquirenti — perché si possa credere che il Bozano sia proprio l’uomo più sfortunato del mondo. E poi ci sono testimonianze precise, contraddizioni dalle quali il Bozano non sa uscire». Si comincia con le sue ripetute soste davanti alla scuola svizzera di via Peschiera: Milena Sutter, è noto, fu rapita all’uscita da scuola, il 6 maggio, alle 17. Fu uccisa un’ora dopo, ha accertato il professor Athos La Caverà dell’Istituto di medicina legale, e gettata in mare quella stessa notte.

Lorenzo Bozano dice che si fermò davanti alla scuola solo una volta, perché gli bolliva l’acqua del radiatore. Ammette che passava spesso per via Peschiera, per recarsi a pranzo in trattoria ed evitare così il traffico del centro. Mai però di esservisi fermato, dopo quella volta. Dodici testimoni dicono, invece, di avere notato lui o la sua auto, fra la fine di aprile e i primi di maggio, in sosta nei pressi della scuola svizzera. Tre lo hanno visto il pomeriggio del rapimento. Sono Rosa Morandi, di 66 anni (ore 16,15) e Francesco Amisano, 56 anni (alle 16 e alle 17), che hanno visto solo la macchina («inconfondibile, concordano, per tutte quelle ammaccature e per il colore rosso») e lo studente universitario Giampaolo Collatuzzo, 28 anni, che vide anche il Bozano, alle 16,30 e alle 17 del 6 maggio. Ricorda la data, perché quel giorno andò in questura a ritirare il passaporto: i registri della questura lo confermano.

Pochi dubbi. Ci sono poi i progetti del Bozano, prima appena abbozzati («So ben io come rapire uno: lo prendo, l’ammazzo, mi tengo i soldi e nessuno mi scopre», confida l’8 marzo a dei conoscenti), poi più precisi («Mio caro — dice al subacqueo Ferdinando Camera in aprile — bisogna guadagnare dei soldi, basta prenderli dove sono. Si può guadagnare facilmente una cinquantina di milioni»), infine scritti, di suo pugno, col pennarello rosso.

E’ un piano di rapimento in piena regola. Ci sono le operazioni da compiere (ore 8: ora X; ore 9: telefonata) e l’agghiacciante alternativa: «Affondare in canale Fiera, seppellire, murare». Non tutto coincide: la ragazza fu rapita alle 17, ma gli inquirenti hanno pochi dubbi: «Fu visto anche alle otto del mattino, vicino alla casa della ragazza, da due testimoni, uno dei quali suo amico. Cambiò il progetto originario ma la sostanza resta».

Il cadavere di Milena fu affondato non nel canale della Fiera, ma alcuni chilometri a Levante: qui tornò a galla, la sera del 20 maggio, al largo di Priaruggia, nella zona di Quarto dei Mille. Ma c’è la cartina, che completa il progetto, dove è raffigurata proprio la zona di Quarto. Ci sono altri indizi, altre contraddizioni. Per il 6 maggio, dalle 16,30 alle 19, il Bozano non ha alibi. Dice di essere stato a passeggio in via XX Settembre, senza incontrare nessuno che lo conoscesse. Ma due ragazze («testimoni attendibili», secondo l’accusa) dicono di averlo visto a Monte Fasce, su una piazzola di sosta della strada. A duecento metri da lì c’e una fossa, scavata ai primi di maggio, accerta un perito. Ha la forma di una bara, è stata fatta con un piccone e una pala, trovati da due contadini, molto simili a quelli scomparsi dal giardino del padre del Bozano.

La maglia rossa. Lorenzo, inoltre, cercò di convincere alcuni amici a fornirgli un alibi per il pomeriggio del rapimento. Nessuno però raccolse l’invito. C’è poi la maglia rossa, che Bozano fu visto indossare durante i suoi appostamenti; il giovane ha sempre negato di averla mai avuta. Lo zio materno, Gaetano Aulino, lo smentisce: «Gliel’ho regalata io». La maglia è stata trovata nel garage di villa Bozano. La cintura da subacqueo usata per affondare il cadavere di Milena Sutter è un altro indizio: Bozano ha detto: «Ne avevo una con quattro piombi, colorati di rosso, e l’ho venduta». La cintura trovata su Milena è della ditta «Cressi». Una identica, col resto dell’attrezzatura subacquea, fu data dalla «Cressi Sub» al Bozano in compenso di ‘una inserzione pubblicitaria sulla sua rivista «Marcatalogo». «Aveva sei piombi», conferma l’impiegata che. gliela consegnò. E i periti: «Il colore rosso è stato tolto dai piombi che affondarono Milena, ma tracce di pittura rimangono».

A favore del Bozano c’è il suo comportamento, appena si diffuse la voce che la polizia cercava un «biondino» con una « spider» rossa. Il giovane si riconobbe nella descrizione, si confidò con gli amici, con gli zii, con la madre: «Mamma, te lo giuro, non sono stato io» le disse. Parlò al telefono con l’avv. Marcellini: «Si presenti subito in questura» gli disse il legale. Il giovane però non gli diede ascolto. Marco Benedetto

Questo è l’itinerario del presunto uccisore per gettare in mare il corpo della ragazza
di Marco Benedetto

Ricostruito secondo il progetto disegnato da Lorenzo Bozano – Questo è l’itinerario del presunto uccisore per gettare in mare il corpo della ragazza La zona è compresa fra Quarto e Quinto – Milena avrebbe dovuto accettare un passaggio sulla «spider» rossa – Dopo il delitto, il cadavere sarebbe stato portato in una villa abbandonata – Durante la notte l’assassino l’avrebbe recuperato per arrivare al mare lungo un torrentello – Un esposto del difensore del Bozano minacciato perché si è assunto il difficile compito

(Dal nostro corrispondente) Genova. 24 maggio.
Lorenzo Bozano accusato di aver rapito e ucciso Milena Sutter, e sempre in cella d’isolamento. Forse il magistrato inquirente lo interrogherà domani, ma è anche possibile un nuovo rinvio. Il sostituto procuratore Nicola Marvulli, infatti, vuole prima completare gli interrogatori dei testimoni e controllare alcune circostanze. Oggi il dottor Marvulli ha sentilo alcuni giovani e ha compiuto un sopralluogo nella zona disegnata dal Bozano sul retro dello stesso «depliant» usato per mettere nero su bianco, il suo progetto di rapimento.

La zona è quella di Quarto dei Mille: al largo di questo tratto di costa è tornalo a galla giovedì sera il corpo della tredicenne. La piantina (Bozano ha sempre detto che si tratta di uno scherzo senza importanza fatto mentre cercava ispirazione per un bozzetto pubblicitario) potrebbe rivelarsi mollo importante per chiarire il modo in cui Bozano (sempre che si tratti di lui) si è liberato del cadavere della sua vittima. Per il momento gli inquirenti preferiscono non pronunciarsi.

La villa. La piantina, però, potrebbe essere un elemento utile per ricostruire in tutti i dettagli le mosse del Bozano nel pomeriggio del 6 maggio. Un testimone dice di averlo visto, fra le 16 e le 17, davanti alla scuola svizzera di via Peschiera, dove Milena frequentava la terza media. Bozano nega e dice di aver lasciato gli amici al bar di via Caprera fra le 16 e le 16.30 e di avere poi camminato su e giù per via Venti Settembre, la strada principale di Genova, visitando anche tre grandi magazzini, per poi tornare al bar verso le 10.30. (Nessuno lo ha visto, però, in quelle tre ore, e lo stesso Bozano ha ammesso di non avere un alibi rifiutando anzi quello che un amico gli voleva offrire).

Supponiamo che Bozano abbia davvero ucciso Milena. Fino a questo momento a sostegno di questa tesi ci sono numerosi indizi. Una decina in tutto, ma nessuna prova diretta. Quella sera la tredicenne è uscita alle 17 per il timore di arrivare a casa in ritardo: la aspettavano alle 17,30 per una lezione. E’ certo che Milena ha accettato spontaneamente il passaggio offertole dal suo rapitore: anche se non lo conosceva, era comunque abituata a vederlo davanti alla scuola, ha vinto ogni diffidenza ed è salita sulla «Giulietta» spider rossa del Bozano. L’auto si è diretta verso levante e ha imboccato corso Europa. Da qui. svoltando in via Isonzo, si arriva in pochi minuti in via Orsini, della quale viale Mosto, dov’è la casa dei Sutter. è una traversa. All’incrocio, pero, Bozano ha proseguito.

Per dove? Per il momento l’interrogativo è senza risposta: ma è probabile che non abbia compiuto un lungo tragitto. Si deve quindi cercare, proprio nella zona fra Quarto e Quinto (dove pressapoco è stato poi ripescato in mare il cadavere) un rifugio nel quale si sia diretto, con la ragazza. Qui (sempre se è lui) l’ha uccisa e l’ha tenuta nascosta, aspettando poi la notte per liberarsi del cadavere. Il nascondiglio può essere un garage del quale Bozano aveva le chiavi.

Ma può anche essere una villa, di proprietà di uno degli armatori Costa, nella zona di Quarto dei Mille. Vi si arriva facilmente, per strade poco frequentate, dopo avere lasciato (un chilometro oltre via Isonzo) corso Europa. (La villa tra l’altro dista, in linea d’aria, poche centinaia di metri da quella del padre di Bozano). Qui il giovane può avere nascosto il corpo di Milena, per tornare poi a riprenderlo a notte fonda. Villa Costa si affaccia su viale Pio VII, costeggiata sul lato opposto, per circa un chilometro, dal parco di un’altra villa, proprietà della famiglia Quartara. Il parco è attraversato dalla parte terminale di un torrentello, il rio Castagna, che sbocca in mare per un cunicolo, alto più di un uomo, che passa sotto la ferrovia e la via Aurelia. La villa è sorvegliata da due grossi cani lupo, ma il parco e molto grande. È possibile scavalcare la cinta, con un corpo del peso di 65 chili, senza che nessuno si accorga di nulla? In verità è possibile: viale Pio VII è una strada alberata, scarsamente illuminata, fiancheggiata sul lato opposto a villa Quartara da una fila di palazzine: ma nella parte a mare, a ridosso del viadotto della ferrovia, il confine della strada è dato, per una trentina di metri, dal muro di cinta di villa Costa. Rari i passanti, anche di giorno. Di notte, solo qualche coppietta: basta accostarsi con la macchina al recinto del parco dei Quartara. Nessuno si chiederà mai se accanto al guidatore c’è un cadavere o la fidanzata. In più punti il reticolato è stato sfondato, forse da ladri. Nella parte finale, vicino al viadotto, c’è un lungo tratto dove il confine è indicato solo da un muro, alto poco più di un metro. Una volta nel parco, pochi metri separano dal greto del torrente, che subito s’inoltra nel sottopassaggio che sbocca in mare.

Le due ville, con tutta la zona circostante, figurano proprio nella piantina disegnata dal Bozano. Il giovane ha sempre detto: «Mi è venuta in mente perché da quelle parti mia madre aveva un negozio». D’altra parte, solo con questa ricostruzione si può spiegare come l’assassino, chiunque sia, sia riuscito a far sparire il corpo di Milena senza che nessuno lo vedesse. Il litorale di Genova, infatti, è percorso a tutte le ore della notte da automobili, numerose pattuglie della guardia di finanza lo sorvegliano per prevenire il contrabbando, decine di coppiette vi sostano. Difficile che qualcuno possa arrivarvi con un peso sulle spalle senza essere notato.

Questa ricostruzione, però, fa perdere significato ai due ritrovamenti avvenuti nei giorni scorsi, entrambi dopo il rapimento, ma dei quali la polizia è stata informata solo tra ieri e oggi: quello di una cintura da sommozzatori e quello di un remo da canotto.

La cintura, di tela nera con un solo peso di piombo, dipinto di rosso, simile a quella usata dall’assassino di Milena per affondarne il cadavere, è sfata ripescata la sera del 15 da due sommozzatori dilettanti: Domenico Parnace, di 47 anni, meccanico, e Bruno Cevasco di 29 anni, portalettere. Era a tre metri di profondità e a 4 dalla scogliera dalla quale sono partili i Mille di Garibaldi; in quel punto (che è a 600 metri da dove è stata ripescata Milena) la roccia scende dolcemente e i subacquei se ne servono abitualmente per cominciare le loro spedizioni.

I due sub. I due «sub» non avevano dato molto importanza al fatto che si erano presi uno la cintura e l’altro il piombo. Solo dopo aver letto sui giornali la notizia del ritrovamento di Milena con una cintura da sommozzatore attorno ai fianchi, avevano pensato a consegnare la loro alla polizia.

Ma è improbabile che questa sia appartenuta al Bozano, anche se il giovane ha ammesso di avere posseduto dei piombi da zavorra colorati appunto di rosso. Anche il remo di canotto ritrovato sulla spiaggia di Sturla alcuni giorni fa e consegnato stamattina alla polizia non sembra molto importante. E’ vero che Bozano possedeva un battellino pneumatico, che fra l’altro progettava di vendere proprio ai primi del mese, ma secondo gli inquirenti egli non se ne sarebbe servito per portare al largo il corpo della vittima.

Oggi un giornale locale ha pubblicato una lettera che ha provocalo un esposto dell’avv. Francesco Marcellini, legale di Lorenzo Bozano, all’Ordine degli avvocati ed a quello dei giornalisti. La lettera, di una donna, oltre a sollecitare la pena di morte per «i sadici assassini, come quel Bozano di cui mi vergogno a scrivere il nome», afferma anche: «Inoltre vorrei conoscere l’avvocato che avrà il coraggio di difendere questo essere indegno di chiamarsi uomo. Gli sputerei in faccia, perché chi osa difendere l’assassino di Milena è un essere indegno come il suo difeso». L’avv. Marcellini, nel suo esposto, ricordando di essere investito dell’esercizio privato di una pubblica funzione garantita dalla Costituzione, afferma che la lettera costituisce un impedimento di tale funzione e fa presente il fatto agli organi competenti. Marco Benedetto