Internet, insulti e crisi della politica

Pubblicato il 4 settembre 2012 6:30 | Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2012 16:01

Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto. Anzi, essendo semplici cittadini, andranno oltre. «Se nei comizi e sui giornali i capi si trattano a vaffa» pensano «allora alé, liberi tutti». 

Liberi di insultare gli avversari, di offendere chi la pensa diversamente, di chiamare vigliacco chi prova a essere ragionevole. È un trucco, questo, che nei bar d’Italia conoscevano bene, e un tempo finiva in un brindisi e una risata. La nuova cattiveria invece aleggia a lungo, come un alito pesante, e accompagna un Paese stanco verso elezioni importanti. E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.

Beppe Severgnini, “Insulto dunque navigo”, Corriere della Sera – 27 agosto 2012