Ieri democrazia, oggi Fiorito, domani tecnocrazia

Pubblicato il 26 settembre 2012 6:30 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2012 14:59

Rispetto alla Prima repubblica, lo svuotamento di sovranità delle assemblee elettive è già enorme. Le leggi le fanno i governi, a loro volta vincolati dalle direttive comunitarie. L’agenda politica è in buona misura stabilita in sedi sottratte al controllo democratico. I nostri rappresentanti non ci rappresentano nel processo di formazione delle decisioni perché ne sono esclusi o vi svolgono ruoli subordinati, di ratifica formale. Ma questo processo non è ancora concluso.

Le funzioni di ratifica non sono eseguite sempre in modo efficiente. La classe politica spesso alza il prezzo, talora tenta di interferire nelle direttive superiori. Per non dire che potrebbe ribellarsi e rivendicare autonomia. Insomma, il processo dev’essere portato a compimento, magari attraverso una drastica selezione censitaria (a questo servirebbe abolire il finanziamento pubblico dei partiti).

Qui entra in gioco l’opinione pubblica e la corruzione assume così un ruolo decisivo. Fino a Tangentopoli, era una faccenda perlopiù segreta. Di tanto in tanto scoppiavano scandali. Ci lasciò le penne persino un presidente della Repubblica (Leone, per l’affare Lockheed). Ma è all’inizio degli anni novanta che la corruzione diventa una componente strutturale del discorso pubblico. La concomitanza di questo fenomeno con l’implosione della Prima repubblica (la fine della centralità del parlamento e dei partiti di massa) e la nascita della Seconda (bipolarismo coatto e spostamento del baricentro sul governo) non è casuale. Da questo momento, della corruzione politica si parla con insistenza sui giornali. La si serve quotidianamente al banchetto delle passioni pubbliche. Dei risentimenti e della rabbia di una società sempre più spaventata. Conquista l’immaginario collettivo proprio mentre si comincia a trasformare il sistema politico in senso oligarchico-tecnocratico. Se si considera questa concomitanza, si comprende la funzione della corruzione e del discorso pubblico sulla corruzione come vettori di un cruciale processo di trasformazione.

Pensiamo all’irresistibile successo del best-seller di Sergio Rizzo e Gian antonio Stella. Quel libro sta dentro un triangolo del quale è un vertice: c’è la politica corrotta (la «casta»), c’è l’opinione pubblica, e c’è la stampa, a cominciare dagli autori della denuncia, cavalieri senza macchia e senza paura. Il tutto dà vento alle vele della transizione post-democratica. Il partito degli antipartito miete consensi travolgenti. Il parlamento appare luogo di mercimonio, culla di una «partitocrazia» parassitaria e proterva, come non si stanca di lamentare un partito che su questa campagna lucra fortune identiche a quelle di ogni altro. Vista così, la corruzione non è più tanto una malattia. È essa stessa un soggetto politico, un protagonista della transizione. Non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

Proviamo a trarre qualche conclusione. La prima è che i corrotti fanno parte a buon diritto di quanti fustigano la casta, reclamano la gogna, si appellano all’élite per un repulisti meritocratico. E, finalmente, invocano il passaggio organico alla sovranità dell’esecutivo nel nome della «tecnica». Rizzo, Stella, Grillo, Scalfari e Monti – tra loro assai più prossimi di quanto non confessino o sospettino – dovrebbero concedere ai vari Lusi e Fiorito la tessera onoraria del Partito dei rottamatori della Repubblica costituzionale. Il loro contributo alla transizione nel nome del merito, dell’austerità e della governabilità (a ciascuno il suo feticcio) è d’inestimabile valore.

Alberto Burgio, “Fallimento morale e antropologico”, Il Manifesto, 25 settembre 2012.