La lotta di classe? A Roma, da sempre, è una questione di piano regolatore

Pubblicato il 30 agosto 2012 6:29 | Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2012 21:45

In Roma è antica quanto la sua storia la spinta degli agiati contro i poveri. Tutta la storia intima di Roma è la storia della spinta centrifuga di chi sta meglio contro chi sta peggio, spinta iniziatasi quando gli agiati sostituirono il marmo e la monumentalità alla «casae» di origine. Si dimenticò subito che Roma era stato un asilo di diseredati e subito si iniziò la spinta centrifuga contro i diseredati. Si iniziò da quando fu ordinata la demolizione delle «insulae» (casamenti di quattro, cinque, e spesso perfino dieci piani) per dar luogo alla costruzione di nuovi fori e di nuove basiliche nella prima età imperiale, sempre informando ogni piano regolatore (da quello di Giulio Cesare a quello di Sisto V e a quello del loro piccolo epigono Mussolini) più a una mania di monumentalità che a un sano concetto di igiene.

E i metodi dei vari cesari contro la povera gente furono sempre gli stessi: lo sfratto e la segregazione oltre le mura. Uno sfratto quanto mai persuasivo perché sempre accompagnato dal piccone demolitore e, se è vera la leggenda, addirittura dal fuoco, come nel caso di Nerone, il quale esclusivamente per una ragione igienica ed estetica avrebbe dato alle fiamme la parte plebea della città. E nelle età moderne, subentrata la borghesia nell’aristocrazia, tale spinta centrifuga contro la plebe fu continuata con assiduo rigore, in modo che la storia di Roma può ben riassumersi tutta entro le sue mura, in questo: nella lotta della borghesia immigrata contro la plebe originaria e il proletariato: elementi prettamente indigeni della città che per sua natura, e a dispetto di tutto e di tutti, plebea pur nel suo splendore. […]

Colpa ed errore è stato di allontanare «in massa» il popolo dalla città ove aveva il suo lavoro e i suoi traffici e di relegarlo «in massa» in baraccamenti standardizzati, creando delle vere e proprie colonie di misera gente. Gli individui più miseri e spesso, in conseguenza della loro disperata miseria, più tarati socialmente e biologicamente, stretti a congresso e ammassati fuori della città (nella città in un certo modo vivevano in separate persone, e comunque in vicinanza e magari in emulazione della parte sana), quale vantaggio possono avere avuto trasferiti in massa fuori della città, in isole geometriche nell’agro, tagliati fuori ormai dal consorzio? Ma ciò che alla borghesia premeva era solo che il popolo ammassato laggiù avesse il minor numero possibile di contatti con la città. E per perfezionare l’isolamento di questi umili, la borghesia fascista creò un altro tipo di borgata: le cosiddette borgate rurali, come quella di Settecamini e di Borgo Acilia. Si tentò a questo modo di legare alla terra uomini che mai avevano avuto contatti con terra, illudendosi di poter «inventare» in loro dei contadini. E cosa avvenne? Coloro che non amavano né potevano all’istante imparare ad amare la terra affittarono ad agricoli veri il loro appezzamento o lo abbandonarono per ripetere identica la situazione in cui si trovavano le altre borgate. Isole di disperati, dove l’uomo diventa «pezzente», e che se ne vanno disamorate alla deriva.

Giorgio Caproni su Il Politecnico, 1946. Ripubblicato dall’Agenzia letteraria Vicolo Cannery

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