Congedo per assistere cani e gatti: realtà negli Usa ma non solo

di Veronica Segantini
Pubblicato il 9 gennaio 2018 12:51 | Ultimo aggiornamento: 9 gennaio 2018 12:51
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Congedo per assistere cani e gatti: realtà negli Usa ma non solo

Non solo congedo di maternità o paternità: adesso arriva anche quello per chi ha un nuovo cane o gatto. Succede negli Stati Uniti, dove le aziende a caccia di talenti offrono tempo libero retribuito ai proprietari di animali domestici, considerati come i bambini un membro di famiglia, che richiedono assistenza soprattutto nei primi mesi.

La nuova tendenza si sta affermando soprattutto nelle città, dove gli animali domestici sono già accettati in ufficio. Molte aziende offrono l’assicurazione sanitaria per cani e gatti fra i benefit per i proprietari, nella convinzione che dipendenti soddisfatti sono dipendenti più produttivi. ”Non discriminiamo solo perché non sono esseri umani” dice il proprietario di un’azienda che offre tempo libero retribuito ai neo proprietari di animali domestici.

La novità americana, in realtà, ha a suo modo un precedente anche in Italia. Lo scorso ottobre, infatti, una dipendente dell’università La Sapienza di Roma ha ottenuto due giorni di permesso retribuito per assistere il proprio cane che doveva subire un intervento chirurgico. La dipendente, con l’aiuto della Lega anti vivisezione (Lav), è riuscita a dimostrare che la cura dell’animale era un grave motivo personale e giustificava quindi il permesso.

Il cane della donna doveva essere operato per una paralisi alla laringe, e la sua padrona, un’impiegata amministrativa single, non poteva delegare a nessuno l’assistenza. Così ha chiesto due giorni di permesso all’Università per gravi motivi personali e familiari. L’ufficio del personale le ha chiesto di motivare meglio la richiesta, visto che non c’erano precedenti per l’assistenza di animali domestici.

La donna si è rivolta allora alla Lav. Il presidente Gianluigi Felicetti e l’ufficio legale hanno rintracciato alcune sentenze della Corte di Cassazione che stabilivano che la mancata cura di un animale configura il reato di maltrattamenti. A quel punto l’impiegata ha potuto sostenere che, se non avesse assistito il suo cane, avrebbe commesso un reato. E l’ateneo, una volta ricevuto il certificato del veterinario, le ha concesso il permesso.