Amos Oz è morto: addio allo scrittore che sognava la pace tra arabi e israeliani

di redazione Blitz
Pubblicato il 28 dicembre 2018 15:46 | Ultimo aggiornamento: 28 dicembre 2018 20:20
Amos Oz è morto: addio allo scrittore che sognava la pace tra arabi e israeliani

Amos Oz è morto: addio allo scrittore che sognava la pace tra arabi e israeliani

GERUSALEMME – Addio al grande Amos Oz. Il celebre scrittore israeliano, tra i più tradotti in tutto il mondo, si è spento all’età di 79 anni. Era malato di cancro. 

“Il mio amato padre è spirato a causa di un tumore, poco fa, dopo un rapido deterioramento, nel sonno ed in pace, circondato dalle persone che lo amavano”, ha scritto su Twitter la figlia Fania. “Rispettate la nostra privacy. Non potrò rispondervi. Grazie a tutti quanti lo hanno amato”.

Nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939 il suo vero nome era Amos Klausner. Scrittore, saggista, giornalista è stata una delle voci più importanti di Israele. Nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende storiche del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei Fedayyin, la vita nei kibbutz.

Determinante fu il suicidio della madre, avvenuto quando il piccolo Amos aveva appena dodici anni. E il contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica. Da tale dissidio giunse alla decisione di cambiare cognome da Klausner ad Oz, che in ebraico significa “forza”.

Amos Oz è stato una voce di pace in Medio Oriente. Ha prestato servizio sotto le armi, prima con la leva obbligatoria, poi durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e quella dello Yom Kippur nel 1973. Esperienze che lo hanno portato ad essere un attivo fautore del dialogo e della soluzione dei due Stati.

“Una storia di amore e di luce, adesso grandi tenebre”, così lo ha salutato il Capo dello Stato israeliano Reuven Rivlin. “Una immensa tristezza cala su di noi con l’inizio del riposo sabbatico – ha detto – Un gigante della scrittura. Splendore fra i nostri autori. Un gigante dello spirito. Riposa in pace, caro Amos. Ci sei stato una cara compagnia”.  Non usava il computer e sulla sua scrivania aveva sempre due penne Amos Oz: una era quella politica che adoperava quando si “arrabbiava, ma tanto e davvero”, l’altra quella del narratore che stava usando per scrivere il suo nuovo, atteso, romanzo. Ma di un libro si parla quando è finito, perché “mentre si scrive è come essere nella condizione di una donna incinta e una donna in attesa di partorire non dovrebbe mai essere sottoposta ai raggi X”, raccontava lo scrittore lo scorso giugno a Taormina per il Taobuk Festival, che lo ha premiato con il Taobuk Award for Literary Excellence insieme a Elizabeth Strout.

Su quel palco, in una delle sue ultime apparizioni nel nostro Paese, Oz aveva tenuto la sua lectio magistralis, confermando il suo sguardo acceso sul presente, la sua visione di intellettuale sempre in prima linea nella lotta contro le ingiustizie e i conflitti. E aveva puntato il dito sulla politica, diventata, a suo giudizio, “una seconda industria dell’entertainment, del divertimento. E, mi dispiace dirlo, anche molti media non fanno altro che fare del divertimento”.

Si vota, ragionava lo scrittore, con l’idea “che sia una cosa leggera. Il voto, sotto certi punti di vista, è diventato una barzelletta. Ma, bisogna ricordare, e io non sono un leninista, quello che disse chiaramente Lenin: la politica è destinata a perdere se non le daremo la giusta importanza. La politica si è spettacolarizzata e questo ha portato a un disastro enorme che diventerà ancora più colossale se non riusciremo a rivalutare in modo pervicace tutti i veri elementi della democrazia”.

Cittadino appassionato, l’autore di Una storia d’amore e di tenebra, di Giuda e di Cari Fanatici (l’ultimo libro uscito in Italia per Feltrinelli) era arrivato anzi ad ipotizzare la necessità di un esame da far sostenere ai cittadini “prima di votare”. Intanto, diceva, le conseguenze di questa deriva della politica si vedono chiaramente: “Quello che mi colpisce tantissimo dei profughi attualmente in Europa, è la loro sofferenza e la mancanza di speranza. Credo che l’unico modo per risolvere il problema sia quello di affrontarlo a casa loro. Se si fosse fatto qualcosa in passato per risolvere i problemi del terzo mondo non ci troveremo in questa situazione ora”.

Anche quello che sta succedendo in America, sosteneva, non lascia grandi speranze: “Non dovrebbe mai esserci una situazione in cui i figli vengono divisi dai genitori. L’ultima volta che vennero separati i figli dai genitori fu nell’epoca nazista”. Per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina, suggeriva, Trump dovrebbe piuttosto “cercare di trovare una riconciliazione, di lavorare per raggiungere un equilibrio tra i paesi ricchi e quelli meno ricchi. Non ci sono alternative”.

Quanto alla pace, spiegava, ce n’è di due tipi: “Quella che si raggiunge quando si muore, e la pace pragmatica, quella che mi auguro ci possa essere tra Israele e la Palestina”. Lo Stato palestinese e lo Stato israeliano, questa l’opinione sostenuta da Oz, “dovrebbero, se non andare totalmente d’accordo, almeno convivere. Quella tra Israele e la Palestina è una vera e propria tragedia, una lotta tra due parti che sostengono entrambe di avere ragione e spesso hanno entrambe torto”. E le tragedie si possono risolvere in due modi: “Shakespeariano, con il palco costellato di cadaveri e dove magari c’è anche la possibilità di fare prevalere la giustizia. Oppure in modo cechoviano, con molta infelicità e delusione, però lasciando tutti gli attori vivi. Bisogna capire che cosa significa un lieto fine, se scegliere la tragedia oppure no”.