Cairo Automobile Club, l’intervista ad ‘Ala al-Aswani: “Scrivo romanzi vivi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 ottobre 2014 12:23 | Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2014 12:23
Cairo Automobile Club, l'intervista ad 'Ala al-Aswani: "Scrivo romanzi vivi"

Cairo Automobile Club, l’intervista ad ‘Ala al-Aswani: “Scrivo romanzi vivi”

ROMA – Lo scrittore egiziano ‘Ala al-Aswani, da dentista al Cairo è diventato uno scrittore famoso grazie alla sua testardaggine e a uno dei più bei romanzi degli ultimi tempi a livello mondiale, “Palazzo Yacoubian”, un libro avvincente e anche illuminante sul livello di corruzione e di mafiosità in Egitto e sul processo di formazione di un giovane da aspirante poliziotto a terrorista islamico.

L’intervista a Libero.

Anche se la casa editrice egiziana più importante gli aveva negato la pubblicazione Ala al-Aswani ha tenuto duro.

Il giorno del suo 41esimo compleanno gli telefonarono: «Non ti pubblicheremo mai», e riattaccarono.

Fu il compleanno più triste in assoluto. Poi un piccolo editore – all’ultimo tentativo – accettò Palazzo Yacoubian (2002), che in alcune settimane bruciò 250.000 copie nel solo Egitto. Quel romanzo – su un condominio e i suoi occupanti – sarebbe diventato un libro capace di rompere i tabù arabi del sesso e dell’omosessualità. Lui è Ala al-Aswani e di professione fa il dentista in un quartiere elegante del Cairo.

Il suo ultimo romanzo, Cairo Automobile Club (Feltrinelli, pp.488, euro 19), è ambientato nei locali delabré di un club dove il re onora della sua presenza i soci partecipando a estenuanti maratone di poker.

Il vero protagonista è però il Kao, il suo camerlengo, una specie di segretario plenipotenziario attorno al quale ronza un sistema di corruzione e di personaggi colorati come coriandoli.

Il suo libro somiglia molto a Cent’anni di solitudine di García Márquez per la folla di personaggi e la storia indipendente di ognuno.

«Che onore. Gabo è stato un grandissimo. Ho imparato lo spagnolo grazie a lui».

Lei sognava di fare lo scrittore oppure lo è diventato per caso?

«È stato sempre il mio sogno, fin da quando avevo dieci anni. Mio padre era un romanziere e un avvocato, e io ero figlio unico. Vivevo attaccato a lui. La medicina mi ha poi condotto alla letteratura».

Cosa vuol dire?

«La medicina in sé è la professione liberale più prossima alla letteratura. Il medico è ogni giorno a contatto con la sofferenza dell’uomo. La letteratura è come la vita quotidiana, ma ne incarna la parte più bella e più significativa. Sono convinto che esistano dei rapporti molto stretti tra letteratura e medicina. Pensi soltanto a quanti medici sono diventati scrittori… Cechov oppure Celine, due giganti, e potrei andare avanti… Esiste un’osmosi profonda, intima, tra le due arti».

Come si sente oggi a essere uno degli autori islamici più tradotti al mondo?

«È straordinario. Anche se in Egitto non è possibile vivere solo di scrittura. Bisogna fare pure altro. Io faccio il dentista da 30 anni. Solo da poco guadagno anche come scrittore. Sono tradotto in circa 35 Paesi, ma non lascerei mai la mia professione».

I suoi pazienti entrano nelle sue storie, o meglio: le storie arrivano a trovarla nel suo studio?

«Certo. Ma ci dobbiamo intendere bene. Se io trasferissi di peso le storie dei miei pazienti sulla carta,sarebbe davvero poco professionale. Diciamo che il mio studio è anche un luogo di incontro. È la finestra attraverso cui osservo il mondo. A volte registro dentro di me comportamenti, reazioni emotive, volti. Molto spesso la medicina aiuta a decifrare certi comportamenti mentre la letteratura li descrive».

Come riesce a rendere così vivi i suoi romanzi?

«Le rispondo con le parole di Giangiacomo Feltrinelli: al di là delle classificazioni, esisto – no romanzi morti e romanzi vivi. Io scrivo solo romanzi vivi».

Lei si dichiara indipendente, ma è stato uno dei principali oppositori sia di Mubarak – prima della rivoluzione – sia di Morsi (fa parte del movimento di opposizione Kifaya, cioè “Basta così”, ndr).Quanto conta la politica nella sua scrittura?

«Prima di tutto bisogna intendersi su cosa significhi fare politica, perché è una espressione ampia. Io non sono un politico di professione, ma sono indipendente fino al midollo. Non ho mai accettato denaro governativo, non ho ricoperto cariche istituzionali o parlamentari e non mi sono mai candidato a un seggio dello Stato. La mia indipendenza è la cosa più preziosa che ho. La primavera araba è stata molto importante per l’Egitto, ma dopo c’è stato un Morsi che si era posto al di sopra della Costituzione. Il problema più urgente dell’Egitto è la democrazia. Io faccio politica nei miei romanzi nella misura in cui cerco di essere il più impegnato possibile nella difesa dei diritti umani e dei principi elementari della democrazia».

Qual è la situazione attuale dell’Egitto?

«L’Egitto deve attendere. L’intervento militare (che ha scalzato Morsi, ndr) ha avuto comunque la sua importanza e utilità».

Quante vite ha vissuto finora?

«Tre. Il dentista, lo scrittore e il fotografo».

Il fotografo?

«Sì, da intendersi come colui che scatta nel cervello le instantanee riservate di chi incontra».

Sta per venire in Italia (lunedì al Salone Off 365 di Torino, poi alle librerie Feltrinelli di Milano e Roma).

«Sì. Il vostro è un Paese dove la crisi è visibile, ma è straordinario. Possedete cose che non si possono comprare».

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