Chi non gioca è malato: un nuovo libro spiega il perché

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 Settembre 2015 16:54 | Ultimo aggiornamento: 22 Settembre 2015 19:17
 Chi non gioca è malato: un nuovo libro spiega il perché

“Chi non gioca è malato”: il nuovo libro di Norbert Bolz

ROMA – Chi rinuncia al gioco sbaglia, perché l’azzardo, come il calcio e i social games, sono fondamentali nella vita dell’uomo. A sostenerlo è un professore universitario tedesco, Norbert Bolz, nel suo nuovo libro intitolato “Chi non gioca è malato” (Toro Edizioni), presentato a Roma il 22 settembre presso la Fondazione Marco Besso. Fin dall’antichità l’uomo ha sempre dato un grande valore al gioco, in nome del puro piacere, fine a se stesso. Una libertà che, secondo Bolz, l’uomo moderno ha perso, quando dal XIX secolo in poi la religione ha iniziato a sostenere solo l’importanza del lavoro, privandolo del diritto al piacere, in nome di una visione puritana della vita.

I fatti hanno tuttavia dimostrato che l’uomo ha iniziato a giocare meno e non a rinunciare completamente alla sua passione. Anzi, il fascino verso una realtà così diversa dalla quotidianità, perché casuale e poco controllabile, è diventata sempre più forte nel giocatore. “Nei giochi di fortuna gli uomini sono tutti uguali, tutti sono attratti dalla seduzione della casualità”, spiega lo scrittore. L’Homo Ludens (“quello che gioca”) è agli antipodi dell’Homo Oeconomicus, quello perennemente informato, che punta a seguire le regole del mercato per accrescere la sua ricchezza. Il comportamento di quest’ultimo è sempre pilotato e conseguentemente poco felice. Ma non solo. Per Bolz, “coloro che non possiedono la sensibilità per il gioco non hanno un animo gentile” e citando il teorico e sociologo canadese Marshall McLuhan, arriva ad affermare che “una società senza gioco fa sprofondare l’uomo in una tranche che lo rende simile a uno zombie”.

Reprimere l’impulso al gioco, così come al sesso, non è un’azione che rema in favore della nostra felicità. Il processo di civilizzazione e il benessere commerciale hanno reso il mondo più noioso e poco disincantato. Solo attraverso i mezzi di intrattenimento possiamo correre ai ripari, rendendo la vita degna di essere vissuta. Il gioco svolge un ruolo fondamentale da questo punto di vista. “Non esiste miglior metodo curativo contro la depressione che il piacere per il gioco (…) Il contrario però significa che chi non gioca è malato oppure si ammala”, spiega l’autore, che si oppone a quanti etichettano il mondo del gioco come puro escapismo, vigliaccheria e voglia di fuggire dalla realtà in cui è immerso. L’Homo Ludens non è passivo, ma una persona che compie un’azione soddisfacente in quanto tale, perché comporta più o meno nell’immediato una risposta. O si perde o si vince.

Chi gioca non è malato, ma utilizza i soldi in un modo diverso rispetto al consumatore che li spende al supermercato o all’imprenditore che li investe per la sua azienda. La sua è solo apparentemente un’azione poco cosciente. Non si tratta di mancanza di serietà, ma di volontà precisa di immergersi in un universo a sé dove, a differenza del mondo reale, niente è in ordine. Il futuro non conta nell’istante in cui si gioca alle slot, conta l’attimo, quei 30-40 secondi in cui il giocatore ha già soddisfatto un suo bisogno: ha goduto, si è eccitato. Ciò, ovviamente, porta a vivere in modo più pericoloso, perché la libertà ha un prezzo. Lo sanno bene tutti gli sportivi che sfidano i limiti imposti dalla natura. Il loro spirito di avventura ha molto in comune con chi fa una puntata azzardata al casinò.

Che posto ha la ludo-dipendenza in questa concezione positiva del gioco? Bolz non ne nega l’esistenza, semplicemente minimizza il problema, perché la dipendenza non è propria solo del gioco. Si può essere dipendenti dallo sport, dal sesso, dal cibo, dalla voglia di acquistare prodotti. Si può arrivare a non fare a meno di sigarette e alcol, che, a differenza del gioco, immettono nel corpo sostanze estranee per provocare benessere. “Se proprio ha un senso paragonare la ludo-dipendenza con lo stato di ebrezza del drogato possiamo farlo paragonando lo scopo originario della droga e del gioco. Allo stesso modo della droga anche il gioco vuol fare inebriare”, specifica Bolz.  Quest’ultimo si spinge ancora più oltre affermando che “il piacere del gioco, ossia il piacere della vita, presuppone la buona disposizione a lasciarsi sedurre (…) Chi non lo conosce, non vive”.