“Il coraggio della disperazione” di Slavoj ŽiŽek: il libro sulle tensioni del nostro tempo

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 27 luglio 2018 7:16 | Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2018 22:05
"Il coraggio della disperazione" di Slavoj ŽiŽek

“Il coraggio della disperazione” di Slavoj ŽiŽek: il libro sulle tensioni del nostro tempo

ROMA – Se cercate un libro di stringente attualità, e che offra una riflessione articolata da una prospettiva inedita, “Il coraggio della disperazione” del pensatore sloveno Slavoj ŽiŽek, fa sicuramente al caso vostro [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play]. Infatti, seppur pubblicato in Italia nel 2017, è un libro che potrebbe essere stato scritto ieri.

I temi più importanti che ci portano dentro alle tensioni del nostro tempo ci sono praticamente tutti: dal predominio del capitalismo globale alla crisi delle istituzioni europee, dalle contraddizioni che investono le grandi potenze mondiali al rapporto complicato tra e con le religioni, dal terrorismo alla tutela dei diritti dei più deboli, dalle difficoltà dei modelli democratici all’annosa sfida dell’immigrazione, fino ad arrivare a quello che l’autore definisce “tentazione populista”; e non c’è dubbio – chi ha già letto ŽiŽek lo sa – che la punta della sua penna è ben acuminata, non bada a fare sconti a nessuno e scrive parole radicali.

Il libro è composto di due parti: la prima, “Alti e bassi del capitalismo globale”, e la seconda, “Il teatro d’ombre dell’ideologia”. Sei capitoli in totale, quattrocentodieci pagine che ŽiŽek riempie con le sue analisi ma anche con i contributi di molti altri importanti autori; un parterre de rois di tutto rispetto: Stiglitz, Sloterdijk, Badiou, Habermas, Beck, Rifkin, tanto per citarne alcuni, ma soprattutto Lacan ed Hegel che egli considera essere suoi maestri.

Quindi, in sintesi, chi leggerà questo libro, troverà lo ŽiŽek-pensiero socializzato, confrontato e misurato con quello di molti altri intellettuali. Appunto, lo ŽiŽek-pensiero. Nella prima parte è concentrato soprattutto sui mali del capitalismo globale, e se l’analisi iniziale coglie gli aspetti più costitutivi e preoccupanti di questo sistema economico-sociale e gli effetti che produce nelle vite di chi sta dentro e fuori di esso, nella più attenta interpretazione che segue nello scorrere delle pagine, l’autore mette l’accento sulle vicende di due grandi paesi, Grecia e Cina, che considera essere i casi più significativi per capire le dinamiche “del capitale”. ù

Ed allora l’autostrada che così facendo si apre davanti allo studioso sloveno sembra non avere fine: Syriza ed il drammatico corpo a corpo con la Troika in Grecia ad esempio diventa oggetto di approfondimento serrato, oppure la Cina che sperimenta un socialismo dentro ad un’economia di mercato ed il confucianesimo come strumento di controllo sociale, un binomio da sviscerare e capire. Ma ciò che preoccupa e desta veramente lo sguardo di ŽiŽek è la crescente presenza nelle nostre società di fattori decisivi per nuove divisioni di classe, che da una parte cibano il capitalismo e dall’altra stratificano le ragioni per una nuova lotta di classe.

Ed è questo il trampolino dal quale lo ŽiŽek-pensiero si tuffa nella seconda parte del libro, ovvero, come egli stesso la definisce “il teatro ideologico nel quale si combattono le battaglie politiche ed ideologiche”. Lo sforzo che compie è di comprendere ad esempio più nel profondo, oltre le interpretazioni comuni, i convincimenti che muovono la minaccia terroristica: “il punto non è se siano vere le recriminazioni che determinano l’azione terroristica, ma il programma ideologico che emerge in risposta alle ingiustizie” (pagina 196); ed ancora: “nella violenza fondamentalista non c’è alcun potenziale di emancipazione, per quanto pretenda di essere anticapitalista: invece si tratta di un fenomeno connaturato all’universo capitalista e globale” (pagina 233).

Fondamentalismo religioso, terrorismo ed immigrazione sono le asticelle che iniziano a delimitare il recinto dentro al quale ŽiŽek sviluppa il suo ragionamento, che nel passare delle pagine si fa sempre più radicale: “allora anziché riconoscerci negli stranieri e cullarci nella menzogna rassicurante che «loro sono come noi», dovremmo riconoscere lo straniero in noi stessi” (pagina 240), ed allo stesso tempo realista più del re: “ […] gli esseri umani in generale non sono buoni ma degli egoisti perversi […] il compito allora non è quello di idealizzare i rifugiati, ma di accettarli per come sono, uguali a noi non nella loro umanità, ma nell’opportunismo senza scrupoli, nelle perversioni meschine (pagina 243).

“La semplice arte di defecare in pubblico” è il simpatico titolo del paragrafo che apre l’ultimo capitolo, quello dedicato ai populismi. Leggendolo è chiaro che Trump, ad esempio, non sia per l’autore un punto di riferimento positivo al quale guardare con ottimismo. Anzi, per descrivere il livello di degrado raggiunto dal dibattito pubblico scomoda addirittura uno dei due suoi maestri guida, Hegel, e quelle che chiamava “Sittlichkeit”, ovvero “il denso retroterra di regole della vita sociale […] che ci dice cosa possiamo e non possiamo fare” e che nella nostra società sono ormai, secondo ŽiŽek – ma come non dargli ragione – , in dissolvenza, sostituite ad un approccio che non conosce più limiti. ŽiŽek arriva addirittura a porre all’attenzione del lettore un tema che ad una prima analisi sembrerebbe destinato all’irrilevanza: le buone maniere. E lo fa senza sfumare la questione: “le buone maniere importano eccome – nelle situazioni di tensione sono questioni di vita o di morte, una linea sottile che separa civiltà e barbarie” (pagina 310).

Ma la realtà è un’altra, e nel proseguire la disamina sui populismi fa sempre più spesso riferimento al “mondo della vita”, ovvero quello spazio nel quale i problemi si manifestano nella loro drammaticità. È da qui che qualsiasi nuova ideologia, che voglia seriamente elaborare risposte adeguate alla precarietà della gente comune, dovrebbe trovare ispirazione e terreno fertile.

E ŽiŽek non ha dubbi, nel finire del saggio, ad affermare che “nei prossimi anni, il principale terreno di battaglia sarà l’Europa, e la posta in gioco sarà quel nucleo di valori di emancipazione che la cultura europea ci lascia in eredità” (pagina 390).

“Il coraggio della disperazione” è un libro che non brilla di ottimismo, ma nelle sue foschie lascia comunque spazio ad un po’ di luce: “la soluzione è maturare una piena consapevolezza dell’insieme esplosivo di interrelazioni che rendono pericolosa la situazione complessiva. Una volta che l’avremo fatto, una volta che avremo trovato quel coraggio che viene dalla disperazione, dovremo avventurarci nell’impresa lunga e difficile di cambiare le coordinate della situazione intera. Nulla di meno va fatto.” (pagina 386).

“Il coraggio della disperazione” di Slavoj ŽiŽek, Ponte alle Grazie Editore, € 20,00, pp.410.