Cortina D’Ampezzo. Andrea Franceschi “sindaco in esilio” dopo il blitz del Fisco

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Luglio 2013 10:31 | Ultimo aggiornamento: 24 Luglio 2013 10:31
Cortina D’Ampezzo. Andrea Franceschi “sindaco in esilio” dopo il blitz del Fisco

Cortina D’Ampezzo. Andrea Franceschi “sindaco in esilio” dopo il blitz del Fisco

CORTINA D’AMPEZZO –  “Io, sindaco di Cortina, mandato in esilio per aver detto no ai blitz del Fisco”. Andrea Franceschi, sindaco di Cortina d’Ampezzo, nel 2011 si schierò contro i “blitz di Capodanno” dell’Agenzia delle Entrate nella sua città. Ora Franceschi è stato colpito da un divieto di dimora nella sua città, un “esilio” che racconta nel libro “Un sindaco in esilio” e di cui Il Giornale riporta alcuni passaggi.

Franceschi nel suo libro descrive il ricordo del blitz del Fisco nelle strade di Cortina, definendolo un’azione “da Stato di polizia”:

“Facile immaginare che il 30 dicembre sia, per ogni località di alta mon­tagna, una delle giornate più intense dell’anno. E fu pro­prio il 30 di­cembre 2011 che ot­tanta membri dell’agenzia del­le Entrate piombarono a Corti­na per un’azione che io definii da Stato di polizia. Prima di tut­to, mi preme sottolineare che Cortina d’Ampezzo non è un territorio in lotta con la legge come è stato dipinto da qual­cuno. Anzi, è un territorio (…) virtuoso, come la stessa agen­zia delle Entrate avrebbe potu­to testimoniare se avesse pub­blicizzato gli esiti del blitz con la stessa veemenza e aggressi­vità con le quali si era impe­gnata a sbandierarne ai quat­tro venti l’esecuzione”.

Tanta la pubblicità che l’Agenzia delle entrate diede al blitz, ma solo “una manciata” di situazioni si rivelarono effettivamente anomale:

“Lo dico perché è bene si sap­pia che su oltre mille partite Iva gli ispettori dell’agenzia ne individuarono trentacin­que definite «le più a rischio», tra le quali solo una manciata risultarono poi essere effetti­vamente anomale. Un risulta­to assolutamente fisiologico, che non avrebbe, però, giusti­ficato lo spiegamento di for­ze, l’approccio terroristico e i danni d’immagine che fecero scappare molti clienti da Cor­tina (…) che mal sopportava­no di venire in vacanza solo per essere circondati da agen­ti in borghese e posti di blocco che ti facevano rovesciare il con­tenuto della spe­sa nel bagagli­aio”.

La verità del raid, per Franceschi, non era combattere l’evasione ma “mandare un segnale”:

“Un segnale di guerra rivolto dal governo Monti al suo stes­so paese, da lì a poco chiama­to a un salasso generale dal quale non sarebbero, però, stati esclusi quelli con il Suv. Anzi, dimostrare che «i primi a pagare saranno i ricchi» fu la ragione alla ba­se del raid: un’operazione solo e unicamen­te mediatica (…)”.

Il sindaco di Cortina si lamenta dell’immagine della città, dipinta come “la Gomorra delle Dolomiti” la definisce una “violenza”:

“Fu una vera violen­za e fu molto triste pensare che a infliggere questo colpo gravissimo a un territorio pro­duttivo e onesto fosse stato proprio l’intervento dello Sta­to italiano. (…) Cortina fu vitti­ma, non colpevole, e io avevo non solo il diritto, ma anche il dovere di difenderla con forza e coraggio”.

Poi dopo il blitz, la giustizia rivolge la sua attenzione a Franceschi, che viene arrestato e condannato all’esilio:

“La Procura della Repubblica di Belluno dà credito alle accuse di una dipendente scontenta e un intero paese viene investi­to dalla bufera. Ho passato ventun giorni agli arresti do­miciliari, oggi ho il divieto as­so­luto di mettere piede nel ter­ritorio di Cortina e affronto un lungo processo.

Il 22 maggio 2012 oltre venti uomini della Guardia di finanza arrivano da Belluno all’alba. Suonano a casa e, poi, iniziano la per­quisizione. Stessa scena in Co­mune. L’impianto accusato­rio parte dalle dichiarazioni di una dipendente comunale scontenta, Emilia Tosi (…) Vie­ne sentito dai magistrati an­che l’ex comandante dei vigili urbani Nicola Salvato, in qua­lità di parte lesa, perché, nelle intercettazioni durate per ben sei mesi, sarebbe stato vit­tima di pressioni da parte mia e di alcuni assessori affinché smettesse di tartassare i citta­dini con multe e autovelox. (…).

Ad aprile 2013 la svolta. Il 24 del mese mi vengono notifi­cati gli arresti domiciliari. L’accusa è di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e violenza pri­vata relativamente all’asse­gnazione del servizio di moni­toraggio della raccolta dei ri­fiuti”.

Franceschi, lontano dalla sua città, non può più esserne sindaco costretto ai domiciliari lontano da Cortina:

“Visto che secondo l’accu­sa ho debordato nel mio ruolo di sindaco, era probabile che, prima o poi, lo facessi ancora. E quindi mi è stata data una li­mitazione della libertà perso­nale molto più pesante, per ot­tenere lo stesso risultato: im­pedirmi di continuare a fare il sindaco. Il tutto con il messag­gio, neppure troppo implici­to: «Se ti dimetti, torni libe­ro ». Ma, anche se questa sa­rebbe la scelta più comoda, non lo farò”.