Democrazia stanca: basta elezioni, ora sorteggio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Settembre 2015 11:06 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2015 11:06
Democrazia stanca: basta elezioni, ora sorteggio

Democrazia stanca: basta elezioni, ora sorteggio

ROMA – Se la politica arranca, perde pezzi, credibilità e consenso, se di conseguenza la democrazia è stanca e malata, la ricetta per rivitalizzarne la funzione è abbandonare il “fondamentalismo elettivo”, rinunciare cioè alla liturgia del voto e tirare a sorte. Meglio, affidiamoci al sorteggio delle cariche pubbliche, vero esempio di democrazia diretta.

E’ la tesi di un valido e apprezzato intellettuale belga, certo non tacciabile di qualunquismo o disprezzo per le istituzioni democratiche: David Van Reybrouck, 40 anni professore all’Università di Lovanio, ha scritto un saggio politico che fa discutere, “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” (Feltrinelli). La tesi non è nuova, basta ripensare a Jean Jacques Rousseau, ma suona allo stesso tempo scandalosa e inattuale quanto utile e illuminante.

La democrazia soffre di “sindrome di stanchezza” almeno quanto i cittadini elettori, nonostante il mondo sperimenti con sempre maggior entusiasmo le sue istituzioni. Da una parte abbiamo il record di 117 democrazie elettive su 195 nazioni. Dall’altra i dati sulla disaffezione verso le istituzioni democratiche per esempio in Europa hanno da tempo superato i livelli di guardia: la fiducia nei confronti della Ue è passata dal 50% del 2004 al 33% del 2012, mentre la fiducia verso i parlamenti è scesa al 28% e quella nei governi nazionali al 27%.

I sintomi della sfiducia sono sotto gli occhi di tutti. L’astensionismo che delegittima il voto, la sfiducia nei politici anche quando stanno al Governo (succedeva il contrario), la crisi nella partecipazione alla vita dei partiti, il disimpegno, la frustrazione per le lunghezze burocratiche nell’assumere decisioni, la volatilità elettorale… Di qui la provocatoria proposta di Van Reybrouck.

Muovendo da una suggestione celebre (quella di Jean-Jacques Rousseau, il quale considerava il sorteggio il metodo migliore per l’assegnazione delle cariche pubbliche in un sistema che attribuisce la sovranità al popolo), si avventura in una sorta di inchiesta sul malandato stato di salute delle nostre democrazie liberali diventate «democrazie del pubblico» (secondo la formula di Bernard Manin, tra i numi tutelari dell’autore, nonché il politologo che ha riportato alla luce la frattura esistente in seno al pensiero repubblicano, ancora lungo tutto il ’700, tra i fautori dell’elezione e quelli dell’estrazione a sorte dei rappresentanti). (Massimiliano Panarari, La Stampa).