La fine della fine della terra, il saggio di Jonathan Franzen che si misura con la complessità del presente

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 11 giugno 2019 7:39 | Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2019 19:59
La fine della fine della terra, il saggio di Jonathan Franzen che si misura con la complessità del presente

La fine della fine della terra, il saggio di Jonathan Franzen che si misura con la complessità del presente

ROMA – Non tutti lo fanno, ma tra i romanzieri, c’è chi scrive anche saggi. È il caso di Jonathan Franzen, che con questo libro, “La fine della fine della terra”, si misura con la complessità ed i temi del presente. Tra i più importanti scrittori statunitensi, autore di romanzi influenti come “Le correzioni” e “Libertà”, Franzen non è nuovo a questo tipo di intervento: nel 2003 pubblica una prima raccolta di saggi dal titolo “Come stare soli”, si ripete nel 2012 con “Più lontano ancora”, e soprattutto ne scrive regolarmente sul “The New Yorker”. A questo punto però, prima di andare avanti, è opportuno fermarsi a riflettere su una questione generale.

Non è automatico che un talentuoso romanziere di successo sia capace anche nella saggistica, o uno stimato saggista si scopra essere William Faulkner; certo, capita, ma la possibilità che nella stessa persona si annidi una duplice qualità che si esprima ad alti livelli, non è per niente scontata. Tuttavia, nel caso dei romanzieri, il tentativo di essere anche “pensatori” è un’eventualità che quando accade conviene accogliere con curiosità, e questo per almeno due motivi: intanto aiuta ad elaborare, nel bene e nel male, un profilo più completo dello scrittore – diciamo a conoscerlo meglio -, ma soprattutto consente l’accesso ad uno sguardo inedito sul mondo, di chi è solito penetrare ed interpretare la realtà attraverso la finzione letteraria, e questa visione, talvolta si rivela essere un’esperienza densa di significato ed interesse. Bene, proseguiamo.

Il saggio deve essere “una micronarrazione personale e soggettiva”, afferma Franzen nel primo dei sedici testi raccolti nel libro, e non c’è dubbio che tale impronta pervada dall’inizio alla fine questo lavoro, soprattutto dove le parole si fanno sintesi. Ne è esempio estremo “Dieci regole per scrivere narrativa”, un elenco che non supera, per lunghezza, una pagina – esattamente la 117 – e nel quale Franzen condensa alcuni consigli per esercitare al meglio “il mestiere di scrivere”, direbbe Raymond Carver.

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Tanto per dare un’idea citiamo la prima regola, “Il lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore”, e l’ultima, “Bisogna amare per poter essere implacabili”. Alla narrativa sono dedicate anche altre pagine, talvolta autobiografiche, come nel caso di “Un’amicizia”, struggente narrazione dell’intenso legame che unisce Franzen a due grandi scrittori americani: William Tanner Vollmann e David Foster Wallace; oppure “Un partecipe interesse”, saggio su Edith Wharton scritto in occasione del centocinquantesimo compleanno. Ma sbagliereste a pensare questo libro “filo letterario”, perché invece tende a costruirsi con più determinazione altrove, su temi caldi ed ineludibili che vedono Franzen sulle barricate.

Uno su tutti: il riscaldamento climatico e l’ambiente in generale. Vediamo. Appassionato di birdwatching – cioè l’hobby di chi osserva gli uccelli in natura – Franzen racconta alcuni suoi viaggi alla ricerca dei migliori luoghi dove praticarlo. Egitto, Albania, Giamaica, le Isole Farallon, l’Africa orientale e l’Antartide, sono le mete che raggiunge e dalle quali prende spunto non solo per produrre una serie di resoconti dove manifesta ovviamente tutta la sua passione, ma anche per esprimere contrarietà ed opposizione per le azioni umane che provocano l’estinzione di molti pennuti. I primi a salire sul banco degli imputati sono i cacciatori, soprattutto quelli italiani, che Franzen a più riprese marchia senza tentennare: “i cacciatori e i bracconieri italiani sono i più famigerati” (pagina 74), “Durante la mia settimana in Albania non ho visitato neppure una zona protetta in cui non vi fossero cacciatori italiani, benché la stagione della caccia fosse finita anche nelle zone non protette. Gli italiani usavano richiami illegali con registrazioni di alta qualità, e sparavano quanto volevano a tutto ciò che volevano” (pagina 78).

Ma i risentimenti di Franzen vanno ben oltre, e le polemiche più pungenti le riserva agli ambientalisti, ritenuti troppo concentrati sui cambiamenti climatici e poco sensibili a quelle che per lui sono le vere questioni da affrontare nell’immediato: “Non dico che non dovrebbe importarci se le temperature globali saliranno di due o sei gradi in questo secolo… La domanda è se tutti coloro che tengono all’ambiente siano obbligati a dare precedenza assoluta al clima.” (pagina 50). Franzen evidenzia che in realtà, nel caso degli uccelli, i cambiamenti climatici sono un pericolo lontano e indiretto: “se da un lato autorevoli ricerche scientifiche stimano che ogni anno, solo negli Stati Uniti, le collisioni ed i gatti uccidono più di tre miliardi di uccelli, dall’altro nessuna singola morte di uccello può venire attribuita con certezza ai cambiamenti climatici, e ancora meno a qualunque azione intrapresa o non intrapresa dai comuni cittadini per influire sul clima” (pagina 45).

Se cacciatori per un verso ed ambientalisti per un altro escono da questo libro a muso lungo, non può certo felicitarsi il “capitalismo in iperguida”, come Franzen lo definisce a titolo di un altro saggio, dedicato al rapporto tra nuove tecnologie e relazioni umane. Lo spunto gli arriva da un libro scritto dalla sociologa Sherry Turkle, “La conversazione necessaria”, dal quale Franzen si muove per addentrarsi nei meandri del mondo digitale e nei cambiamenti che questo produce sulle nostre vite: “La tecnologia digitale è un capitalismo in iperguida, che inietta la sua logica del consumo e della promozione, della monetizzazione e dell’efficienza in ogni minuto della nostra vita” (pagina 72). Ed anche su questo tema, Franzen, non sconta niente: “Forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità gratuità di Google, il conforto di Facebook e la fidata compagnia di un iPhone” (pagina 72). Insomma, questo e molto altro troverete nel libro. Per chi non ha mai letto Franzen si confronterà con uno stile divulgativo particolare ed un approccio schietto; per i veterani invece una conferma, Franzen non rinuncia a Franzen, ed è lui stesso a ribadirlo: “il tentativo di scrivere un saggio sincero non altera la molteplicità dei miei io; rimango contemporaneamente il possessore di un cervello rettiliano incline alla dipendenza, una persona ansiosa per la propria salute, un eterno adolescente, un depresso che cerca di curarsi da sé” (pagina 7), evviva la sincerità.

“La fine della fine della terra”, di Jonathan Franzen, Einaudi, pp. 216, € 18,50