Globalizzazione, fin dal Medio Evo…Un libro di Paolo Grillo spiega come

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 18 Aprile 2020 6:34 | Ultimo aggiornamento: 17 Aprile 2020 20:08
Globalizzazione, fin dal Medio Evo...Un libro di Paolo Grillo spiega come

Globalizzazione, fin dal Medio Evo… Un libro di Paolo Grillo spiega come

La globalizzazione non è un fenomeno recente e l’eurocentrismo un concetto discutibile se accostato al Medioevo.

A presentare questa tesi è Paolo Grillo nel saggio storico “Le porte del mondo”, recentemente pubblicato da Mondadori in una bella edizione per la collana “Le scie”.

Paolo Grillo insegna Storia Medievale all’Università degli studi di Milano, e si sente.

Maneggia criteri e strumenti storiografici con molta cura, e pur essendo accademico, riesce a non esserlo mai.

Grazie ad un argomentare semplice che non rinuncia però a mantenere alto il livello della riflessione.

Divulgativo potrebbe essere il termine esatto, ma forse toglierebbe qualcosa a questo lavoro, che effettivamente esprime molto di più.

Ecco, diciamo che può rappresentare un buon punto di equilibrio tra accessibilità e rigore della ricerca.

Ma di cosa parla in concreto questo libro?

Il sottotitolo è abbastanza esplicito e fa bene il suo lavoro: “L’Europa e la globalizzazione medievale”.

Cercando però di fare un passo in più, si può dire che racconta il grande processo di cambiamento, la mutazione dei confini culturali, geografici e commerciali, che interessò gli anni che vanno da inizio 1100 a fine 1300.

Una porzione di tempo nella quale i limiti delle antiche conoscenze, sulle terre oltre il Medio Oriente e a sud del Sahara, spinsero gli europei verso “una grande stagione di «globalizzazione» ante litteram”, si legge nella quarta di copertina.

Ma non fu l’uomo europeo a muoversi per primo.

Grillo lo puntualizza subito, fin dai capitoli iniziali, nei quali ricompone la storia dei cavalieri tartari, venuti dall’Oriente già nel 1237 a predare le regioni che si estendevano ad ovest.

“Con la conquista dei principati russi e l’assoggettamento delle popolazioni nomadi stanziate a nord del Mar Nero, i mongoli erano giunti a contatto con la cristianità occidentale sui confini della Polonia e dell’Ungheria (pagina 34).

Quindi, questa globalizzazione, che il sociologo Luke Martell definirebbe “premoderna”, si sviluppa originariamente in senso inverso rispetto ad una visione eurocentrica.

Ce lo dimostra nel quarto capitolo frate Giovanni da Pian del Carpine, che il 16 marzo del 1245 attraversò l’Europa per giungere ai confini fra Mongolia e Manciuria.

Portava con sé una controversa proposta di pace che papa Innocenzo IV poneva al capo dei mongoli, khan Güyük.

Tornato a Lione, dopo due anni e mezzo di viaggio, il prelato stese una relazione per il pontefice.

Il testo di frate Giovanni contribuì, nella metà del XIII secolo, a cambiare radicalmente la percezione dei mongoli e della loro civiltà.

“Per la prima volta, agli occhi degli europei, le terre d’Oriente venivano sottratte al mondo delle leggende e dei miti ed entravano a far parte di un mondo umano e reale, con il quale si poteva combattere, trattare e, perché no, provare a predicare il Vangelo” (pagina 61).

Ma frate Giovanni da Pian del Carpine non fu l’unico ad intraprendere il cammino verso
l’Oriente.

Altri religiosi si misurarono nel tempo con la grande avventura: ad esempio frate Guglielmo di Rubruck, in viaggio nella primavera del 1253.

O frate Giovanni da Montecorvino, francescano, che raggiunse Khanbaluc – l’odierna Pechino – nel 1294.

“La presenza cattolica in Cina sembrava insomma ormai definitivamente consolidata. I francescani assicuravano il dialogo con la corte mongola, predicavano e ogni tanto ottenevano qualche conversione.

Soprattutto, però, garantivano la cura d’anime alla comunità dei mercanti occidentali, che in Estremo Oriente rappresentava ormai una realtà radicata e numerosa” (pagina 105).

Quindi, non solo la parola di Dio varcò i confini del mondo allora conosciuto, ma anche il commercio si spinse oltre, verso l’ignoto, alla ricerca di nuovi mercati.

Ed ovviamente Grillo non può che cominciare dalle vicende della famiglia Polo, alla quale dedica tutto il settimo capitolo, per poi avventurarsi nei primi anni del XIV secolo, quando i commerci tra Occidente ed Oriente si strutturano con frequenza e regolarità.

Sono gli anni delle lunghe strade carovaniere, “i grandi itinerari commerciali fra la Cina e l’Occidente che nell’Ottocento presero il nome, affascinante anche se un pò fuorviante, di «vie della seta» (pagina 107).

La Cina era davvero vicina.

Protagonisti furono una nutrita avanguardia di coraggiosi commercianti, uomini come il fiorentino Francesco di Balduccio Pegolotti, autore tra l’altro del libro “La pratica della mercatura”.

O come il genovese Andalò da Savignone, mercante,avventuriero e instancabile viaggiatore.

Tanto per citarne alcuni che compaiono nel saggio.

Ma questo lavoro è anche un giro del mondo nello spazio e nel tempo.

Palermo, Gerusalemme, Costantinopoli, Samarcanda, Pechino, Delhi, l’Anatolia, la catena dei Carpazi, il Mar Nero, Genova, Venezia, Caffa, la Crimea, la Persia, il Caucaso, Alessandretta, la Cina… 

E molti altri ancora, sono i luoghi che nel libro molto ci raccontano di questa storia, che, spinta dal commercio, arrivò anche alle soglie dell’Africa, sulle vie dell’oro.

Così in un istante svanisce ogni cosa che brilla, avrebbe detto a questo punto Shakespeare, perché – e siamo adesso nella porzione finale del libro – la grande stagione della globalizzazione medievale, che caratterizzò il mondo afro-europeo-asiatico, si spense nella seconda metà del Trecento.

Negli ultimi due capitoli Grillo analizza le probabili cause del crepuscolo, ed è come fare indigestione di temi attuali.

Cambiamenti climatici, la peste nera, crescenti disuguaglianze tra popoli e crisi politiche, nonché religiose. Con tutte le dovute distinzioni, il parallelo con il presente è ovviamente immediato e non consola.

Ma “Le porte del mondo” è un saggio storico: la sua ragion d’essere è di tentare di sciogliere i nodi del passato.

Grillo ci prova nelle pagine conclusive. La sua teoria è chiara: gli europei del Medioevo “non si concepivano al centro del mondo” (pagina 242).

“Gli europei erano dunque consci di vivere alla periferia di un mondo ricco, colto e civilizzato. Un mondo multipolare, dove avrebbero dovuto ritagliarsi un ruolo sviluppando il dialogo e i commerci, non certo cercando di imporsi con le armi.

Quelli che si muovevano per l’Asia e, ove riuscivano, per l’Africa erano mercanti, missionari, uomini di cultura e avventurieri, non conquistatori” (pagina 244).

“L’Europa poté respirare un’aria nuova e speziata, un’aria che ne avrebbe condizionato la cultura e l’economia per i secoli a venire.

Un mondo più vasto e più aperto era, all’epoca, prima di tutto un’opportunità di cui approfittare” (pagina 245).

Almeno questo ci rincuora.

“Le porte del mondo. L’Europa e la globalizzazione medievale” di Paolo Grillo, Mondadori, pp. 281, € 22,00.