Il Romanzo di Benito: Pasquale Chessa debunker della storia. I falsi diari di Mussolini e altri clamorosi miti sul Duce

di Daniela Lauria
Pubblicato il 27 febbraio 2019 17:42 | Ultimo aggiornamento: 27 febbraio 2019 18:01
Il Romanzo di Benito: Pasquale Chessa debunker della storia. I falsi diari di Mussolini e altri clamorosi miti sul Duce

Il Romanzo di Benito: Pasquale Chessa debunker della storia. I falsi diari di Mussolini e altri clamorosi miti sul Duce

ROMA – Per smascherare le fake news bisognerebbe imparare dagli storici. E’ questa l’estrema considerazione cui si giunge sfogliando “Il Romanzo di Benito. La vera storia dei falsi Mussolini”, scritto dal giornalista e storico Pasquale Chessa. Un libro che indaga sulla intricata vicenda dei falsi diari del Duce, emersi nel dopoguerra e poi riapparsi a più riprese nel corso della storia d’Italia contribuendo ad alimentare numerose altre leggende mussoliniane. Il volume, edito da Utet, è stato presentato martedì 26 febbraio a Palazzo San Macuto, sede della Biblioteca della Camera dei Deputati. Lì, nella splendida cornice della Sala del Refettorio, l’autore si è confrontato con tre illustri esperti: l’ex direttore dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca, l’ex senatore e docente di Storia Moderna a Torino Miguel Gotor e il giornalista e storico Massimo De Angelis. A moderare l’incontro il critico letterario e direttore di Rai Radio 3 Marino Sinibaldi.

Ne è venuto fuori un dibattito interessantissimo sul tema della falsificazione e della costruzione della memoria storica: la vicenda dei diari è in realtà solo il più eclatante dei falsi miti affrontati dal libro. Una storia di mistificazione che comincia dalla misteriosa morte del Duce. Anzi le molte morti di Mussolini, come certifica Chessa, che ne ha contate almeno una decina di possibili e documentate. Da lì partono le storie sui suoi mille possibili assassini, gli innumerevoli segreti e complotti, le borse di documenti trafugate del Duce e il presunto carteggio mai ritrovato con Churchill. E poi tutto il filone dei Dongologi, quelli che si sono a lungo soffermati sul famigerato oro di Dongo, il tesoro arrivato con Mussolini nella località dell’alto lago di Como, dove fu arrestato insieme a Clara Petacci.

Come un moderno debunker, che smonta le bufale che circolano sul web, Chessa ha fatto ordine tra le leggende mussoliniane che si sono affermate nella storia, ne ha ricostruito origini e filiazioni e ne ha tirato fuori una saga avvincente degna di un romanzo Pulp. E’ come se Mussolini vivesse una storia postuma che dura ancora oggi. E i personaggi che la popolano sono davvero straordinari: ci sono gerarchi redivivi e partigiani fedifraghi, spie fasciste, sedicenti nobili e veri baronetti inglesi, giornalisti d’assalto e storici incauti e così via.

A far da lume a questo intenso cammino è stato senza dubbio l’insegnamento di Renzo De Felice, che con Chessa ha scritto il suo ultimo e controverso libro-intervista “Rosso e Nero” (Baldini & Castoldi). “Bisogna cercare l’errore perché l’errore nel falsario c’è sempre”, gli aveva detto il massimo studioso italiano del Fascismo. Così quelle agende, che tracciavano un improbabile ritratto di Mussolini pacifista e antitedesco, persino contrario alle leggi razziali, sono state smascherate grazie a una serie di goffe incongruenze. Nonostante ciò, alcuni anni dopo, giungeranno comunque alla pubblicazione dopo l’acquisto da parte di Marcello Dell’Utri, noto bibliofilo.

Il primo a cogliere i due grandi temi del libro è Marino Sinibaldi che introducendo il dibattito riconosce all’autore il merito di aver scritto “una storia d’Italia in controluce, nelle sue trasformazioni”. “Una storia del nostro passato e che arriva fino al nostro recente e tocca due nodi di strettissima attualità: le manipolazioni e le costruzioni dei falsi, oggi noi usiamo la brutta locuzione fake news, e qui c’è un catalogo di modalità e forme in cui si manipola la storia che è interessante per capire anche le manipolazioni tutt’ora in atto. Il secondo nodo è l’eterna questione del nostro rapporto col nostro passato. In questi giorni la revisione della nostra storia nazionale, in particolare del fascismo, è particolarmente forte ed è uno degli elementi fondamentali della costruzione dei falsi Mussolini”.

Beppe Vacca: “Chessa è un eccellente storiografo, in quanto giornalista”

“Questo è un libro di storia”, esordisce categorico il professor Vacca. “Un libro che riprende il giudizio di Renzo De Felice: se sia vero o no che la morte di Mussolini sia stata la cosa meno importante della sua vita. Secondo me questo libro dimostra il contrario”.

L’analisi di Vacca è la più lucida quando coglie esattamente il contesto in cui sono nati i falsi. “L’Italia che nasce dalla Resistenza, dall’antifascismo e poi si dà una Costituzione non ha il tempo di ricomporsi perché questo già introduce un altro tipo di divisione che attraverserà l’Italia per decenni: la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e con la particolarità che in Italia il Partito Comunista non è mai stato marginale. Così nascono fin da subito contrapposizioni e strategie diverse del racconto della fine di Mussolini. Questo si ripeterà via via che sarà necessario lavorare su queste memorie divise e largamente manipolate”.

“L’Italia è stato l’unico dei paesi dell’Asse che è riuscito a mettere in piedi una guerra di liberazione nazionale e a giustiziare il suo tiranno. Non c’erano le condizioni perché si creasse una narrazione condivisa che divenisse la base dell’ethos della Repubblica. Di questo parla questa storia, perché è una storia di continui interventi manipolatori che nasce da una esigenza immediata, creare un contro-racconto di massa”.

Comincia così “un lavoro sulle memorie che tende a costruire un senso comune conservatore che vuole ridurre o manipolare il giudizio sul Fascismo. La storia dei falsi ha questo stesso filo conduttore. Qual è la ragione di inventare il carteggio tra Churchill e Mussolini se non quella di dire che in realtà il Duce aveva persino un’intesa con gli inglesi, che entrava in guerra perché al momento opportuno poteva dare una mano alla Gran Bretagna contro Hitler”.

Miguel Gotor: “Questo titolo è di per sé un falso, perché è una storia vera”

E’ Miguel Gotor a centrare il vero tema del libro, quando individua l’ossimoro del titolo. Si intitola Il Romanzo di Mussolini, ma non è un romanzo, spiega l’ex senatore. “Questo titolo è di per sé un falso, funzionale a smentire sé stesso, perché è una storia vera, la storia di una serie di falsi che dicono di essere un romanzo ma un romanzo non sono. Sono le storie di un falso che riguarda un epistolario, tra Churchill e Mussolini, di agende che Mussolini avrebbe scritto, addirittura di un falso d’autore, cioè l’ipotesi che Mussolini possa aver riscritto in un tempo diverso i suoi diari, tagliandoli, abbellendoli o censurandoli per adattarli ai tempi nuovi”. 

Poi Gotor si sofferma su una massima dell’autore contenuta nel libro: “Attenzione, mio caro lettore, che nelle dittature di massa il potere della narrazione governa la narrazione del potere”. E la matrice di queste plurime falsificazioni, spiega ancora, è “l’ambiguità della morte di Mussolini. Un fiume cresciuto dal giorno dopo sulle pagine dei giornali e non nei libri di storia, non c’è grande storico che abbia speso un capitolo per descrivere come sia avvenuta la morte di Mussolini”. 

Infine l’ex senatore spiega quelle che sono le tre ragioni che ci portano a prestare maggiore attenzione ai processi di costruzione del falso rispetto a quelli di costruzione del vero:

1- Il rapporto compulsivo e nevrotico tra globalizzazione, comunicazione e internet. Abbiamo consapevolezza di una possibile manipolazione continua che è favorita dalla riproducibilità tecnica su scala industriale. Questo processo di allargamento in modo smisurato delle informazioni, pone un problema di distinzione che deve esserci tra informazione e conoscenza. Siamo sempre più informati, potenzialmente di tutto e assistiamo sempre più a un calo critico delle nostre capacità di distinguere tra di esse. E’ un processo che si accompagna alla enorme crisi degli intermediari, la disintermediazione.

2- Il tabù del negazionismo rispetto al tema della Shoah. Come abbiamo reagito culturalmente alla tragedia dell’Olocausto? Attraverso la messa al centro di due categorie forti che alimentano il sistema comunicativo, che sono la memoria e la testimonianza. E’ interessante che sia stato lo stesso Primo Levi a metterci in guardia dalla memoria che può essere scivolosa e dalla testimonianza che può essere ambigua. E su come memoria e storia debbano essere dei binari che scorrono insieme, ma in modo parallelo, senza mai incontrarsi.

3- Il gusto di studiare il falso. C’è probabilmente una manifestazione della cosiddetta crisi delle ideologie, della spoliticizzazione del nostro quotidiano. La pulsione per la verità ha creato enormi tragedie e mostri e si ha la sensazione che ragionare sui processi di falsificazione possa essere in qualche misura più tranquillizzante, più omeopatico. Preferiamo ragionare sulla simulazione, su ciò che afferma una cosa che non c’è, piuttosto che sulla dissimulazione, cioè porsi il problema di occultare una cosa che c’è ed è vera.

Massimo De Angelis: “Questo è un libro di storia politica”

“Rileggendo questo libro si scopre che è un libro di storia politica”, è l’interpretazione data da Massimo De Angelis. “Perché coglie un intervento politico su questi falsi che è molto sottile. E’ qualcosa che scorre lungo decenni della vita politica italiana. Per un certo verso questi falsi nascono da un paese non conciliato di memorie divise, ma su di esse si innesta un uso politico che vede di volta in volta in azione i servizi segreti”.

Per ricostruire il racconto, De Angelis individua i tre capitoli principali del libro: la morte di Mussolini, su cui aleggia ancora oggi il mistero; il capitolo degli anni Cinquanta, quando cioè emersero per la prima volta i diari; quello dedicato ai falsi di Dell’Utri.

Infine lo storico e giornalista fa una considerazione sul presente e sulle fake news. De Angelis pone un problema di metodo storiografico che rischia di entrare in crisi: “L’interrogativo vero è come faranno gli storici del futuro a ricostruire il nostro presente, a districarsi nella miriade di tweet ed email, senza più lettere? Il problema degli archivi sarà un problema serio”.

Pasquale Chessa: “Ho cercato il punto zero della storia”

L’intervento più vivace è certamente quello dell’autore. Con la sua brillante dialettica Chessa ha ringraziato i suoi convitati e intrattenuto la platea con curiosi aneddoti. “Sono riuscito a capire che effettivamente era giusto buttare una lunga parte degli studi e delle ricerche che ho fatto per costruire questo libro perché non servivano quasi a niente, perché sarebbero state la ripetizione, l’ennesima, di diatribe così raffinate e così sofisticate che spesso sono basate sul falso”.

Il giornalista spiega come è nata l’idea del romanzo: “In questo libro non ci sono riuscito, ma ho cercato di trovare il punto zero della storia e cioè quand’è stata la prima volta che è uscita fuori la storia che Mussolini aveva a che fare con Churchill? Ebbene, cercando il punto zero di queste storie che vengono raccontate, mi sono reso conto che è vero il meccanismo che tutto ruota intorno alla costruzione di una verità storica su Mussolini”.

“Improvvisamente mi è apparsa questa idea del romanzesco vero, fatto di fatti veri. Effettivamente i documenti giornalistici, nel caso di specie, sono stati gli unici che hanno consentito di fare la storia. Non c’è uno storico accademico che si sia mai occupato della morte di Mussolini. Troppo faticoso, troppo pericoloso. Lo stesso De Felice disse questa frase bellissima che in Rosso e Nero ho fatto diventare emblema del libro: “La morte di Mussolini è la cosa meno importante della sua vita”.

Un libro insomma che svela il meccanismo delle fake news e che è anche un tributo al lavoro del giornalismo. “Da questo punto di vista – osserva Chessa – chi ha fatto la storia, sono davvero i giornali, con i metodi dei giornali, quindi con tutti i difetti che i giornali portano con sé: ogni articolo deve contenere un elemento di novità, ogni articolo deve raccontare tutta quanta la storia, deve colpire l’immaginario pubblico, deve avere dentro di sé un’idea che lo faccia sembrare l’ultimo articolo definitivo su quell’argomento”.

“Si arriva così a quelle che io chiamo le falsificazioni del falsi, cioè arrivano delle storie costruite apposta per rappresentare un fascismo diverso, potabile, buono, di cui gli italiani non dovessero troppo vergognarsi. Ovviamente tutto questo non ha corrispondenza con la Storia”.

Una parte del libro è dedicata ai viaggi di Chessa a Bellinzona, in Svizzera, dove l’autore si è recato per visionare i famosi diari “perché hanno cercato di dare anche a me la sola nel 1992”. “Dell’Utri – aggiunge – ha avuto un grande merito: ha pubblicato quei diari mettendo le copie anastatiche della scrittura. Fino a quel giorno, tutti i diari scoperti, sono poi scomparsi e ricomparsi: qualche volta rubati, nascosti e bruciati”.

L’incontro si conclude poi con un annuncio: la ripubblicazione di “Rosso e Nero” il prossimo anno “con le lettere inedite di De Felice e i pezzi che abbiamo tagliato dagli originali”.