Maria Pace Ottieri: “Una vita nella letteratura”. L’intervista di Mirella Serri

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Giugno 2013 12:06 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2013 12:06

320748_10151569189388675_559918187_nROMA – Maria Pace Ottieri, scrittrice e giornalista, figlia di Ottiero Ottieri e di Silvana Mauri, nipote di Valentino Bompiani, “si riconcilia con le sue radici” con il racconto Promettimi di non morire, scritto in collaborazione con l’americana Carol Gaiser.

Un lungo cammino, da Roma, dalla dolce vite fino a New York e alla beat generation. Maria Pace Ottieri si racconta e parla del suo nuovo racconto in una lunga intervista concessa a Mirella Serri per Il Corriere della Sera. 

Oggi, dunque, nell’apparta­mento milanese di Maria Pa­ce, vicino a via Brera, i libri so­no una componente dell’arredamento. «Per anni, però, pur avendo a portata di mano intere biblioteche e pure tanti artisti in carne e ossa, come Moravia o Soldati, habitué della casa delle vacanze a Lerici, giravo alla larga Frequentavo il Liceo classico Berchet e non mi potevo lamentare per i risultati scolastici. Con l’italiano me la cavavo. Però i libri che consumavo erano quelli assolutamente indispensabili».

Le sue passioni? «Bellissime le estati con tutta la famiglia a Lerici dove si trovava anche Bompiani. Un vero aristocratico: ci voleva a tavola puntuali e ben vestiti, richiedeva buone maniere e pure quando si apriva bocca bisognava stare attenti. Osservazioni superflue o sciocche non erano consentite. Ero una ragazzina cagionevole di salute e una volta mi è capitato di ammalarmi. Niente più bagni ma solo camera da letto e tanto sole in terrazza. Mi sono divertita non con Stevenson o Salgari ma a fare strane costruzioni con bastoncini e conchiglie marine».

All’università? «E’ un fulmine a ciel sereno: per tutti quelli della mia generazione arriva la partecipazione alla vita politica. In primo luogo si voleva stare sempre insieme, c’era la socialità, ci si muoveva in bande. In quel contesto mi sentivo inadeguata, non avevo niente da dire o quello che avrei voluto dire lo dicevano altri molto meglio me di me. Studiavo filosofia, mi volevo specializzare in antropologia e leggevo Marx, Lukács, Mircea Eliade, il brillante Georges Lapassade che lanciava lo studio dell’etnometodologia».

Solo saggi? « Tristi Tropici di Claude Lévi-Strauss, in cui si alternano impressioni molto personali e geniali osservazioni sul mondo primitivo amazzonico, a mio parere era meglio di tanti romanzi quanto a qualità di scrittura. Quando inizio a collaborare con la Rai mi cimento con un documentario sul futuro premio Nobel, Naipaul».

Altre scoperte? «C’erano volumi che solo a guardarli mi facevano venire lo sbadiglio, per esempio quelli di Lalla Romano. Poi un giorno, assolutamente per caso, prendo il suoMaria , lo apro e scopro che è bellissimo. E così è stato tutto un fluire di nuovi titoli, da Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet, che mette in campo il legame fra un adolescente e una giovane signora, a Il ballo del conte d’Orgel dello stesso autore, che ricostruisce ancora una volta un’inquietante storia d’amore».

Nei viaggi che la portano in Africa o in India sono numerosi gli incontri letterari. «Wole Soyinka, oggi molto noto che mi faceva da apripista verso la letteratura del continente nero; il nigeriano Chinua Achebe, autore de Il crollo, dove un eroe tragico, Okonkwo, incarna l’opposizione fra due culture, quella tradizionale e quella occidentale imposta dalla colonizzazione. Poi c’è la splendida figura di Ken Saro-Wiwa, portavoce delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger nei confronti delle multinazionali responsabili di danneggiare le colture. Sarà impiccato con altri attivisti del movimento da lui fondato. E infine l’ivoriano Ahmadou Kourouma, duro, a volte feroce così ironico e aggressivo».

Altre pietre miliari? «Ho divorato un paio di mesi fa Vita e destino di Vasilij Grossman. Ritrae la lotta dei russi contro i tedeschi e ne descrive l’umiliazione, le sconfitte, la resistenza, la vittoria russa, la deportazione degli ebrei, i gulag stalinisti. Ma c’è anche David Foster Wallace: sono autori molto diversi ma che condividono la capacità di affondare le mani nella vita, di raccontarne le tragedie e le miserie. Di Sebald preferiscoAusterlitz , e di Per Olov Enquist prediligo Il libro di Blanche e Marie che racconta la vicenda di Madame Curie, due volte premio Nobel, per la scoperta del radio e le ricerche sulla radioattività. Per me la lettura non è mai stata una forma di distrazione. Fondamentale in un libro è lo stile. “Gli scrittori non si leggono ma si sorvegliano”, ha detto qualcuno. E io mi riconosco in questa affermazione, visto che amo un autore molto “di scrittura” come Truman Capote. Come svago e passatempo vi sono attività che mi piacciono di più: cucinare, telefonare, surfeggiare su YouTube alla ricerca di vecchi cantanti o di interviste dimenticate. I libri per me sono una compagnia più alta, un nutrimento molto speciale».