Orologio e storia del mondo, Carlo M. Cipolla: come i gesuiti entrarono in Cina

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 24 Febbraio 2020 10:21 | Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio 2020 13:35
gesuiti cina libro

Orologio e storia del mondo, Carlo M. Cipolla: come i gesuiti entrarono in Cina

Questo è uno di quei libri che andrebbero letti almeno una volta all’anno: “Le macchine del tempo”, un saggio breve, invenzione e diffusione degli orologi, scritto da Carlo Cipolla, storico dell’economia. In verità tutte le opere di Cipolla meriterebbero attenzione, ma non stressiamoci e procediamo con ordine, senza trascendere, e se poi in questa recensione ci sarà modo, nostra accortezza suggerire anche altri titoli.

Dunque “Le macchine del tempo”. Il libro fu stampato in Italia per la prima volta nel 1981, casa editrice “il Mulino” e poi ripubblicato dalla stessa in diverse edizioni successive. Corto, cortissimo, 111 pagine: prologo, due capitoli, epilogo, appendice e bibliografia; sintetico ma non per questo carente. “La storia dell’orologio è la storia della prima macchina di precisione” scrive Cipolla nell’epilogo, “ma, questo libro non ha inteso mettere in evidenza la storia tecnologica della macchina. Piuttosto ha voluto prendere lo spunto da tale storia per analizzare i molteplici, complessi, reciproci rapporti che uniscono gli sviluppi tecnologici agli sviluppi economici, sociali, e culturali”.

Carlo Cipolla incede in questo modo, almeno nelle distanze brevi: attinge da una storia per analizzare altro. Anche in “Vele e cannoni” (Cipolla, 2003) è il medesimo schema a prevalere: utilizza la storia dei cannoni e delle vele per spiegare come sia stato possibile il predominio mondiale dell’Europa nel ‘500.

Sembrerebbe un aspetto secondario, ma Cipolla, scegliendo di procedere in questo modo, determina un’esposizione affabile che incuriosisce. Leggendo “Le macchine del tempo” si ha la sensazione di avere tra le mani un divertissement, o meglio, pur non essendoci nel testo nessun elemento di frivolezza, tuttavia, si respira ugualmente un’atmosfera godibile, in forma certamente meno marcata, ma un po’ come nel micro saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana” (Cipolla, 1988).

Ed è altrettanto piacevole cogliere spunti che rimandano a viaggi epici, verso l’Oriente, tra nuove vie di commercio ed ambizioni coloniali: non propriamente un’esposizione dallo spirito avventuriero, anzi; ma in sottofondo qualcosa, in questo senso, si coglie ugualmente. E non è certo questa una novità, se si pensa ad un altro suo testo: “Conquistadores, pirati, mercanti” (Cipolla, 1996).

Ma scoprire Cipolla, nonostante i diversi sapori, rimane comunque un’esperienza saldamente ancorata alla saggistica che indaga nel campo della storia economica; come in questo caso, “Le macchine del tempo”: un testo che si muove tra il 1300 ed il 1700, dall’Europa verso la Cina, dagli albori dell’orologeria alla sua espansione nel mondo. “Fin dalla più remota antichità, l’uomo fece uso di vari mezzi per risolvere il problema della misurazione del tempo” si legge a pagina 15.

Così, quasi fosse J.R.R. Tolkien a scrivere, ha inizio il primo capitolo, “Gli artigiani d’Europa”, nel quale Cipolla cadenza la storia dell’orologio, dall’invenzione del meccanismo “conosciuto col nome di scappamento a verga con foliot” – cuore dei primi orologi meccanici del ‘300 – fino ad arrivare alla fine del secolo diciottesimo, quando Londra esprimeva la sua indiscussa leadership nell’orologeria, seguita a ruota da Ginevra e Parigi. Non c’è dubbio però che Cipolla tiene fede al suo metodo, e com’è vero che la storia dell’orologio rimane centrale, è altrettanto corretto dire che la vicenda s’intreccia con dinamiche sociali, economiche e culturali che inevitabilmente ne determinano il destino.

Allora, si fa avanti uno schema più complesso, che aiuta a comprendere l’importanza, sotto questo profilo, di altri fattori; come ad esempio l’immigrazione di artigiani dalla Francia all’Inghilterra, che contribuì all’arrivo di manodopera qualificata da un paese all’altro, oppure le scoperte teoriche della fisica e della meccanica, che l’orologeria fu il primo settore manifatturiero a mettere in pratica.

Medesimo stile nel secondo capitolo, “I mandarini cinesi e «la campana che suona da sola»”. È questa la parte del volume che sposta l’attenzione dall’Europa all’Estremo Oriente, tra India, Cina e Giappone. Sono le possibili nuove rotte del commercio a spingere gli europei verso questa parte del mondo: spezie, certo, ma anche rame, seta, le cotonate dell’India, porcellane e tè.

Le opportunità di profitto sono molte, ma Cipolla evidenzia come in realtà, la bilancia commerciale pendesse dalla parte orientale: “la regola quindi era che la maggior parte dei manufatti europei, o non interessavano i popoli dell’Asia, o non potevano competere con i prodotti analoghi di fabbricazione orientale. Come tutte le regole anche questa aveva la sua eccezione e gli orologi meccanici erano l’eccezione” (pagina 66). Fu proprio l’orologeria a fare da grimaldello: “gli orologi servirono ad aprire ai gesuiti addirittura le porte del palazzo imperiale di Pechino. Stando alle cronache, i gesuiti avevano presentato una supplica per fare visita di omaggio alla corte imperiale e offrire all’imperatore due orologi ed alcuni altri regali” (pagina 68).

Ma sbaglieremmo se pensassimo ad un ingresso autonomo dell’orologio in queste terre. Cipolla ci dice che successo e sconfitta – ma anche percezione – di questa innovativa macchina, in Oriente è frutto di una reciprocità con fattori diversi tra loro: ad esempio, la Cina del Cinque, Sei e Settecento guardava in genere all’orologio come ad un giocattolo o al massimo ad un regalo; “l’orologio aveva scarse possibilità di imporsi come strumento di pratica utilità. Perché ciò accadesse, si sarebbe dovuto verificare un completo ribaltamento della società, delle sue strutture e dei suoi bisogni” (pagina 72). Identica cosa in Giappone, dove, pur avendo sviluppato una propria arte orologiaia, rimanevano comunque distanti da questo strumento, perché maggiormente interessati alla produzione di armi. Almeno così andò fino ai primi anni del ‘700, quando intervennero nuove dinamiche a cambiare il corso della Storia. “Quando col secolo diciannovesimo la Rivoluzione Industriale si diffuse dalla sua terra d’origine – l’Inghilterra – ancora una volta Cina e Giappone si trovarono a dare risposte totalmente indifferenti al challenge che veniva dall’ovest.

Gli studi sull’argomento non mancano; mancano purtroppo le spiegazioni convincenti. Forse perché storicamente il problema è mal posto. Come scrisse Collingwood è assurdo pensare che due diversi sistemi di vita mirino a produrre un’identica cosa. Bach non tentò di comporre come Beethoven senza riuscirci; e Atene non fu un tentativo mal riuscito di creare Roma” (pagina 80). Dalla pietra polita del Neolitico alla navetta spaziale, scrive Cipolla, ogni strumento ha aumentato le potenzialità dell’uomo che, senza strumento, è, nel regno animale, tra gli esseri più deboli e vulnerabili. Il nocciolo della questione però è etico, prosegue, perché tutto poi dipende dall’uso cui l’uomo decide di destinare le macchine da lui create: per il bene o per il male.

“Le macchine del tempo. L’orologio e la società 1300 – 1700” di Carlo M. Cipolla, il Mulino, pp. 111, € 11,00.