Perché Ugo Foscolo scrisse i Sepolcri

Pubblicato il 16 Ottobre 2010 16:00 | Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre 2010 16:00

Dei sepolcri, o I sepolcri come più comunemente lo si chiama, è un carme scritto da Ugo Foscolo tra il 1806 e il 1807.
L’idea per la composizione del carme venne al Foscolo dall’estensione all’Italia, avvenuta il 5 settembre del 1806, dell’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), che aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine e aveva inoltre regolamentato, per ragioni democratiche, che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita. L’editto offre al poeta l’occasione per svolgere una densa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell’agire umano.
L’estensione del decreto all’Italia aveva acceso vivaci discussioni sulla legittimità di questa legislazione di impronta illuministica che era contraria alle tradizioni radicate nel nostro paese. Il Foscolo si era trovato presente ad una di queste discussioni nel maggio del 1806 nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi che risiedeva nella stupenda Villa Franchetti e aveva affrontato il problema con Ippolito Pindemonte, che stava lavorando ad un poemetto, I cimiteri, con il quale intendeva riaffermare i valori del culto cristiano. Proprio nel parco secolare di Villa Franchetti, ancor oggi molto suggestivo, dove riposò persino Napoleone, Foscolo trovò l’ispirazione per comporre questo poema, che chiamò “I Sepolcri”. Fu così che con Ippolito Pindemonte era nata una disputa perché il Foscolo, in quell’occasione, lo aveva contraddetto con considerazioni scettiche e materialistiche. Più tardi, riesaminando la questione da un altro punto di vista, era nata in lui l’idea del carme che aveva voluto indirizzare «per fare ammenda del mio sdegno un po’ troppo politico» al suo interlocutore di una volta. Da ciò nasce la forma esterna del carme che si presenta come un’epistola poetica al Pindemonte.
Durante la permanenza in Francia il Foscolo aveva infatti avuto occasione di seguire tutto un filone di discussioni che si erano sviluppate sull’argomento tra il 1795 e il 1804 e che tendevano alla rivalutazione dei riti e delle tradizioni funerarie, del culto dei morti e del ricordo perpetuo delle loro virtù.
Le tombe dei forti rendono bella la terra che li ospita e spingono a grandi opere. Quando il Foscolo vide in Santa Croce le tombe di Machiavelli, di Michelangelo, di Galilei inneggiò a Firenze considerandola beata per la bellezza della sua terra e per aver dato i genitori e la lingua a Dante e al Petrarca (sepolti rispettivamente ad Arquà e Ravenna) ma ancora più beata perché ha conservato in un tempio le glorie d’Italia che sono le uniche che ci sono rimaste dopo che gli stranieri ci hanno rapito tutto tranne la memoria. In Santa Croce, dove ora riposa, veniva l’Alfieri per cercare di dar pace alla sua anima tormentata. La pace che ispira le tombe ha alimentato il valore dei greci contro i persiani a Maratona dove gli ateniesi, caduti in quella battaglia, furono seppelliti.
All’ultimo verso della seconda sezione si ricollega la terza:
« Sensi e di liberal carme l’esempio »
Nella terza parte Foscolo si sofferma sul valore politico della tomba. Ma in che senso? Il collegamento non è poi così complesso: come è importante per i cari ricordare i propri defunti (parte 1), così per una civiltà è importante possedere un buon culto dei morti (parte 2), così dal ricordo dei morti si ricordano gli uomini di grande valore (e tanti ne vengono presentati in questa parte). Questi “grandi” uomini possono, attraverso il loro ricordo, suscitare nelle generazioni future la memoria dei grandi valori morali. Verso emblematico al riguardo è il 188 “quindi trarrem gli auspici”, cioè dal ricordo di gesta valorose ecco che può scaturire l’azione politica futura, nel nome dei grandi valori. I personaggi presentati sono:
Machiavelli: chiaro riferimento al Principe (“quel grande / che temprando lo scettro a’ regnatori / gli allor ne sfronda”);
Michelangelo: “colui che nuovo Olimpo / alzò in Roma a’ Celesti”;
Galileo: con la teoria eliocentrica aprì la strada agli studi di Newton (l’Anglo)
Dante: definito il “ghibellin fuggiasco”;
Petrarca: poeta dell’amore
Alfieri: ultimo personaggio della sezione, che racchiude in sé il valore politico della poesia, appunto tema centrale.

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