Peste e influenza prima del coronavirus, da Shakespeare a Manzoni a Marquez

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 5 Giugno 2020 11:48 | Ultimo aggiornamento: 5 Giugno 2020 21:05
Peste e influenza prima del coronavirus, da Shakespeare a Manzoni a Marques

Peste e influenza prima del coronavirus, da Shakespeare a Manzoni a Marques

Peste e influenza prima del coronavirus, da Shakespeare a Manzoni a Marquez. Personaggi letterari e tanta saggistica ci dicono che le malattie infettive sono una minaccia costante per l’umanità. Siate fiduciosi ma anche moderatamente preoccupati. Nonostante tutto, Covid-19, per adesso, s’è comportato bene. 

Siamo nel terzo atto scena prima di “Romeo e Giulietta”: “Son ferito! la peste colga entrambe le vostre famiglie!” maledice Mercuzio dopo che Tebaldo lo ferisce a morte in duello.

È l’anatema che Shakespeare fa uscire dalla bocca di Mercuzio, all’indirizzo delle due famiglie nemiche, Capuleti e Montecchi.

Ma c’è di più.

Giulietta e Romeo, lockdown nel 1399

Nel quinto atto scena seconda, Frate Giovanni spiega a Frate Lorenzo: “Ero andato a cercare un fraticello scalzo del nostro Ordine perché mi fosse compagno di viaggio: egli infatti si trovava qui, in Verona, dove assisteva gli ammalati. Ma come l’ebbi trovato, le guardie di ispezione della città, sospettando che entrambi fossimo stati insieme in una casa dove regnava il contagio della peste, sigillarono le porte e non ci lasciarono più sortire. Così che il mio viaggio a Mantova è stato impedito.”

Ora, la questione non è banale, perché Frate Giovanni avrebbe dovuto consegnare a Romeo, che si trovava a Mantova, un messaggio nel quale Frate Lorenzo lo informava che Giulietta in verità non era morta.

Le tragiche conseguenze sono note. Romeo, credendola morta, si avvelena davanti al suo giaciglio. Giulietta, riavuta dagli effetti della pozione che l’aveva solo addormentata, vede il suo Romeo morto e si uccide trafiggendosi con un pugnale.

Non è un caso che l’artifizio scespiriano utilizzi la peste e la quarantena. E la dice lunga sul rapporto che da sempre lega i destini dell’umanità alle conseguenze delle epidemie.

Pur rischiando la retorica cito anche “L’amore ai tempi del colera”, romanzo di Gabriel Garcia Márquez, quando ad un certo punto si legge di Florentino Ariza, durante un viaggio in battello: “qualcuno che lo vide tremare di febbre avvertì il capitano, e questi abbandonò la festa col medico di bordo temendo che fosse un caso di colera, e per cautela il medico lo mandò nella cabina di quarantena con una buona dose di bromuro”.

La peste di Camus, in pieno XX secolo

E poi ci sarebbe Albert Camus con il suo libro “La peste”, Alessandro Manzoni e “I promessi sposi”, e via via scorrendo molti altri ancora.

Ma non è solo nella finzione letteraria che il legame tra uomo ed epidemie trova testimonianza: anche la Storia è uno specchio pulito nel quale riflettersi per capire qualcosa in più dei tempi che stiamo vivendo. 

Ad esempio, il professore Jared Diamond scrive che Cortès il conquistatore riuscì ad avere la meglio sugli aztechi perché quest’ultimi vennero dimezzati da un’epidemia di vaiolo portata in Messico nel 1520 da uno schiavo arrivato da Cuba.

Continuando a leggere il professor Diamond, si capisce che siamo stati fortunati con il Covid-19. “La cosiddetta influenza “spagnola”, la peggiore epidemia della storia, uccise 21 milioni di persone verso la fine della prima guerra mondiale. La peste bubbonica spazzò via un quarto della popolazione europea tra il 1346 e il 1352, arrivando a sterminare anche il 70 per cento degli abitanti di alcune città”.

È cronaca di questi ultimi mesi che il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson per poco ci lasciasse le penne.

Altro che immunità di gregge, bastava leggere Peter Ackroyd – “Londra una biografia”- per farsi un’idea: nel 1348 la «Morte Nera» uccise nella metropoli il 40 per cento della popolazione. Nel 1528 morirono migliaia di individui in poche ore, le cinque ondate che la colpirono dal 1563 al 1603 non ebbero pietà.

Ma niente regge il confronto con ciò che accadde oltremanica tra il 1664 ed il 1665.

Caccia al topo nero a Londra

La ricostruzione dei tristi eventi londinesi che ne fa Ackroyd è assai esplicativa.

Sembra che la peste ebbe inizio nella parrocchia di St Giles a fine 1664 a causa di un topo nero, detto «topo delle navi», giunto dall’Asia meridionale.

L’infezione dilagò in tutta la città: “la necessità di uscir di casa per acquistare provviste fu in gran misura la rovina dell’intera città. La gente cadeva morta nei mercati nell’atto del comprare: giusto si sedevano e morivano con le monete infette ancora in tasca”.

“Tutti i mendicanti vennero espulsi. Le pubbliche riunioni vietate. In una città che aveva mostrato in migliaia di modi diversi le proprie folli inclinazioni, ordine e autorità dovevano essere imposti direttamente e duramente”.

Addirittura per i tre secoli successivi rimase in vigore l’ordinanza secondo la quale qualsiasi tomba dovesse essere profonda almeno sei piedi.

Ma il testo che forse meglio ci aiuta a capire la dimensione del problema, è un saggio scritto da Kyle Harper, docente presso la University of Oklahoma di cui poco si è parlato.

Il libro in oggetto porta questo titolo, “Il destino di Roma”, ed un sottotitolo che solo a leggerlo fa sudare freddo anche i più ardimentosi e spregiudicati: “Clima, epidemie e la fine di un impero”.

La peste antonina scoppiata nel 165 d.C. che tutti citano, fu, tra quelle che colpirono l’Impero,  la meno grave, con «soli» sette milioni di morti.

Tanto per farsi un’idea: tasso di letalità attorno al 30-40 per cento, colpiva soprattutto vecchi e giovanissimi, aveva un raggio d’azione di un metro e se non ebbe conseguenze ancor più drammatiche fu grazie alla buona organizzazione dell’apparato medico che garantì le giuste cure.

È bene riportare integralmente una frase che si trova nel libro: “la recidiva apparizione del virus fece più di 2.000 morti al giorno e lasciò inorridita una popolazione che aveva forse iniziato a pensare che il peggio era passato”.

Anche un imperatore morì di peste

L’Impero conobbe una crisi profonda. Addirittura, Marco Aurelio fu costretto a mettere all’asta i tesori del palazzo per raccogliere fondi.

Tuttavia l’Impero sopravvisse, “ma l’era delle pandemie era ormai arrivata, e nei futuri incontri con i nuovi germi l’Impero non sarebbe stato del tutto all’altezza delle sfide che la natura aveva in serbo”.

Nel 248 d.C. fu invece il momento della peste di Cipriano, che arrivò dall’Etiopia ed infuriò in tutto l’Impero per quindici lunghi anni.

“L’ambito geografico della pestilenza fu vasto. Non vi era quasi nessuna provincia di Roma, nessuna città, nessuna casa che non fosse stata attaccata e svuotata da questa pestilenza. Essa devastò la faccia di tutta la terra”.

La peste di Cipriano colpiva tutti in modo indiscriminato ed uccise molte più persone della peste antonina, anche 5.000 al giorno.

Però, fu la peste bubbonica del 541 d.C. a declinare fino a farlo cadere l’Impero di Roma.

Nel saggio di Kyle Harper si legge che la morte poteva arrivare anche dopo poche ore dall’infezione. La bubbonica non lasciava scampo.

I focolai epidemici infiammarono le città e le campagne fino ad uccidere più di 10.000 persone al giorno.

L’ordine sociale ed economico dell’Impero collassò e metà della popolazione morì.

La peste fu come un ladro nella notte, scrive Harper, in un istante, sovvertì gli sforzi collettivi e dolorosi di due secoli di crescita demografica.

Più ci si documenta sulle pandemie che hanno attraversato la storia dell’umanità e più si capisce quanto di «normale» ci sia in questi drammatici mesi che stiamo vivendo.

Questa è la disciplina del pianeta Terra in cui viviamo, funziona così.

Forse l’avevamo dimenticato.