Renzo De Felice e il sogno di una storia normale. Il terzo volume degli Scritti giornalistici

di Giuseppe Parlato
Pubblicato il 22 Maggio 2020 10:47 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2020 11:09
Renzo De Felice e il sogno di una storia normale. Il terzo volume de Gli scritti giornalistici

Renzo De Felice, Gli scritti giornalistici. La copertina dell’ultimo volume a cura di Giuseppe Parlato e Giuliana Podda

Nel dicembre scorso è uscito l’ultimo volume degli Scritti giornalistici di Renzo De Felice (Luni, Milano 2019, pp. XXII – 328), dedicato al periodo 1989-1996, anno della sua scomparsa.

I due precedenti volumi sono stati pubblicati, sempre dalla Luni di Milano: il primo volume, Dagli Ebrei a Mussolini (1960-1977), in due tomi, nel 2016 e il secondo volume, I nemici dello Stato di diritto (1978-1988) , anch’esso in due tomi, nel 2017.

Ciascuno dei tre volumi è introdotto dalla  prefazione di un giornalista che conobbe De Felice e che lo apprezzò, spesso intervistandolo: Stefano Folli per il primo, Pasquale Chessa per il secondo, Gianni Scipione Rossi per il terzo.

Il sottotitolo di questo terzo volume, curato, come gli altri, da Giuseppe Parlato e Giuliana Podda, è “Facciamo storia, non moralismo”: è il titolo di una intervista rilasciata da De Felice a Il Giornale dell’11 novembre 1989. E costituisce un po’ il filo conduttore del volume.

Renzo De Felice (1929-1996) è stato il maggiore storico del fascismo: autore di una monumentale biografia di Mussolini (8 tomi e 9 mila pagine), docente all’Università La Sapienza di Roma, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice dal 1992 al 1996, autore della ancora valida Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi, ultima edizione 1983), da giovane aveva militato nel Partito comunista, fino al 1956, quando, dopo la repressione della rivolta ungherese, lasciò il Pci e, ormai vaccinato, non volle più iscriversi ad altri partiti, interpretando il ruolo di storico come quello di uno studioso libero da condizionamenti politici e schematismi ideologici.

Dal 1974 iniziò a collaborare con Il Giornale di Indro Montanelli scrivendo molti articoli su ebraismo e antisemitismo, sul ’68, sul terrorismo, sulla crisi dello Stato di diritto.

Possiamo dire che si rivelò qui la sua vera anima liberale: amico di Giovanni Spadolini e di Rosario Romeo, non può essere assolutamente definito uno storico di destra e lo si vede bene dai suoi articoli.

Nel 1976 e nel 1992 rifiutò la candidatura al Senato che gli aveva offerto il Partito liberale, al quale si sentiva culturalmente vicino, ma non fino al punto di sacrificare la libertà di pensiero o di fare pensare di essere condizionato dalla politica.

Renzo De Felice e il fascismo

La sua lettura del fascismo è quella fondata non sui pregiudizi dell’antifascismo ma sullo scavo dei documenti d’archivio e sulla libera interpretazione.

De Felice ha introdotto grandi elementi di novità nella ricostruzione storica del fascismo: i ceti medi emergenti che l’appoggiarono, la differenza tra nazismo e fascismo, il consenso al regime negli anni Trenta, la modernizzazione dello Stato, la distinzione tra fascismo regime e fascismo movimento, la presenza di elementi rivoluzionari e di sinistra nel fascismo dei giovani e del sindacato.

Nell’ultimo volume, De Felice affronta un tema tra i più “caldi” e controversi. La Resistenza, le sue caratteristiche e le sue conseguenze.

Il sottotitolo va spiegato perché è strettamente connesso con il periodo della guerra civile: l’interpretazione “moralistica” è quella che, invece di affrontare con distacco e quasi con cinismo un problema e studiarlo, aderisce al moto dei sentimenti.

Invece della ragione prevalgono l’amore, l’indignazione, l’odio, la vendetta. E spesso tali sentimenti costituiscono un pregiudizio che prevale sul giudizio storico.

Il giudizio storico non è il giudizio morale, né il giudizio religioso, né il giudizio politico: è il giudizio che non formula una condanna o un’assoluzione, che non si trascina verso l’opinione della maggioranza, ma è un giudizio che può cambiare di volta in volta che si trovi un documento che fa capire allo storico di non essere sulla buona strada: lo storico diventa quindi un “revisionista” di sé stesso.

Questo è il messaggio che emerge da questi articoli, nei quali De Felice non aveva un registro linguistico complesso come nei libri ma, soprattutto nelle interviste, era molto colloquiale, usando anche espressioni del linguaggio parlato.

Renzo De Felice e la Resistenza

Si diceva della Resistenza. In molti degli articoli di questo ultimo volume, De Felice, attraverso un dialogo con intellettuali come Bobbio e Rusconi, ha focalizzato alcuni punti, per nulla scontati, sulla guerra civile tra il 1943 e il 1945.

Prima di tutto, che non si trattò di una guerra “di popolo”, come la letteratura resistenziale spesso l’ha voluta presentare.

Si trattò di una guerra di minoranze, quella partigiana e quella fascista di Salò, a fronte di un popolo italiano che cercava la tranquillità e voleva uscire dalla guerra civile.

In secondo luogo, la Resistenza, per De Felice, fu anche la causa della partitocrazia, e cioè del prevalere dei partiti sulle istituzioni: il compromesso verificatosi fra le forze politiche della Resistenza (comunisti, socialisti, azionisti, democristiani e liberali) fu necessario perché queste forze erano sì unite contro il fascismo ma avevano idee e progetti assai diversi fra loro. 

Anche sulla democrazia, se pensiamo che, allora, comunisti e socialisti volevano una società collettivistica con partito unico, come in Urss, mentre liberali e democristiani preferivano una democrazia liberale e occidentale.

Questo ha determinato il prevalere dei singoli partiti sulle istituzioni: i primi governi erano stati scelti dai partiti e non dai cittadini e si venne a consolidare l’idea che la nazione fosse una pura invenzione fascista o comunque retrograda.

Si era comunisti, o democristiani o socialisti ma non si era italiani perché il “patto nazionale” si era rotto per la prevalenza dei potere partitico.

Renzo De Felice e il politicamente corretto

Inoltre, da allora, si è diffuso un pregiudizio: che non si possa fare una storia obiettiva del fascismo perché questo avrebbe in qualche modo depotenziato la funzione fondante dell’antifascismo e della Resistenza verso il nuovo Stato che si andava costruendo.

Cioè, è invalso il concetto che del fascismo non si possa parlare che male e della Resistenza non si possa parlare che bene perché, altrimenti, il mito pedagogico della Resistenza avrebbe perso di valore. Non comprendendo invece che si stavano mescolando piani di lettura diversi: quello politico e quello storico.

Il messaggio di De Felice, a quasi un quarto di secolo dalla scomparsa, è ancora purtroppo molto attuale. Se De Felice avesse scritto oggi, in tempo di twitter e di sms, di “politicamente corretto” e di cultura unica, non si sarebbe trovato benissimo.

In realtà, trenta e quarant’anni fa, come si vede da questi articoli, egli riusciva a dire cose che oggi sarebbero censurate. E non per neofascismo ma per eccessiva libertà di giudizio.

A De Felice fu alcune volte impedito di entrare all’università, fu contestato dai collettivi di estrema sinistra, gli lanciarono, quando già era malato, un paio di bombe sul balcone si casa.

Continuò a scrivere e a vendere i suoi libri; continuò a rilasciare interviste e a scrivere articoli, sempre più convinto di potere essere libero.

Ma in periodo di contestazione e di bombe era paradossalmente più facile essere liberi.

Oggi, l’autocensura degli intellettuali che vogliono essere più politicamente corretti fa più rumore delle bombe.