Come il sestante ha cambiato la vita ai marinai: dal Bounty a Darwin a Cook, una storia del mare

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 30 gennaio 2018 6:52 | Ultimo aggiornamento: 9 febbraio 2018 11:57
Storia del sestante, strumento ottico che h spostato i confini del mondo

Come il sestante ha cambiato la vita ai marinai: dal Bounty a Darwin a Cook, una storia del mare

ROMA – In questo libro non c’è solo la storia di un’invenzione, come si potrebbe dedurre dal suo stesso titolo che comunque non inganna, ma avventure, vicende, fatti, peripezie e gesta di uomini che di quella storia sono stati attori protagonisti, financo a sacrificio delle proprie vite.

Il viaggio del sestante” è la narrazione di un’epopea, l’ingegno e le difficoltà che sottintendono alla creazione di uno strumento divenuto fondamentale per la navigazione e lo spostamento dei confini del mondo, e David Barrie, ex diplomatico britannico, la ordina intrecciandola con un corsivo, in apertura di quasi tutti i diciotto capitoli, che riporta i tratti salienti della sua prima traversata in barca a vela dell’Oceano Atlantico.

La ricostruzione temporale di quella particolare impresa è tratta dagli appunti, una sorta di cronaca, che, l’allora ventenne David Barrie – stiamo parlando del 1973 – scrisse per fissare indelebilmente nella memoria l’esperienza straordinaria vissuta, mentre le diverse fasi che portarono alla creazione e all’utilizzo del sestante trovano testimonianza nelle trame del destino che segnarono le più importanti navigazioni ed esplorazioni verso terre lontane e sconosciute.

Nel libro le due storie entrano una nell’altra ma senza mai confondersi, e se nella prima David Barrie, insieme al capitano in pensione Colin McMullen della Royal Navy e la cugina di quest’ultimo, Alexa Du Vivier, sono l’equipaggio della “Saecwen” – una barca di dieci metri – che quarantacinque anni fa salpò dal porto di Halifax – Nuova Scozia – direzione Inghilterra, nella seconda invece sono in molti a salire a bordo: il capitan Bligh, al comando del Bounty durante il celebre ammutinamento, il capitano James Cook, il primo a circumnavigare la Nuova Zelanda, l’ammiraglio Louis Antoine de Bougainville, l’esploratore Jean–Francois de la Pérouse con la sua leggendaria spedizione del 1785, oppure Robert FitzRoy capitano del vascello “ Beagle ” che ospitò nei suoi viaggi il giovane naturalista Charles Darwin, il capitano britannico George Vancouver, l’esploratore Matthew Flinders, fino a Joshua Slocum, primo uomo che in solitario navigò intorno al globo nel 1895.

I capitoli iniziali, diciamo fino al terzo compreso, introducono al tema. L’autore lo fa alternando il racconto dei preparativi che occuparono i giorni precedenti la partenza del Saecwen nel luglio del 1973, con gli aspetti più tecnici che un testo del genere non può ovviamente eludere. Infatti queste sono le pagine nelle quali il sestante viene descritto nel dettaglio della sua funzione, ovvero di determinare la posizione nautica in qualsiasi punto del globo, facendo riferimento al sole ed alle stelle; e soprattutto, dopo aver sfiorato le invenzioni che lo precedettero, come l’astrolabio, il quadrante comune, il bastone di Giacobbe ed il quadrante di Davis, si arriva al 1699 quando Isacc Newton, per primo, scoprì il principio della doppia riflessione negli strumenti di navigazione, che a tutti gli effetti è il fondamento dal quale ha origine il sestante.

Dal quarto capitolo in poi, pur mantenendo invariato l’appuntamento con il corsivo che fa da “lepre”, possiamo dire, giocando un po’ con le parole, che la “rotta segnata dall’autore” ci porta nel mezzo degli oceani, in mare aperto, tra ammutinamenti e mappe, scoperte, indigeni, isole inesplorate, tempeste e bufere, ghiacciai, baie, insenature, dispute politiche e personali, vittorie e sconfitte, che Emilio Salgari avrebbe prefigurato come degne per una nuova avventura da scrivere.

Tuttavia i fatti che Barrie ci racconta, non sono tratti dalle opere fantasiose di creativi romanzieri, ma bensì dalla ricostruzione appassionata ed attenta degli eventi che la storia ci mostra per come, verosimilmente, devono essere accaduti. Ed allora è la sagoma “traditrice” del Bounty che scorgiamo procedere tra la nebbia, e su di lei non ancora armata, la scialuppa con la quale il capitan Bligh riuscì, senza carte nautiche e viveri, a solcare i mari per oltre 4000 miglia ed approdare a Kupang, portando così in salvo, grazie anche alla sua capacità di orientarsi con il sestante, ciò che rimaneva della sua ciurma. Ed il capitano James Cook ci appare alla guida dei suo tre viaggi che lo portarono a superare i confini del mondo conosciuto, ed a trovare la morte, nel 1779 alle Hawaii, durante uno scontro con gli indigeni nativi: “I capi dell’isola si spartirono la maggior parte del corpo di Cook; i pochi resti recuperati furono sepolti con una cerimonia solenne nelle acque della baia”, ( pagina 115).

Le imprese che riconosciamo o leggiamo per la prima volta in queste pagine sono frutto del coraggio, certamente, ma come l’autore, in modo talvolta dettagliato, non smette mai di sottolineare, anche l’ingegno, padre di strumenti fondamentali per l’orientamento in navigazione, come appunto il sestante, ha giocato un ruolo fondamentale. Jean–Francois de la Pérouse, infatti, non avrebbe potuto raggiungere, nel 1786, le Isole Marianne senza il simultaneo utilizzo del metodo delle distanze lunari e del cronometro marino, e sicuramente anche Louis Antoine de Bougainville, partito a bordo della fregata “La Boudeuse”, non sarebbe arrivato a Capo Horn, passando dallo stretto di Magellano, sprovvisto del “Nautical Almanac” che in quegli anni veniva per la prima volta pubblicato, e come avrebbe fatto Flinders ad esplorare le coste australiane privo delle conoscenze in campo astronomico e nautico che invece maneggiava con dimestichezza?

Ma il libro, come dicevamo, è anche l’esposizione di un’esperienza personale: quella di David Barrie a bordo dello “sloop” Saecwen, che dopo ventiquattro giorni di traversata riesce a domare l’Oceano Atlantico ed ormeggiare a Falmouth, cittadina della Cornovaglia nel sud – ovest dell’Inghilterra: “La mia traversata atlantica con Alexa e Colin fu tanto una sfida quanto un viaggio di formazione: oltre ad imparare l’uso di un sestante, avevo appreso a guardare il tempo, lo spazio ed i miei stessi limiti personali da una nuova prospettiva”, ( pagina 296 ).

Gli ultimi capitoli sono quelli dove ovviamente le varie storie aperte durante tutto lo scorrere del libro trovano soluzione, e sarebbe comprensibile accennare, a conclusione di questa recensione, alle riflessioni finali dell’autore sul rapporto che lega l’innovazione tecnologica in campo nautico all’antica arte del saper navigare, ma, “pace alle loro ombre, e onore alla loro memoria” (pagina 303) preferisco chiudere con alcuni dei bellissimi nomi delle imbarcazioni che riecheggiano in questo lavoro con il loro immutato fascino ed intenso mistero: Bounty, Endeavour, Resolution, Adventure, Discovery, La Boudeuse, L’Etoile, La Boussole, L’Astrolabe, La Chatam, Reviance, Beagle, Spray e L’Endurance.

Il viaggio del sestante. Storia dell’invenzione che ha spostato i confini del mondo, di David Barrie, Rizzoli, pp. 378, € 19,50.