Stiglitz attacca: gli Usa hanno perso due partite, globalizzazione e progresso tecnologico

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 20 Giugno 2020 12:30 | Ultimo aggiornamento: 20 Giugno 2020 12:30
Stiglitz attacca: gli Usa hanno perso due partite, globalizzazione e progresso tecnologico

Stiglitz attacca: gli Usa hanno perso due partite, globalizzazione e progresso tecnologico

 “Un altro mondo è possibile, un mondo che non si basi sulla fede fondamentalista nei mercati”. Non le manda certo a dire Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia nel 2001.

La frase messa in apertura di questa recensione, tratta dal suo ultimo saggio, “Popolo, potere e profitti”, è forse, tra quelle più critiche, la meno pungente.

Il libro è composto da due parti per un totale di undici capitoli, ed è a tutti gli effetti una vera e propria bocciatura del libero mercato e della politica economica americana. Come si può ben immaginare, è questo un saggio che si muove nella sfera economica con disinvoltura e competenze, ma non è solo questo.

Ad esclusione di alcune pagine, nelle quali l’aspetto tecnico prende il sopravvento – e non potrebbe essere altrimenti visto i temi trattati – è facile scorgere un produttivo equilibrio tra economia e politica.

Saggistica politica

Questa impostazione rende il libro facilmente ascrivibile anche alla saggistica politica, una sorta di binari paralleli che Stiglitz non disdegna di far convergere ogni qual volta ne senta l’esigenza per divulgare correttamente analisi e soluzioni.

La parte prima del libro, “Smarrire il cammino”, è la porzione dedicata all’analisi della situazione americana.

Stiglitz ci va giù duro, utilizza la parola “tradimento” (pagina 9) quando si esprime sul sistema economico e politico made in U.S.A..

Il Sogno americano dell’uguaglianza di opportunità è diventato un mito, scrive, e, per quanto la crisi attuale sia il risultato di errori commessi negli ultimi quarant’anni, il Presidente Trump, con la sua agenda economica, produrrà probabilmente effetti ancora più devastanti che cadranno appuntiti sulle teste delle nuove e vecchie generazioni.

“Personalmente spero che nel lungo periodo la verità prevalga: le politiche di Trump falliranno e i suoi sostenitori, sia le grandi compagnie sia i lavoratori i cui interessi il Presidente sostiene di favorire, inizieranno ad accorgersene” si legge nell’introduzione.

Una immagine cupa

La fotografia che Stiglitz sviluppa in questa parte del libro è cupa.

L’America che ci consegna non è certo quella dei grattacieli luminosi o del luccichio a trentadue denti di Wall Street negli anni ottanta.

Al contrario, emerge il tempo presente di una superpotenza nel pieno del suo declino, superata da una Cina che “risparmia, produce e scambia beni più degli Stati Uniti” (pagina 39).

In America crescono le disuguaglianze più che in qualunque altro paese avanzato.

La grande frattura, come la chiama Stiglitz, tra ricchi e poveri, ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili per una democrazia.

Sul banco degli imputati, almeno dalla prospettiva economica, c’è il libero mercato, anzi il liberissimo mercato, perché su questo Stiglitz è definitivo: “Due secoli di ricerca ci hanno ormai aiutato a comprendere meglio perché la mano invisibile di Adam Smith non si vede: perché non c’è” (pagina 79).

Di chi è la colpa

E la colpa è di tutti o quasi: “I presidenti Carter e Reagan, e quelli successivi, hanno riscritto le regole del capitalismo in modi che hanno portato a un’economia più instabile, meno efficiente, e più diseguale, un’economia segnata da un pervasivo potere di mercato” (pagina 81).

Calcolando che Jimmy Carter fu eletto Presidente nel 1977, Stiglitz butta giù dalla torre non solo una mezza dozzina di Presidenti, ma anche quarantatré anni di politica economica americana.

Fondamentalmente sono due i fenomeni che secondo Stiglitz gli Stati Uniti non sono riusciti a governare come avrebbero dovuto: globalizzazione e progresso tecnologico.

A questi due temi, interpretati in chiave economica, dedica ampio spazio nella prima parte del libro, ma è nel quinto capitolo che comincia ad accennare alla necessità, urgente e improrogabile, di elaborare una nuova agenda del cambiamento, capace di garantire la transizione verso un “capitalismo progressista”.

Ex aequo et bono, il primo bersaglio è la finanza, l’uomo nero, il male dei mali, una vera e propria sfida del futuro, che deve essere vinta cambiando norme e cultura della finanza.

Finanzia miope economia debole

Stiglitz ha le idee molto chiare: “ La miopia del settore finanziario – che quasi mai vede oltre l’angolo – ha indebolito l’economia. Ha permesso alle banche di sacrificare la propria reputazione a lungo termine per perseguire profitti a breve periodo, truffando gli investitori o i semplici depositanti” (pagina 108).

Dunque, se alla parte prima del libro il compito di elencare i drammi americani – che poi sono anche i nostri – alla parte seconda la responsabilità di disegnare una piattaforma alternativa, un nuovo contratto sociale che, come scrive Stiglitz, può essere “utile per riaccendere il consenso nei confronti di un rinnovato Partito democratico”, ovviamente quello americano (pagina 247).

Sono quattro i capitoli totali di questa sezione intitolata “Ricostruire la politica e l’economia americana: la strada in avanti”, che per contenuti è più corposa dell’altra: diciamo che sono pagine fitte di cose da fare o che andrebbero fatte.

Colpisce leggere che un intero capitolo è dedicato alle riforme da realizzare per “risanare la democrazia”: Stiglitz le presenta come fondamentali per evitare il rischio di una “distopia” americana, e non è poco per un paese che ha fatto della libertà il suo valore fondante.

La statua di  Gordon Gekko

Ma nel contratto sociale di Stiglitz non se la passano male solo i potenziali nemici della democrazia, ma anche coloro che vorrebbero sostituire la Statua della Libertà con quella del cinico uomo d’affari Gordon Gekko, nel film cult degli anni ottanta “Wall Street”, interpretato da Michael Douglas: “il denaro non dorme mai”.

Infatti, il pacchetto di proposte presentate per riformare la finanza e l’economia americana non guarda certo alle élite di questi due mondi.

In Stiglitz prevale una visione progressista, che vorrebbe distribuire in modo equo la ricchezza, contenere gli eccessi di potere dei monopoli, dei mercati finanziari e favorire la protezione sociale dei più deboli e l’istituzione di un reddito minimo universale.

Ma anche dar vita ad una generazione di leggi sui diritti civili, incentivare una tassazione più equa, investire in conoscenza ed istruzione pubblica, riformare il mondo del lavoro, insomma, una prospettiva che introduca i cambiamenti necessari “per avere un’economia più dinamica, che cresca più velocemente e serva alle persone, non il contrario” (pagina 212).

Stiglitz non è certo un bolscevico, ma il contratto sociale che propone, ha comunque la forza  di mettere in discussione un modello economico finanziario vocato all’autodistruzione ed avvezzo a produrre molto per pochi e poco per molti.

“Ritrovare l’America” è il titolo dell’ultimo capitolo.

Due parole, secche e dirette, scelte per comunicare una sorta di urgenza del fare, perché un futuro migliore, scrive Stiglitz, “non può essere considerato scontato”. 

“I fallimenti del passato sono il prologo del futuro: a meno di gestire meglio i progressi tecnologici, il futuro potrebbe essere un luogo distopico, caratterizzato da livelli di disuguaglianze ancora più elevati, da politiche ancora più divisive e da una distanza tra gli individui e la società superiore a quanto si vorrebbe” (pagina 252).

Ma è l’ottimismo che chiude questo saggio, proprio nell’ultima riga, a tempo quasi scaduto, “non è ancora troppo tardi per salvare il capitalismo da se stesso”.

“Popolo, potere e profitti. Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento” di Joseph E. Stiglitz, Einaudi, pp. 376, € 20,00