Dodici manoscritti “intervistati” come divi del cinema da Christopher de Hamel

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 13 settembre 2018 13:47 | Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2018 13:47
Dodici manoscritti "intervistati" come divi del cinema da Christopher de Hamel

Dodici manoscritti “intervistati” come divi del cinema da Christopher de Hamel

ROMA – Dodici manoscritti, tra i più belli ed importanti dell’umanità, raccontati e descritti da Christopher de Hamel, docente al Corpus Christi College di Cambridge e bibliotecario presso la Parker Library. “Storia di dodici manoscritti” – così si intitola – è un libro veramente particolare.

Iniziamo con il dire che l’edizione è estremamente curata: copertina rigida e sovraccoperta leggermente vergata, grammatura consistente della carta, ed effetto ruvido al tatto; le pagine sono ben seicentocinquantotto e le illustrazioni più di duecentotrentuno. Non è un libro da leggere la mattina in metropolitana, ma non fatevi scoraggiare: il contenuto è ben scritto e la lettura risulta scorrevole.

Dodici manoscritti, nel seguente ordine di apparizione: I Vangeli di Sant’Agostino, Il Codice Amiatino, Il Libro di Kells, Gli Aratea di Leida, Il Beato Morgan, Hugo Pictor, Il Salterio di Copenaghen, I Carmina Burana, Le ore di Giovanna di Navarra, L’Hengwrt Chaucer, Il Semideus Visconti, Le Ore Spinola; tutti rigorosamente presentati al lettore con minuziose descrizioni, fatti conoscere con la narrazione delle loro storie, e resi affascinanti dalle enigmatiche vicende che li hanno accompagnati tra gli scaffali delle biblioteche più importanti del mondo.

Sì, perché il viaggio che intraprende De Hamel – uno tra i maggiori esperti mondiali di manoscritti medievali – è anche fisico, nei luoghi dove questi codici sono attualmente accolti e conservati. Per chi ama i libri gli scenari sono di quelli che fanno venire i brividi sulla pelle: dalla Parker Library di Cambridge alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, dalla biblioteca del Trinity College di Dublino alla Morgan Library and Museum di New York, passando dalla Bodlein Library di Oxford fino ad arrivare a Los Angeles al J. Paul Getty Museum.

“Se la biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges fosse mai esistita, sarebbe stata qualcosa di simile alla Long Room del Trynity College. Percorremmo l’intera sala, passando davanti a busti marmorei su piedistalli e teche espositive, oltre barriere di cordoni verdi, fino a raggiungere una ripida scaletta in legno, come quella di un veliero, nell’angolo in fondo a sinistra” scrive De Hamel in una delle sue descrizioni (pagina 104).

Quindi un viaggio nello spazio, certamente, ma che non limita assolutamente quello nel tempo. Anzi, le ricostruzioni storiche, le vicende che accompagnano fortune e sfortune di questi codici, non mancano certo di documentazione, e si intrecciano nel testo con le vite di papi, arcivescovi, mecenati, decoratori, scribi, conti e regine. Ma anche con abbazie, cattedrali, scriptorium e persino font: “E’ fatta di lettere maiuscole ricurve, con alcune forme che richiamano le minuscole moderne corrispondenti, come l’ascendente alta della h, lo scendente della f sotto la riga e la graziosa rotondità a sinistra della d “, scrive l’autore a pagina ventidue per raccontarci le lettere in onciale latina utilizzate per I Vangeli di Sant’Agostino.

Ma quali temi sono contenuti nei codici? Ovviamente la scelta risente del periodo nel quale vennero scritti, il medioevo. Quindi, inevitabilmente, trattano di religione, astronomia antica, poesie, indovinelli, preghiere, armamenti e tattiche di guerra. Ne sono un esempio Il Semideus Visconti, un trattato pratico ad uso di principi su armi e strategie belliche; oppure Il Codice Amiatino, manoscritto della Bibbia anticamente conservato nel monastero di San Salvatore sul Monte Amiata; o Gli Aratea di Leida, nel quale sono rappresentati in versi e illustrazioni i saperi astronomici del tempo.

La quantità di dati che scorrono è impressionante, ma la competenza messa in campo da De Hamel è tale che nessuno rischia di perdersi nelle pagine di questo saggio. E vale la pena riportare alcune righe dal testo, prese a caso, per avere un’idea di come le informazioni sono organizzate e narrate: “Ma continuiamo a voltare le pagine. La pergamena è in genere spessa e di qualità piuttosto grezza, frequentemente color crema e gialla sul lato pelo, e ondulata per l’umidità cui un tempo fu esposta” (pagina 216).

Oppure: “Conosciamo i nomi di un certo numero di scribi attivi nel XII secolo in Francia, ma nati e formatisi in Inghilterra, come Manerio di Canterbury, che vergò una grande bibbia ora alla Bibliotheque Sainte-Genevieve di Parigi” (pagina 316).

Ed ancora: “Nelle miniature delle Ore di Giovanna di Navarra si riconoscono in effetti diverse mani. A distinguerle e numerarle fu Sydney Cockerell nel lontano 1902, e i suoi giudizi sono in genere ancora tenuti di gran conto. I suoi pittori 1 e 2 sono, ai miei occhi, praticamente indistinguibili.” (pagina409).

L’epilogo scritto dall’autore a fine libro si chiude con le parole conclusive del Semideus: “Lege feliciter”, “leggi con piacere”; e potrebbe essere la giusta chiusura anche per questa recensione. Ma c’è qualcosa in più da dire su questo testo. Qui i manoscritti non sono colti solo nella loro dimensione silenziosa e inanimata, ma vengono in qualche modo fatti vivere e respirare. E leggendo di loro si ha la sensazione che in realtà stiamo anche definendo i nostri profili ed il tempo dal quale arriviamo: “Il nostro mondo e il loro si toccano per un attimo le mani, e il cuore si slancia in una preghiera comune” (pagina 329).

“Storia di dodici manoscritti”, di Christopher De Hamel, Mondadori, Euro 38,00, pp. 658.