Torino ’69, gli operai e gli Agnelli, lotte, violenza, speranze. E l’Italia cambiò

di Sergio Carli
Pubblicato il 25 Ottobre 2019 5:30 | Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2019 10:03
copertina torino '69

La copertina di Torino ’69

ROMA – Torino ’69, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea e Mauro Vallinotto, è un libro che dovrebbero adottare in tutte le scuole e dovrebbero leggere in tanti, specie quelli delle annate successive, quelli che oggi piangono di generazione tradita (i giovani di oggi) e quelli che non ricordano come eravamo e come vivevamo. 

Sono 24 euro ben spesi. È un libro che si legge con interesse e emozione, nella parte scritta da Boffano e Tropea, si sfoglia con curiosità e emozione nelle pagine di fotografie scattate da Vallinotto, che nel 1969 aveva 25 anni. Tropea ne aveva qualcuno di più. Boffano andava al liceo. Hanno vissuto l’Autunno caldo, e gli anni di piombo che sono seguiti, da testimoni oculari. 
Erano anni duri nell’Italia del Nord, anni durissimi a Torino. L’odore acre degli scarichi delle auto impregnati nella nebbia ti faceva pensare che qualcuno avesse appena sparato. Molti, tra cui lo stesso Tropea, per anni sono usciti di casa ripetendosi il mantra: se ti senti chiamare per nome, non rispondere, potrebbero essere quelli del commando di Prima Linea che vuole la conferma della tua identità per spararti.

Fu l’inizio di un processo di crescita complessivo, che trasformò l’Italia, gli italiani e le sue colonne portanti: l’economia e la politica. La sinistra risolse l’ambiguo rapporto con il terrorismo (anche prima della caduta del Muro di Berlino) e il Pci iniziò quel processo evolutivo che lo portò a essere forza di governo e  architrave di democrazia. L’industria, Fiat in testa, apprese sul campo e nel sangue che i lavoratori, anche se meridionali, non erano carne da macello ma esseri umani in carne e ossa, Ebbe così inizio la trasformazione delle fabbriche, dall’inferno della Classe operaia va in Paradiso, a strutture robotizzate e ad alta efficienza tecnologica e organizzativa.

Nel frattempo, quasi metà degli italiani ha lasciato le campagne, non più contadini ma operai, impiegati, commercianti, partite Iva, parassiti della politica…Essendoci stati in mezzo, non ce ne siamo sempre resi conto. La classe politica della ingiustamente bestemmiata prima repubblica ne era consapevole, per nostra fortuna. Avviarono una trasformazione biblica. Eravamo fra i più arretrati d’Europa, ora siamo fra i primi. Mandavamo nel mondo milioni di emigranti, le loro rimesse in denaro erano una componente importante del reddito nazionale. Ora senza immigrati non vivremmo.

Non è retorico dire che Torino ’69, edito da Laterza, ricostruisce un pezzo della nostra storia che rimanda a un passaggio epocale dell’Italia inteso non nell’accezione abusata del termine che ne fa la politica di oggi. Finito il boom post bellico, finita la prima grande ondata di ristrutturazioni, era ripresa la crescita che ci avrebbe portato a dove siamo oggi. Era di 97 miliardi di euro il Pil dell’Italia del 1969, era di 1.700 miliardi nel 2017. 

Il reddito pro capite è passato da 1.900 a 31 mila dollari. Non ve ne siete accorti? Leggete e guardate Torino ’69 e vi tornerà la memoria. Poteva andarci meglio, negli ultimi 10 anni; infatti la Francia ci ha distanziato un bel po’ in questo primo quarto del nuovo millennio. Ma non è questa la sede.

L’Autunno caldo, definizione coniata dall’allora segretario del Psi Francesco De Martino, fu una stagione caratterizzata da tensioni e scontri che ha avuto come protagonista quella che all’epoca veniva ancora chiamata classe operaia in una transizione sociale ed economica senza precedenti. Teatro principale di questo “sottosopra”, la Torino di cinquant’anni fa e la Fiat che allora viveva con la città in cui era nata in una simbiosi forse unica al mondo. 

Cominciò tutto in una giornata di luglio del 1969 in corso Traiano, un vialone che dal Po arriva davanti all’ingresso della Mirafiori. Furono scontri duri tra polizia, operai, manifestanti di estrazione ancora incerta, gruppi di studenti. E fu l’antefatto che fece da prologo a quanto accadrà poi tra settembre e dicembre di quell’anno e che oggi viene riproposto in un libro dal titolo evocativo “Torino ‘69” edito da Laterza. Al centro una ricca carrellata di fotografie in bianco e nero di Mauro Vallinotto e poi i testi che raccontano quella stagione scritti da Ettore Boffano e Salvatore Tropea.  

Guardare oggi quelle immagini è come tuffarsi in un affascinante film del Neorealismo, in una Torino che, nonostante il miracolo economico, sembra una protesi del dopoguerra: tram, biciclette, le Seicento e le Cinquecentro, quartieri fatiscenti anche nel centro urbano, periferie che cominciano a dilatarsi fuori controllo. Stazioni ferroviarie, Porta Nuova, che ogni mattina si trasformano in una Ellis Island italiana sommerse da montagne di valige e scatole di cartone legate con lo spago e trascinate verso destinazioni ignote da migliaia di immigrati arrivati a Torino, capolinea del loro “cammino della speranza”. 

E poi loro, gli operai, dei cortei, degli scioperi, dei picchetti, che rompono con un passato di “ordine” che sembrava intoccabile e sorprendono il “padrone”, come chiamavano Agnelli, e la stessa città di Torino che era stata scossa da poco dalla ribellione studentesca. 

I volti dei manifestanti e dei loro cartelli “Agnelli e Pirelli ladri gemelli”, “Vogliamo tutto e subito”, fissati dall’obiettivo di Vallinotto con la narrazione di due giornalisti, uno dei quali (Tropea) all’epoca testimone e cronista dei fatti, in “Torino ‘69 si ripresentano con una nitidezza che accorcia la distanza del mezzo secolo che ci separa da quello che ormai si potrebbe definire l’”Autunno della nostra memoria”.