Sallusti ricondannato, ma niente galera

Pubblicato il 26 settembre 2012 18:07 | Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2012 20:40
alessandro sallusti

Alessandro Sallusti, direttore del Giornale

ROMA – “Domani farò il titolo più semplice della mia vita: Sallusti va in galera”: queste le parole del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, che è stato condannato per diffamazione aggravata e ha annunciato di volersi dimettere dalla direzione per poter scontare la condanna in carcere. Ma l’esecuzione della pena è stata sospesa “in quanto risulta non avere cumuli di pena né recidive”, ha spiegato il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati.

Dopo tante polemiche, appelli, scontri, è arrivata la sentenza definitiva: il direttore del Giornale Sallusti è stato condannato a 14 mesi di reclusione. Subito tutti si sono chiesti se sconterà la pena veramente in carcere: la decisione spetta al magistrato di sorveglianza del Tribunale di Milano, ma subito Sallusti ha annunciato di voler fare come Giovannino Guareschi, scontare in carcere una condanna che ritiene ingiusta. “Mi rifiuto di essere rieducato da qualcuno, credo che l’affidamento deve avvenire per qualcuno che spaccia droga magari anche per qualche politico che ruba”. In un susseguirsi di colpi di scena, i giudici di Milano hanno negato a Sallusti la “soddisfazione” di andare in galera, con l’intervento immediato di Bruti Liberati.

Una sentenza che il segretario della Federazione nazionale dei giornalisti Franco Siddi ha definito “sconvolgente”. La Fnsi ha invitato i direttori dei giornali a lasciare, per protesta, spazi bianchi in prima pagina.

Daniela Santanché (legata sentimentalmente a Sallusti) si è detta toccata nella sua “vita personale e umana” ed essendo “nota per la mia passione, sicuramente non mi fermerò davanti a niente e nessuno. Credo che stavolta gli italiani scenderanno in piazza perché bisogna combattere per la libertà e si è violata la libertà”.

IL CASO SALLUSTI. La Cassazione ha confermato la condanna a 14 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Appello di Milano il 17 giugno 2011 per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo.

Per un articolo, “Il giudice ordina l’aborto La legge più forte della vita” (leggi l’originale in Pdf), che peraltro non è stato scritto da Sallusti (condannato in qualità di direttore responsabile), ma firmato con lo pseudonimo Dreyfus, in cui si attaccava con queste parole il giudice – che aveva autorizzato una ragazzina di 13 anni ad abortire, su richiesta dei genitori:

“Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.

Ma la Cassazione dopo la sentenza ha fatto immediatamente sapere che

“è opportuno precisare aspetti del caso Sallusti non esattamente evidenziati dalla stampa nei giorni scorsi. Per prima cosa la falsità della notizia contenuta nell’articolo anonimo attribuito a Sallusti.

Emerge, dalle sentenze dei giudici di merito, che: a) la notizia pubblicata dal quotidiano diretto dal dott. Sallusti era “falsa” (la giovane non era stata affatto costretta ad abortire, risalendo ciò ad una sua autonoma decisione, e l’intervento del giudice si era reso necessario solo perché, presente il consenso della mamma, mancava il consenso del padre della ragazza, la quale non aveva buoni rapporti con il genitore e non aveva inteso comunicare a quest’ultimo la decisione presa)”.

Inoltre la Cassazione sottolinea, al punto b), ”la non corrispondenza al vero della notizia (pubblicata da La Stampa il 17 febbraio 2007) era già stata accertata e dichiarata lo stesso giorno 17 febbraio 2007 (il giorno prima della pubblicazione degli articoli incriminati sul quotidiano Libero) da quattro dispacci dell’Agenzia Ansa (in successione sempre più precisa, alle ore 15.30, alle ore 19.56, alle 20.25 e alle 20.50) e da quanto trasmesso dal Tg3 regionale e dal Radiogiornale (tant’è che il 18 febbraio 2007 tutti i principali quotidiani, tranne Libero, ricostruivano la vicenda nei suoi esatti termini)”.

Al punto c) ”la non identificabilità dello pseudonimo Dreyfus e, quindi, la diretta riferibilità del medesimo al direttore del quotidiano”.

La V Sezione Penale ha inoltre condannato Sallusti a rimborsare le spese processuali, a risarcire la parte civile e a pagare 4.500 euro di spese per il giudizio innanzi alla Suprema Corte. Ci sarà, invece, un nuovo processo per il cronista Andrea Monticone, imputato insieme a Sallusti come autore dell’articolo di cronaca sulla stessa notizia, che era impaginato insieme al commento a firma Dreyfus.