Cani avvelenati, quando cittadini su Facebook inventano giornalismo. Il caso Cuneo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Gennaio 2015 11:26 | Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio 2015 12:48
Cani avvelenati, quando i cittadini su Facebook inventano il giornalismo

Cani avvelenati, quando i cittadini su Facebook inventano il giornalismo

TORINO – Un cane avvelenato, anzi no. Cinque cani avvelenati. No, dieci. Di più: quasi tutti i cani del quartiere. Succede, anzi non succede, a Cuneo. Succede solo sul web dove da un singolo post che denuncia un avvelenamento di un cane in un quartiere cittadino nasce una raffica di segnalazioni. Si parla di “tutti i cani di un palazzo uccisi”, di un parco disseminato di bocconi avvelenati, di gente che piange disperata in strada.

Insomma si costruisce la storia di un serial killer dei cani che si diverte a sterminare la popolazione canina di Cuneo. Racconta sulla Stampa Michele Brambilla come nasce il caso. E di come basti fare un minimo di verifica perché tutto crolli, come un castello di carte.

Si parte da una prima denuncia su Facebook. Si parla di bocconi avvelenati dietro gli uffici dell’Inps, di decine di animali morti. Arrivano i primi commenti, scandalizzati, le condivisioni e lo scandalo si allarga. C’è chi racconta di aver visto “più gente piangere per strada in questi giorni che negli ultimi 15 anni”. Si passa al panico in un parco poco lontano. Si arriva alla storia di un palazzo in cui i cani sarebbero “tutti morti”. E giù i commenti. I soliti: “Bastardi! Dovrebbero farle mangiare a voi le polpette”

La Stampa, spiega Brambilla, ha pensato di pubblicare la storia che circolava sul web. Ha però la fortuna, il quotidiano, di avere qualcuno sul territorio, e di poterlo mandare a controllare. Bastano qualche citofonata e una chiacchierata coi vigili per capire che la storia non si può pubblicare perché non è vera.
Scrive Brambilla:

“Una storiona. Che facciamo, dicono i nostri della redazione di Cuneo: pubblichiamo? È che abbiamo tanti difetti, noi giornalisti, ma anche questa idea bizzarra che le notizie vanno verificate. Così il nostro collaboratore Francesco Doglio fa quello che una volta raccomandavano i vecchi capicronisti, cioè consuma le suole delle scarpe e va a suonare ai citofoni del palazzo in questione, quello dove avevano avvelenato tutti i cani. Risultato: zero cani avvelenati. Il cronista va ai giardinetti, chiede e interroga: ma i cani avvelenati restano zero. Allora va dai vigili della zona: di denunce non ne ce n’è neanche una. Sì, tempo fa era andata da loro una signora a lamentarsi, ma nessuna denuncia. Insomma forse c’è stato un cane avvelenato, che poi però girando sul web è diventato un canile intero”.

Impossibile, partendo dall’invenzione del serial killer dei cani, non passare ad un ragionamento più vasto. Quello del “citizen journalism”, del giornalismo senza più giornalisti. Quello in cui i cittadini sono informatori e informati attraverso la rete.
Ancora Brambilla:

La storia insomma si è rivelata una favola e la morale della favola è la seguente: immaginatevi un mondo senza giornali – di carta o sul web o in tv o alla radio – con una loro riconoscibilità e con professionisti che hanno accesso alle fonti. Immaginatevi ad esempio i fatti di Parigi raccontati solo dai blogger dei quartieri interessati. Stiamo tirando acqua al nostro mulino? Sì. Ma i fatti sono questi. «È la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente», dice Humphrey Bogart nel film «Deadline».