Carcere per i giornalisti, giudice di Salerno alla Corte costituzionale: “Diffamazione: niente galera”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 aprile 2019 9:16 | Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2019 15:20
Carcere per i giornalisti in Italia, giudice di Salerno alla Corte costituzionale: "Diffamazione: niente galera"

Carcere per i giornalisti, giudice di Salerno alla Corte costituzionale: “Diffamazione: niente galera” (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Forse sarà meglio così, se la Corte Costituzionale farà quello che tutti i partiti politici non sono stati capaci di fare: eliminarlo.

A portare nell’aula della suprema garante della legalità costituzionale è stato il Tribunale di Salerno. Il giudice salernitano ha accolto l’eccezione di incostituzionalità sollevata dall’avvocato del Sugc (Sindacato unitario giornalisti della Campania), Giancarlo Visone, nel processo a carico di un ex collaboratore e del direttore del quotidiano Roma di Napoli. 

Secondo la tesi del sindacato, condivisa dal giudice, anche la sola previsione della possibile pena detentiva in caso di diffamazione a mezzo stampa è incompatibile con la Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti umani.
L’Italia è rimasta l’unico Paese in Europa a prevedere il carcere per la diffamazione.

Dopo richiami e multe (l’ultima è del 2019 per gli arresti domiciliari inflitti al direttore del Giornale, Alessandro Sallusti), il Parlamento italiano si era mosso, nella passata legislatura, per eliminare il carcere in conseguenza della diffamazione. Hanno eliminato il reato di ingiuria, per consentire ai politici di insultare e insultarsi meglio, non hanno toccato quello di vilipendio, cosa che è costata a Umberto Bossi un anno di galera (commutato) per avere dato del terrone a Napolitano.

Sulla diffamazione ci si sono messi tutti di buzzo buono, elaborando un progetto di legge che sostituiva il carcere con pesantissime multe e l’intervento dell’Ordine dei giornalisti in funzione Torquemada. Fu quella l’occasione in cui si rivelò appieno l’intrinseca natura fascista del Movimento 5 stelle.

Per grazia del Cielo, qualcuno del Pd se ne accorse e provò a correggere il tiro. Comunque alla fine mancò il tempo per approvare in definitiva la legge.

Ora la parola passa alla Corte costituzionale. Forse, se lo spirito liberticida dei politici non risorgerà, sarà la volta buona.

La notizia del deferimento è data dal sito della Fnsi, la Federazione della stampa italiana, sindacato unitario dei giornalisti: 

“Anche la sola previsione astratta della possibile irrogazione di una pena detentiva in caso di diffamazione a mezzo stampa comporterebbe una limitazione eccessiva del diritto convenzionalmente e costituzionalmente tutelato della libertà di manifestazione del pensiero e di cronaca del giornalista, incompatibile con l’articolo 10 della Cedu (Convenzione europea dei diritti umani)”.

Secondo questa tesi il carcere per i giornalisti, previsto nell’articolo 13 della legge sulla stampa e dall’articolo 595, comma tre, del codice penale (diffamazione a mezzo stampa), violerebbe gli articoli 3, 21, 25 e 27, nonché l’articolo 117 comma 1 della Costituzione in relazione all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 

«Sono anni che chiediamo che con una legge il Parlamento cancelli il carcere per i giornalisti – affermano il segretario e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del Sugc, Claudio Silvestri – Una vera vergogna che nessun governo ha voluto affrontare seriamente e che spinge l’Italia in fondo alle classifiche sulla libertà di stampa. Adesso a decidere sulla legittimità del carcere sarà la Corte Costituzionale. A prescindere dalle sentenze, tuttavia, è sempre più urgente un intervento del legislatore su una materia fondamentale perché riguarda il diritto dei giornalisti di informare e il diritto dei cittadini ad essere informati. La recente condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo proprio per la presenza della pena detentiva per il reato di diffamazione non dà più alcun alibi al Parlamento».