Carlo Pucciarelli morto a Livorno: umile e grande maestro di giornalismo 

di Sergio Carli
Pubblicato il 8 Febbraio 2020 11:01 | Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio 2020 9:43
Carlo Pucciarelli, giornalista morto a Livorno: gran maestro

Carlo Pucciarelli, giornalista morto a Livorno: gran maestro

LIVORNO – Carlo Pucciarelli, grande quanto umile e dimenticato maestro di giornalismo, è morto nella sua Livorno alla soglia dei 90 anni. Con Pucciarelli si spegne un altro astro del grande giornalismo italiano, un mondo, e un mercato, che sembra svanire per sempre.

Ne ha dato notizia il 7 febbraio 2020 il suo Tirreno, il giornale nella cui espansione Pucciarelli ebbe un ruolo decisivo. Il quotidiano livornese, con la vecchia testata Il Telegrafo, non andò molto oltre le 20 mila copie vendute e alla fine l’editore Monti decise di liquidarlo. Passato a Carlo Caracciolo e guidato da Mario Lenzi e dal suo team di cui Pucciarelli fu colonna fondante, il Tirreno, con Luigi Bianchi, Livio Liuzzi e Giuseppe Angella, toccò le cento mila copie di diffusione.

Asse attorno al quale ruotava tutto il sistema fu Mario Lenzi, umile e dimenticato colosso del giornalismo italiano. 

Sotto di lui si è formata più di una generazione di professionisti il cui contributo oggi più che mai è decisivo per il conto economico del fu Gruppo Espresso, oggi Gedi. Pucciarelli fu tra i primi, come ha di recente ricordato:

“Nei primi passi del mestiere mi aiuto’ molto un amico di qualche anno più grande figlio di un ferroviere collega di babbo: Mario Lenzi, combattente partigiano, in prima fila nella colonna della brigata Garibaldi che entrò a Livorno con le truppe americane il giorno della liberazione; all’epoca era redattore capo alla Gazzetta, poi è stato il mio maestro nella lunga carriera giornalistica, compagno di ferro fino alla morte”.

Con la tipica visione livornocentrica, nel ricordare le tappe della carriera di Pucciarelli il Tirreno omette il più importante successo della carriera di Pucciarelli: la nascita del Centro di Pescara, nel 1986. Fu quasi interamente opera sua, partendo dal prato verde, assemblando una redazione di giovanissimi attorno a un nucleo di giovani già collaudati in altri giornali del Gruppo Espresso.

Fu un successo di vendite, nonostante una serie di problemi gestionali e la difficoltà di affermazione per un giornale fatto da comunisti in una regione bianca come l’Abruzzo. Ovviò Mario Lenzi, all’epoca direttore editoriale, mettendo al neonato giornale il cappello di Ugo Zatterin, grande giornalista di suo, ma anche personaggio amato dal pubblico per la sua popolarità televisiva. E soprattutto non comunista ma socialista quindi due volte accettabile dal pubblico pescarese.

Andò male a Lenzi qualche anno dopo il bis nelle Marche, a conferma che nei giornali l’alchimia della linea e del direttore è decisiva. Andò male anche l’estremo tentativo di Lenzi con l’Unita. Ma questo Lenzi lo sapeva fin dall’inizio, consapevole della debolezza del mix mercato (vecchi lettori stalinisti in estinzione) redazione management. Anche la gestione di un giornale è opera assai delicata e pochi ci sono tagliati.

Altro decisivo contributo di Pucciarelli al successo e alla sopravvivenza economica del Tirreno e degli altri giornali locali fu la messa in produzione del primo sistema editoriale per la fattura dei quotidiani in Italia,  noto come 3P, dalle iniziali dei cognomi di Pucciarelli e dei tecnici Pietracaprina e Pernazza che lo svilupparono.

La lunga carriera di Carlo Pucciarelli, iniziata a Livorno subito dopo la guerra, prosegui a Roma con Paese Sera (sempre con Lenzi, che a 35 anni ne era già vice direttore, oltre che autore di un Dizionario di giornalismo su cui si formò con successo una generazione).

Nel suo articolo il Tirreno conclude così: 

“Carlo Pucciarelli se n’è andato alle soglie dei 90 anni, li avrebbe compiuti in aprile. 

L’estate scorsa Pucciarelli era stato al centro di un episodio di cronaca: prima lui e la moglie Mara, investiti da un carrello all’interno del punto vendita di Obi, avevano riportati serie ferite ed era stato necessario il ricovero, poi in ospedale entrambi erano stati derubati forse durante il trasferimento in reparto.

Apparteneva a quella leva di grandi giornalisti livornesi che tanto ha dato alla stampa del nostro Paese: lascia il testimone di quella tradizione nelle mani del nipote Matteo, acuto cronista e osservatore della politica come della società”.

Matteo, oggi a Repubblica, ha registrato sul suo blog nel 2013 la rievocazione della vita del nonno. È una lettura interessante avvincente e anche un po’ commovente. La di consiglia con calore.