Cda Rai. Corriere: “Serie B”. Repubblica: “Tutto qui?”. La Stampa…

di Edoardo Greco
Pubblicato il 5 agosto 2015 11:33 | Ultimo aggiornamento: 5 agosto 2015 11:34

ROMA – La nomina di 7 dei 9 nuovi componenti del consiglio d’amministrazione della Rai mette d’accordo tutti i maggiori quotidiani italiani. In un giudizio negativo unanime. I nomi di Rita Borioni, Paolo Messa, Franco Siddi, Guelfo Guelfi, Arturo Diaconale, Giancarlo Mazzuca e Carlo Freccero sono stati accolti con poco entusiasmo dal Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa. Dario Di Vico sul Corriere parla di un “consiglio d’amministrazione di serie B”, altro che Bbc:

Le verità amare conviene dirle subito piuttosto che affidarsi a lunghe e ipocrite perifrasi: il nuovo consiglio di amministrazione della Rai è di serie B. Del ventilato progetto di copiare la Bbc è rimasta solo la prima lettera. Pur con il dovuto rispetto alle singole persone che ieri sono state nominate alla guida di Viale Mazzini, leggendo e rileggendo la lista non si può che arrivare a questo giudizio. Francamente non ci pare che il nuovo consiglio si sia dotato di quei profili professionali e di quelle competenze che dovrebbero servire alla Rai in una stagione che sarà caratterizzata da profonde discontinuità tecnologiche e da rimescolamenti degli assetti di mercato. Mancano figure con esperienze aziendali/gestionali significative o che comunque ne sappiano di televisione. L’unica eccezione è Carlo Freccero, di cui si potranno condividere o meno le sortite nei talk show ma che sicuramente conosce i ferri del mestiere. Il resto è composto per lo più da giornalisti della carta stampata in una singolare rivincita romana dei nipotini di Gutenberg sul mezzo televisivo.

Sebastiano Messina su Repubblica si chiede “Tutto qui?” e sottolinea come in sei casi su sette si tratta di “lottizzati”, “targati”, nomi selezionati perché espressione di partiti e non perché portatori di competenze:

Tutto qui? Uno scorre la lista del nuovo cda Rai e scopre che sono stati nominati due spin doctor, una collaboratrice parlamentare, un sindacalista e due giornalisti del coro berlusconiano. Più Carlo Freccero, l’unico vero esperto di televisione, il quale fa venire in mente la vecchia battuta che raccontava perfettamente la lottizzazione ai tempi del penta-partito: se ci sono cinque posti, bisognava assumere un democristiano, un socialista, un comunista, un socialdemocratico e uno bravo. Ecco, Freccero è quello bravo (e chapeau ai grillini che l’hanno fatto eleggere, benché nel 2013 lui avesse detto che votava Ingroia alla Camera e Pd al Senato). Ma gli altri? Chi sono? Da dove vengono? Quali competenze portano? La prima cosa che salta agli occhi è che sono tutti targati.

Mattia Feltri su La Stampa fa notare come la lottizzazione e la mancanza di competenze specifiche dei nominati siano in grande continuità con la storia della Rai nella prima e nella seconda Repubblica. Evidenziando lo scarto fra le promesse di Renzi al pubblico della Leopolda e i sette nomi che segnano l’inizio dell’era renziana nella Rai.

In continuità con la grande tradizione della Rai, i nuovi membri del consiglio di amministrazione non sanno assolutamente nulla di tv. O almeno non più di quanto ne sappia chi abbia fatto zapping un paio di volte nella vita, con l’eccezione di Carlo Freccero (sessantotto anni compiuti oggi: che bel regalo!), quattro decenni tra Fininvest e Rai, dalla direzione di Italia Uno a quella di Raidue. L’idea di indicare per il cda della tv di Stato uno del ramo – idea che purtroppo agli altri non è venuta – consegna al Movimento cinque stelle il titolo di migliore in campo. E ci sarebbe poco da ridire, poiché si lottizza da sempre, e le competenze specifiche non erano richiestissime nemmeno nei cda precedenti, se non fosse che al diciassette dei cento punti della Leopolda renziana del 2011 si leggeva che «l’obiettivo è tenere i partiti fuori dalla gestione della televisione pubblica». E l’obiettivo è stato rilanciato dal governo fino a qualche ora fa: il merito, l’attinenza, lo scarto col passato. Obiettivo era e obiettivo rimane, però, e non soltanto perché si è proceduto alla nomina dei sette con la legge Gasparri, una di quelle leggi che fanno rabbrividire tutti ma nessuno cambia.