Ferruccio De Bortoli: “Odore stantio di massoneria”. Meletti: “Una specie di Pd”

Pubblicato il 27 settembre 2014 7:33 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2014 13:32
Ferruccio De Bortoli: "Odore stantio di massoneria". Meletti: "Una specie di Pd"

Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera: si sente uno “stantio odore di massoneria”

MILANO – L’editoriale del direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli di aspra critica contro il primo ministro Matteo Renzi

“ha scioccato la compassata élite milanese, che l’ha trovato chi volgare, chi inelegante”,
registra Marcello Zacché sul Giornale di Berlusconi:
“Si sa che nelle grandi banche e società che controllano da oltre trent’anni il Corriere si cela il potere di quell’establishment che, in barba alle regole della democrazia, esercita pressioni importanti sull’economia e la politica. Il cui ultimo frutto avvelenato sarebbe stato il governo di Mario Monti, cacciato Berlusconi. Ora, due anni dopo, il Corriere dei poteri forti tirerebbe la volata a Mario Draghi per cacciare Matteo Renzi”.
Giorgio Meletti sul Fatto integra e va oltre:
“Quando il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli denuncia che il patto del Nazareno emana uno “stantio odore di massoneria” sbaglia solo l’aggettivo. Sgradevole, non stantio. Perché la massoneria è una fenice immortale giunta solo a metà dei 500 anni che il mito assegna alla sua prima vita. È fresca, innaffiata ogni giorno dai fiotti di vigliaccheria che il metabolismo italiano, disturbato dalla crisi, produce”.
L’articolo di Marcello Zacché continua ricordando che in questo momento
“a guidare il Corriere della Sera c’è un direttore licenziato: [lo stesso Ferruccio] De Bortoli [autore dell’editoriale contestato da molti a Milano, che] ha da qualche mese raggiunto un accordo con Rcs per andarsene in aprile, quando la società rinnoverà tutti i vertici. E, per sua stessa ammissione, contro la sua volontà. Prenderà 2,5 milioni di liquidazione, firmando un patto di non concorrenza. Dopo ventisette anni sarà fuori dal gruppo.
“A non volerlo più sono dunque gli stessi conservatori poteri forti che De Bortoli hanno costruito, trasformandolo da giovane ventenne sinistrorso nel loro figliuolo prediletto. Non dimentichiamoci che, quando nel 2009 mancava un accordo sul sostituto di Paolo Mieli, De Bortoli tornò a fare il direttore perché era l’unico che metteva d’accordo il diavolo e l’acquasanta del capitalismo nazionale, Cesare Geronzi e Gianni Bazoli, l’uno a Mediobanca, l’altro al vertice di Intesa.
“Ma oggi Rcs è un’altra cosa, come lo sono anche Mediobanca, Intesa, Unicredit piuttosto che le Generali: finanza troppo stremata dalla crisi per poter giocare ancora nei salotti. In Rcs non c’è più un patto di sindacato: Mediobanca ad aprile sarà a zero; Generali è già uscita; la galassia Ligresti è sparita; Intesa è ancora lì, ma per poco.
“A crescere (con il 17%) e a prendersi il Corriere è stato uno solo dei vecchi soci del dopo P2: la Fiat, grazie alla salvezza assicuratagli da Sergio Marchionne, e dove John Elkann è deciso a seguire le tracce del nonno Gianni Agnelli.
“Poi c’è Diego Della Valle, secondo socio con il 7%, ma sconfitto da Elkann. I due hanno già un accordo di governance per il rinnovo delle cariche di aprile: Diego sceglierà il presidente di Rcs; a Yaki, che già controlla l’ad Pietro Scott Jovane, spetterà la scelta del direttore.
Per quanto riguarda Renzi, i poteri di cui sopra si guardano bene dal metterlo nel mirino. Marchionne lo sostiene apertamente; l’ad delle Generali Greco è un suo fan; mentre i banchieri dei grandi istituti milanesi concordano con De Bortoli solo nell’attribuire al premier una certa superficialità e faciloneria. Per il resto ritengono, come dice uno di loro, «che meriti sostegno per la volontà espressa di affrontare cambiamenti non facili in un mondo gattopardesco».
“È in questo clima che martedì sera, vigilia dell’esordio del nuovo formato che porterà il Corriere nel futuro, ma senza di lui, De Bortoli ha dato alle stampe l’editoriale al vetriolo anti-Renzi.
“Dall’articolo traspare, soprattutto nei toni inusuali, più disillusione che una manovra ordita dai poteri forti: il De Bortoli disoccupato a 62 anni (li compirà a maggio) come uno qualunque dei suoi prepensionati (benché d’oro), cerca nell’antirenzismo una dimensione personale che sopravviva al ruolo e alla funzione perduti.
“Non a caso si becca le reazioni seccate di Marchionne, che da New York replica dicendo solo «io non lo leggo, normalmente». C’è da pensare che, di qui ad aprile – sempre che questa bizzarra direzione a tempo regga all’urto di altri terremoti come questo -, al Corriere ne vedranno ancora delle belle.
“Dopodiché nessuno può illudersi che il momento politico attuale, con il successo popolare di Renzi, non stia allarmando ampie fette dell’establishment nazionale che animano il Corriere e quei poteri che, forse meno forti e più fragili che mai, continuano a vedersi a Cernobbio e magari fanno il tifo per la Troika”.
Questo il quadro tracciato da Giorgio Meletti sul Fatto:
“La massoneria è proprio un’araba fenice. Siamo circondati ma… “Che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa”, come aveva previsto Metastasio quasi 300 anni fa, e davvero ciascun lo dice, mica solo De Bortoli”.
Cesare Geronzi, nel libro-intervista Confiteor di Massimo Mucchetti, alla domanda se “nella finanza ci sono molti fratelli?” risponde copiando
“inconsapevolmente la battuta di Walter Chiari chiamato a enumerare i sarchiaponi: “Pullulano”. Luigi Bisignani , giovanissimo iscritto alla P2 (ma a sua insaputa, a quanto gli risulta), non ha dubbi: “Seguendo per l’Ansa le forze armate, avevo capito perfettamente che, come mi ha ribadito tante volte Cossiga, l’influenza della massoneria tra i militari era per tradizione fortissima”.
“Ed ecco l’andreottian – prodian – berlusconiano Lamberto Dini distillare la più celebre cattiveria di sempre (“In Banca d’Italia, i governatori che ho conosciuto – Menichella, Carli e Baffi – non erano certamente iscritti alla massoneria”), salvo poi precisare che solo una deprecabile dimenticanza aveva escluso Carlo Azeglio Ciampi dalla lista dei senza peccato.
“Vedremo poi dove sbagliano i dietrologi, ma su una cosa hanno ragione. Siamo circondati, e non è sempre un male. La massoneria è un servizio diffuso, come la rete dei tabaccai, le parrocchie, le fermate dell’autobus. Entri in un ministero e ti bastano poche ore per sapere qual è il massone a cui proporre solidarietà inconfessabili.
“Chiunque può illudersi di essere nel cerchio magico, protetto da amicizie bioniche. Il presidente della banca vaticana Ior Ettore Gotti Tedeschi intercettato a tavola con l’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, la sera del 23 maggio 2012, consiglia all’amico di mettersi nelle mani di Ignazio Moncada, apparentemente solo presidente della Fata, una delle decine di società controllate da Orsi, quasi un suo dipendente.
“Ma guai a fidarsi delle apparenze, avverte l’astuto Gotti, andiamo al sodo, cioè all’occulto: “Non semplificarlo come agente segreto della Cia, o un massoncello qualsiasi, è veramente un grandissimo burattinaio”. Burattinaio, come Gelli.
“Moncada, ex agente segreto, forte dell’amicizia di Giuliano Amato e Giulio Tremonti, è considerato l’anti-Bisignani. Il trio Gotti – Orsi – Moncada fa sfracelli. Il primo viene fatto fuori dallo Ior la mattina dopo, Orsi va in prigione senza passare dal via, poi arriva Mauro Moretti alla Finmeccanica e caccia Moncada senza nemmeno chiedergli di che loggia è. Strike.
“È che la vigliaccheria non consente disciplina, ed è qui che sbagliano i dietrologi: la massoneria è un casino, una specie di Pd, una nebulosa di conventicole dove tutti sono l’un contro l’altro armati a contendersi poltrone a appalti per i rispettivi clientes. Loggia vince, loggia perde. Ci sono la massoneria di palazzo Giustiniani e quella di piazza del Gesù, la P2 dei reduci, la P3, la P4 e le altre informali: la loggia mafiosa, quella delle cliniche, quella dei palazzinari e quella della magistratura, ordinaria e amministrativa.
“C’è anche un Grande Oriente Democratico, il cui gran maestro Gioele Magaldi rivela al giornalista di La7 Filippo Barone che sono tutti massoni, Mario Draghi e Ignazio Visco della Banca d’Italia, e Giorgio Napolitano e il presidente del Senato Piero Grasso, e vari pezzi grossi del ministero dell’Economia.
“Barone manda in onda, nessuno smentisce. E non perché massoni lo siano, ma perché in un gioco di specchi dove il tovagliolo del ristorante di lusso può valere più del grembiulino, tutti sono massoni e nessuno lo è. E poi ci sono quelli in pectore, in sonno, all’orecchio, sotto osservazione, amici di, o semplici ammiratori senza tessera, come il rutellian-ambientalista Ermete Realacci.
“L’eroe dei nostri tempi è Carlo Malinconico, sottosegretario del Governo Monti dopo una vita al vertice della burocrazia statale, uno degli uomini più potenti d’Italia se si guarda al potere vero anziché alle presenze ai talk show, costretto alle dimissioni perché si faceva pagare le vacanze dal costruttore.
“Piagnucola: “Mai avuto gonnellini e grembiulini. E questo la dice lunga su quello che mi è successo”. Parafrasando Pietro Nenni, c’è sempre una loggia più loggia che ti sloggia. E così anche Malinconico, di nome e di fatto, dopo decenni di naso tappato ha sentito l’odore stantio”.
Stefano Feltri sul Fatto si interroga sul perché dell’attacco di Ferruccio de Bortoli a Matteo Renzi, evoca la troika, i segreti del patto del Nazareno e, a questo proposito, sente lo “stantio odore della massoneria”?
Il Corriere della Sera, nota Stefano Feltri,

“è anche il giornale dei poteri (un tempo) forti, quello che la loggia P2 comprò con i soldi del banco Ambrosiano di Roberto Calvi e nel cui azionariato tormentato tuttora si scontrano gli ultimi frequentatori dei salotti della finanza, Diego Della Valle contro Giovanni Bazoli di Intesa e la Fiat di Sergio Marchionne e John Elkann. E se il Corriere sfiducia il governo – a cui non ha mai riconosciuto grandi meriti – nei palazzi romani si passa la giornata a cercare il mandante o almeno un’interpretazione.

“De Bortoli parla di “muscolarità che tradisce debolezza” e di una squadra di ministri “di una debolezza disarmante” (tranne Pier Carlo Padoan all’Economia), uomini e donne scelti in base alla fedeltà invece che alla competenza. Osservazioni molto condivise in quei settori di impresa e finanza che hanno accolto con entusiasmo Renzi ma ora non vedono alcun miracolo.

“Soltanto Sergio Marchionne, che accoglie Renzi alla Chrysler a Detroit e invoca la riforma dell’articolo 18, rimane decisamente renziano: “L’editoriale del Corriere? Normalmente non lo leggo”. 

“Avanti con le suggestioni, a metà tra fantapolitica e analisi. Renzi aveva attaccato in Parlamento, con toni intimidatori, proprio il Corriere, reo di aver dato notizia dell’indagine per corruzione internazionale su Claudio Descalzi, il manager scelto dal governo per la guida dell’Eni. Il premier, il 16 settembre, alla Camera attacca: “Non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale nazionale”.

“Allora, zac, De Bortoli risponde alle minacce con l’editoriale “Il nemico allo specchio”. Il sito Dagospia riferisce anche che il premier avrebbe protestato perché da via Solferino avevano mandato un inviato nell’albergo delle vacanze presidenziali a Forte dei Marmi.

“Ma queste sono minuzie che non appassionano chi preferisce vedere disegni più vasti dietro l’attacco del Corriere. Tipo: Mario Draghi ha ormai deciso di lasciare la Bce l’anno prossimo per andare al Quirinale, dove Renzi non lo vuole perché si troverebbe commissariato, De Bortoli supporta Draghi e asseconda quei poteri che sarebbero rassicurati dal vedere il banchiere centrale al vertice della politica italiana (peccato che non è affatto detto che Draghi voglia e possa andarsene da Francoforte senza destabilizzare i mercati mondiali).

“Infine l’ipotesi più ardita: il direttore del Corriere pensa alla politica, ma non come sindaco di Milano (ipotesi di cui si discute da anni), bensì come portabandiera di uno schieramento alternativo al Pd renziano. I salotti non hanno più un loro uomo, visto che l’ambizioso Corrado Passera convince poco.

“Fantapolitica a parte, resta quel riferimento sorprendente alla massoneria. Forse De Bortoli ha indiscrezioni su indagini fiorentine? Siti e personaggi dalla discutibile attendibilità sostengono che ci siano legami tra Tiziano Renzi, il papà, Denis Verdini (Forza Italia) e logge toscane. Illazioni mai dimostrate”. 

La saga di De Bortoli contro i massoni è proseguita su Libero:

 “I fendenti di De Bortoli ad alcuni, i più maliziosi, hanno fatto venire in mente quei messaggi cifrati, quei “pizzini” di cui dipendono da sempre i Palazzi italiani, Chigi in testa. Insomma, un avvertimento bello e buono inviato da Ferruccio De Bortoli a Matteo Renzi, con mittente nascosto: i salotti buoni, quelli dei poteri forti.

Se non che poche ore dopo Sergio Marchionne, amministratore delegato di quella Fiat che fa capo a John Elkann, cioè l’editore di riferimento del Corsera, ha sconfessato di fatto De Bortoli professando la propria fede assoluta nell’operato di Matteo, non senza toni sprezzanti nei confronti del quotidianone e del suo direttore. E allora, come la mettiamo?

“Uno che di massoneria se ne intende,Luigi Bisignani, dalle colonne del Tempo legge a modo suo l’intera vicenda, legandola più che a trame oscure alla situazione personale di De Bortoli.

Il suo editoriale di fuoco è stato dettato da “un impeto di orgoglio. L’articolo che ha scritto è una prova di forza e di grande vitalità dopo un’estate non esaltante, con momenti per lui anche difficili”.

De Bortoli come Montanelli, insomma: in difficoltà, traballante, tira fuori l’asso per provare a ribaltare la propria sorte.

“Forse sta cercando un altro posto di lavoro e pensa che Renzi non potrà portarlo né alla Rai né a fare il sindaco di Milano – la butta lì Bisignani-. Gli resta sempre un ottimo rapporto con Carlo De Benedetti che non mi pare sia in sintonia con l’azione del premier”.

Insomma, “il suo attacco al premier è un fatto personale” e un tentativo di “riavvicinarsi alla redazione che in questo momento ricorda un po’ la Libia, piena di faide che si confrontano senza una direzione”.

Nell’editoriale di De Bortoli Bisignani non vede però segnali di fumo di quel che sta per accadere, magari un Renzi indebolito cui il Corriere tenta di dare l’ultima spallata per fare posto al tandem “tecnico” Visco-Draghi a guidare l’Italia (con cabina di regina divisa tra Bankitalia e Francoforte): “Io non ci credo. Penso che siano soltanto voci. Anzi sono certo che ci porterà presto al voto e vincerà alla grande”.

Risultato: la stilettata di Ferruccio De Bortoli “dà un bel vantaggio al premier che in questo modo può dimostrare che sta lottando contro (presunti) poteri forti per cambiare il nostro Paese: i politici, i magistrati, ora anche il Corriere. Invece a Napolitano non sarà piaciuto”.

Su questo punto, Bisignani sorvola. Un aiuto all’interpretazione lo può dare la lettera inviata proprio al Corriere da Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Nemmeno a lui le parole di De Bortoli sono piaciute, tanto da sottolineare come la Massoneria citata genericamente dal direttore sia in realtà “un nobile ordine che merita rispetto e che riceve telegrammi e attestati di stima ufficiali, in occasione delle sue annuali ricorrenze, da parte delle massime cariche istituzionali, presidente della Repubblica in testa”. Chi di pizzino ferisce, di pizzino perisce?”.