Intercettazioni, Napolitano e Procura di Palermo: la prima del Fatto Quotidiano

Pubblicato il 6 agosto 2012 23:18 | Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2012 23:18

ROMA – Intercettazioni e Giorgio Napolitano: il Fatto Quotidiano nell’edizione del 7 agosto torna sul tema a lui più caro negli ultimi mesi.

Il titolo principale sulla prima pagina è: “Guerra ai pm di Palermo, azione disciplinare”. Occhiello: “Dopo la pratica contro Scarpinato, il Pg della Cassazione (che il Quirinale attivò per Mancino) vuole trascinare dinanzi al Csm il procuratore Messineo e il pm Di Matteo per un’intervista sulle telefonate del Presidente”.

Il giornale di Antonio Padellaro si schiera contro la legge sulle intercettazioni del ministro della Giustizia Paola Severino, definendola “norma ad personam” e “leggina preventiva per distruggerle”.

In prima pagina c’è spazio anche per le accuse di Antonio Di Pietro al presidente della Repubblica sui fondi del Pci e sull’intervista di Mario Monti allo Spiegel, a cui sono seguite le critiche dei tedeschi.

L’editoriale del direttore Padellaro parla di “Persecuzione”, e tratta, appunto, dell’azione disciplinare avviata dal Pg della Cassazione contro i vertici della Procura di Palermo”, definendola una “vera e propria strategia persecutoria” che sarebbe stata scatenata “da alcuni organi dello Stato contro altri organi dello Stato preposti alla ricerca della verità”.

L’articolo di fondo di Marco Travaglio torna sul tema intercettazioni. Sotto il titolo “La concessione del telefono” (come il romanzo omonimo di Andrea Camilleri), Travaglio se la prende con il collega del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che a sua volta, in un articolo precedente, aveva scritto che “Travaglio si improvvisa incontinente inventore di formule giuridiche”.

Scrive Travaglio:

“Secondo Ballista (Battista, ndr.), l’assenza di accenni nella Costituzione alla non intercettabilità del Presidente si spiega così: ‘Nella seconda metà degli anni 40, senza telefonini e apparecchiature sofisticate’, i costituenti non potevano ‘parlare d’intercettazioni telefoniche come ne parliamo oggi’ perché impossibilitati a ‘predire il futuro’. Battutona da scompisciarsi. Purtroppo al noto esperto del nulla sfuggono alcuni dettagli. 1) Le intercettazioni telefoniche non si fanno solo sui telefonini, inventati negli anni 80 del secolo scorso, ma anche sui telefoni fissi, inventati da Antonio Meucci fra il 1854 e il 1871 con buona pace di Ballista, convinto che nel 1948 si comunicasse con i piccioni viaggiatori, i messi a cavallo, i segnali di fumo e i messaggi in bottiglia lanciati in mare. 2)Il primo Codice di procedura penale a prevedere e disciplinare le intercettazioni telefoniche è quello del 1913, che ne attribuiva la facoltà alla polizia giudiziaria, al giudice istruttore e al Procuratore del Re; norma poi ripresa dal Codice Rocco del 1930. 3) Nel ventennio fascista il passatempo preferito dei capi della polizia (come il celebre Arturo Bocchini) e dell’Ovra era quella di intercettare i telefoni degli oppositori e dei gerarchi in odor di fronda, su su fino allo stesso Mussolini (se sapesse almeno leggere, Ballista troverebbe ottimi libri con le trascrizioni delle telefonate dei capi del regime, nonché quelle fra il Duce e la Petacci, conservate all’Archivio di Stato). 4) I padri costituenti, nella Carta del 1948, non si occuparono dell’immunità da intercettazioni non perché non esistessero telefonini e apparecchiature, ma perché all’art. 68 avevano già previsto l’autorizzazione a procedere per processare o privare della libertà personale i membri del Parlamento. Nulla del genere scrissero per il presidente della Repubblica, processabilissimo e privabilissimo delle libertà personali nel caso di reati commessi al di fuori delle sue funzioni: anche oggi il nuovo art. 68 richiede l’autorizzazione delle Camere per le intercettazioni (non più per i processi) ai parlamentari, ma non al Presidente: bisogna farsene una ragione”.

 

 

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