Google, dominio su internet: algoritmo e abusi. Lotteria senza trasparenza

Pubblicato il 3 Dicembre 2012 11:54 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2012 11:54
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Google: il suo algoritmo decide arbitrariamente delle fortune dei siti web. La segretezza giustifica gli abusi?

ROMA – Google e traffico web: è un algoritmo, segretissimo, che decide del destino di una popolazione di siti web. Grazie al motore di ricerca cresciuto a livelli super monopolistici, si è sviluppato un business da 80 miliardi di dollari l’anno per 1,8 milioni di singole operazioni commerciali, non solo per i siti internet ma anche per tutto l’indotto di consulenti di tecnologie e Seo (search engines optimisation).

Ma quei siti nello spazio di un mattino possono passare da un’alta visibilità al dimenticatoio delle ultime posizioni nel “ranking”.

Senza un mezzo avviso, o una giustificazione.

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Da qui l’accusa, che per molti è una certezza, di abuso di posizione dominante da parte di Google, su cui indagano le Antitrust in Europa e in America.

Il New York Times (“Per i web sites, la vita nel mondo di Google può essere un’esperienza pericolosa”) ha dato conto della questione attraverso la testimonianza diretta di alcuni operatori web.

Grandi operatori di shopping online, come Nextag, o gruppi no-profit di informazione politica di base come Vote-Usa.org, denunciano il caso di improvvisi declassamenti (da primi nelle pagine di ricerca si sono ritrovati in fondo alla graduatoria): significa meno contatti e quindi grosse perdite in un caso, meno contatti e grandi donazioni sfumate nell’altro, a causa, apparentemente, di un capriccio dell’algoritmo. Non è la sola contestazione che il moloch di Google sta ricevendo: il gigante hi-tech deve difendersi dall’accusa di eludere la tassazione dove opera e fa profitti, dal problema delle tariffe, dalla gestione del copyright a livello editoriale.

Tornando all’algoritmo, questo giudice invisibile, arbitrario ed imperscrutabile. Jeffrey G. Katz ha assistito, in febbraio, al rapido, incomprensibile declino del traffico giornaliero della sua compagnia di shopping online Nextag. Ingegneri e consulenti sono ammattiti provando a capire quale fosse il problema, dov’è che stavano sbagliando. Inavvertitamente (era la speranza), piccole modifiche potevano aver indotto l’algoritmo di Google a retrocedere Nextag, magari quando qualcuno stava cercando su Nextag, “tavolo da cucina”, o forse “tagliaerba”. Vai a sapere. Fatto sta, che disperati di non trovare la soluzione, alla Nextag hanno deciso di raddoppiare la quota d’abbonamento diciamo così, per i servizi nella ricerca online. “Fummo obbligati a questo”, afferma ora Mr. Katz. Il 60% dei contatti di Nextag passano per Google, era l’unica alternativa percorribile per trattenere i venditori online in fuga dal sito.

Come detto, nonostante il grande impulso all’economia, l’algoritmo con il quale Google fa girare il suo eccezionale motore di ricerca non è trasparente e proietta un’ombra enorme sullo stato dell’ecosistema del business online. Si è sempre difeso Google: “Noi aggiorniamo continuamente l’algoritmo perché vogliamo consentire a chi naviga di ottenere le informazioni che desiderano il più presto e il più facilmente possibile”. Quick & easy. Ottimo slogan. Peccato che le Antitrust europee e americana  sospettano che l’algoritmo, segretamente, finisca per avvantaggiare i siti commerciali che piacciono a Google, nel senso quelli che vogliono loro, con buona pace per la correttezza della gara sul web.

Cioè, Google favorirebbe i suoi canali o quelli che pagano per direttamente per stare più alti in classifica. (Chiunque abbia fatto delle ricerche in rete sa che gli annunci a pagamento sono sulla parte destra, quelli sulla parte sinistra dovrebbero essere invece il risultato di una competizione su rilevanza, qualità e contenuti tra i siti partecipanti.