Google: Chi rappresenta la Fieg? Dire indicizzazione uguale diffusione contenuto? Errore o malafede

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Maggio 2015 11:16 | Ultimo aggiornamento: 29 Maggio 2015 11:17
Google: Chi rappresenta la Fieg? Dire indicizzazione uguale diffusione contenuto? Errore o malafede

Google: Chi rappresenta la Fieg? Dire indicizzazione uguale diffusione contenuto? Errore o malafede

ROMA – Google scorna gli editori italiani che insistono, in nome del copyright, sulla pretesa di una tangente sui loro contenuti che Google non prende ma indicizza e diffonde, quindi aiutandoli. Google lo fa con garbo e diplomazia, per bocca di Carlo D’Asaro Biondo, presidente delle relazioni strategiche di Google in Europa, ma con chiarezza e fermezza:

“Diciamo le cose come stanno. Google non ruba i contenuti a nessuno. Siamo stati e siamo sempre disponibili a trattare con gli editori, in Italia come in altri Paesi, ma bisogna basarsi su dati concreti e serve sincerità da entrambe le parti”.

“Noi non facciamo nulla senza rispettare il diritto d’autore. Ma considerare l’indicizzazione uguale alla diffusione del contenuto significa essere in errore o in malafede.

“Mi chiedo chi rappresenta oggi la Fieg, perché sento dal presidente Costa discorsi molto diversi da quelli che sento da piccoli editori o anche dalla stampa estera”.

Intervistato da Francesco Manacorda per la Stampa di Torino, Carlo D’Asaro Biondo replica all’intervista rilasciata sempre a La Stampa dal presidente della Fieg Maurizio Costa. Costa chiede a Google di riconoscere i diritti degli editori, domandando anche che Google «ci paghi i nostri prodotti editoriali che immette nel suo sistema», ignorando che Google lancia in rete solo titoli, link e Paolo che aiutano la scelta dal parte del lettore e forse anche che persino le testate più importanti devono a Google una quota del loro traffico proprio a Google.

La posizione degli editori italiani dei grandi quotidiani appare abbastanza debole dopo il caso della Spagna, dove Google, di fronte a analoghi lamenti, ha sospeso Google News, costringendo gli editori a piangere in ginocchio perché fosse ripreso. I tedeschi, fatti furbi dal caso Spagna, hanno deposto le armi.

La domanda di Carlo D’Asaro Biondo mette in evidenza il dubbio che la Fieg stia dando voce alle pretese di alcuni editori mossi forse più dall’invidia che dal realismo. Altre cose sarebbero da chiedere a Google, a cominciare dalla trasparenza e dalla collaborazione per fare crescere ancora il traffico e ottimizzare i risultati, sulla linea di quanto dice lo stesso Carlo D’Asaro Biondo a Francesco Manacorda:

“Noi facciamo una cosa molto diversa da utilizzare contenuti altrui. Noi indicizziamo quei prodotti, nel senso che permettiamo all’utente che fa richieste su un dato argomento di accedere alle fonti che di quell’argomento trattano. Ma è sempre l’editore che sceglie se e come i suoi prodotti devono essere indicizzati, se chi naviga può disporre di un intero articolo o solo di una parte, se la lettura sul sito dello stesso editore è gratuita o a pagamento… Insomma la nostra è solo una forma di promozione. E ovviamente siamo sempre disponibili a lavorare con gli editori per sviluppare nuovi prodotti che possano massimizzare i loro introiti: sia che si tratti di accessi a pagamento, sia di inserzioni pubblicitarie.
“Capisco che alcuni editori tradizionali abbiano marchi forti e possano dunque non essere interessatissimi, ma altri editori di giornali più piccoli o di stampa locale guardano con grandissimo interesse al nostro modello. Quando il mese scorso abbiamo lanciato la nostra Digital News Initiative con otto grandi gruppi editoriali europei abbiamo visto un numero importante di giornali interessati: sono attratti dal nostro modello di business e dalla nostra volontà di sviluppare prodotti in comune”.

Nota Francesco Manacorda che secondo gli editori della Fieg Google dovrebbe condividere con gli editori i ricavi pubblicitari… La replica è degna di un gesuita:

“Siamo d’accordo sulla condivisione dei ricavi pubblicitari, tanto che abbiamo sviluppato tecnologie per condividerli attraverso YouTube o attraverso le nostre piattaforme pubblicitarie. E siamo comunque disponibili a discutere con gli editori le condizioni per l’utilizzo delle nostre piattaforme”.