Internet a due velocità, Trump lo vuole: significa più a chi paga di più

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 24 novembre 2017 9:30 | Ultimo aggiornamento: 24 novembre 2017 10:09
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Internet a due velocità, Trump la vuole: significa più a chi paga di più

ROMA – Internet a due velocità, Trump lo vuole: significa più a chi paga di più. Più o meno trenta mesi. Tanto è passato da quando gli Stati Uniti sancirono che la neutralità della Rete era una condizione necessaria per la libertà. O almeno lo era allora perché oggi, a due anni e mezzo di distanza, gli stessi Stati Uniti sono pronti ad una clamorosa marcia indietro e a sdoganare il concetto di internet a più velocità. Accadrà con ogni probabilità il prossimo 14 dicembre quando la Federal Communications Commission voterà la svolta, e vista la composizione della commissione l’esito è considerato scontato.

Ma cos’è e che vuol dire ad internet a due o più velocità? Vuol dire, tenendo per dopo le considerazioni di chi è a favore e di chi invece è contrario, che ci possono essere contenuti autorizzati a viaggiare più velocemente di altri ed utenti con possibilità di navigare più velocemente di altri. E’ un bene? Secondo chi vuole aprire alla Rete a più velocità chiaramente sì. Ajit Pai, nuovo presidente della Fcc nominato da Donald Trump, è uno di questi. Secondo lui eliminare le regole che impongono la cosiddetta ‘net neutrality’ è una battaglia di libertà perché consentirà agli Isp (i provider che forniscono le connessioni) di fare come vogliono, offrendo accessi privilegiati e canali di trasmissione più veloci a chi paga di più. Sull’altro fronte chi ritiene che la neutralità della Reta sia un baluardo per la libertà e la sua eliminazione avrà, come primo effetto, una grave discriminazione nei confronti di chi ha meno mezzi, e quindi non può pagare per avere un accesso privilegiato.

Questo danneggerà tanto il business, in particolare quello delle start-up che non hanno molti soldi, quanto la libertà di espressione, perché ad esempio il sito di un’organizzazione politica, o anche di un media che ha più risorse, potrà promuovere i propri contenuti meglio della concorrenza. Il secondo effetto sarà un aiuto ai grandi provider, tipo AT&T o Comcast, che da una parte potranno far pagare di più i loro clienti per l’accesso, e dall’altra avranno l’opportunità di favorire i propri prodotti. Per intendersi, Comcast potrebbe mettere i contenuti acquisiti attraverso Nbc Universal su un canale preferenziale, e rallentare invece quelli di Google, Amazon o Netflix. Tanto i primi quanto i secondi, cioè sia i detrattori che i sostenitori della neutralità della Rete ritengono e dicono di agire in nome della libertà. Inevitabile che uno dei due sbagli, magari anche in buona fede. Ma per provare a far capire come stanno le cose uno degli esempi più efficaci è quello del telefono.

Quando facciamo l’abbonamento al telefono, tutti riceviamo la stessa capacità di fare chiamate e avere conversazioni, e poi ognuno paga in base al consumo. Con le novità in arrivo dagli Stati Uniti invece non tutti avrebbero la stessa capacità di navigare e ci sarebbero utenti e contenuti di serie A e di serie B. In fondo quella che si sta giocando oltreoceano è una partita antica nata molto prima di internet, quella tra chi crede che il mercato debba regolarsi da solo per funzionare nel migliore dei modi e chi invece crede che delle regole vadano date dalla collettività. La novità è che forse persino più dei mercati economici e dei dollari la Rete è in grado di condizionare la nostra vita, influenzando voti e opinioni pubbliche. E chi ha ragione tra fautori della net neutrality e amanti dell’autoregolamentazione lo scopriremo letteralmente sulla nostra pelle nel prossimo futuro.

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