Necci e il giallo dei documenti segreti rubati: riparte il processo

Pubblicato il 13 Gennaio 2012 12:35 | Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio 2012 12:35

BRINDISI – Inizia a Brindisi il processo all’ex socio di Lorenzo Necci per il presunto furto di documenti dalla borsa che l’ex aministratore delle Ferrovie aveva con sé quando morì travolto da un’auto su una strada in Puglia. Un mistero basato di voci e illazioni, con il contorno di servizi segreti e della doppia vita di Necci, con moglie e amante dallo stesso nome, Paola (Marconi e Balducci).

La moglie dice che quando Necci partì da casa la borsa lei l’aveva “vista più gonfia” di quando gliela la restituirono: “Era mezza vuota”. Balducci (avvocato penalista e difensore di Necci e ex deputato verde) ha raccontato a Cirino Pomicino (autore di un libro sul mistero) che il giorno in cui morì Necci ebbe al telefono una discussione molto concitata in inglese, ma ha anche aggiunto di non sapere chi fosse l’interlocutore né l’argomento.

Chissà cosa conteneva il dossier dei servizi segreti stranieri che mostrò in giro pochi giorni prima di morire. E quali altri documenti che portava con sé sparirono quel giorno? La sua morte risale a quasi sei anni fa, al 28 maggio del 2006. Quella mattina stava andando in bicicletta Lorenzo Necci. Era a Fasano con la sua compagna, Paola Balducci, e quella mattina un’auto lo travolse.

Sei anni dopo si riapre al Tribunale di Brindisi, sezione distaccata di Fasano, giudice monocratico Genantonio Chiarelli, il processo che vede l’ex socio di Necci, Giorgio Paolini, imputato. Ad alimentare il mistero è stato l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, amico di Necci: “Una morte strana anche perché una settimana prima, in un bar di via Veneto, mi aveva detto che avrebbe voluto farmi leggere alcuni documenti riservati provenienti dai servizi segreti di un paese straniero su alcune vicende italiane”.

Interrogato dagli inquirenti pugliesi, Pomicino precisa a verbale: “Quel giorno quando ci incontrammo nei pressi del Bar de Paris, in via Veneto, Necci cacciò dalla borsa un fascicolo piuttosto grosso e mi disse: “Io ti devo parlare a lungo, mi devi dare un appuntamento in cui, per tre ore, parliamo assieme”. Era turbato, mi disse che dovevamo vedere assieme un dossier di un servizio segreto straniero che cacciò dalla borsa facendomelo soltanto vedere”.

Ma non è solo Pomicino a sollevare il mistero della morte e del furto di documenti. Sono i figli di Necci a sporgere denuncia alla Procura di Brindisi. Giulio Necci ricorda agli inquirenti: “Più volte sia io che mia sorella avevamo avuto raccomandazioni da nostro padre di prendere la sua borsa nell’ipotesi gli fosse successo qualcosa. Mi consultai con Alessandra (dopo la morte del padre) e subito dopo contattai più volte sia Dario Celesti che Paolini”.

Dario Celesti è un nipote acquisito di Lorenzo Necci. Quando accade l’incidente, Paola Balducci chiama per dare l’allarme Giorgio Paolini, che si trovava a Fiuggi. E la moglie di Paolini chiede a Celesti che si trovava anche lui a Fiuggi di accompagnare il marito. Paolini durante il viaggio viene informato che occorreva vestire il corpo di Necci, e sapendo che la moglie e i figli del socio stavano raggiungendo Fasano, aveva ritenuto opportuno andare alla Masseria San Michele e recuperare borsa e valigia.

Gli investigatori chiedono a Paolini se aprì quella borsa che poi restituì alla famiglia Necci un paio di giorni dopo: “Non avevo nessun pensiero di guardare nella borsa”. Ma Dario Celesti, che con lui fa il viaggio da Fiuggi a Fasano e ritorno, mette a verbale: “Quando gli chiesi cosa ci fosse nella borsa lui mi rispose: “Niente”. Penso che l’abbia aperta”.