“Lunga vita a Wired”: Riccardo Luna ripercorre nascita e morte del mensile

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 giugno 2015 13:37 | Ultimo aggiornamento: 26 giugno 2015 13:37
"Lunga vita a Wired": Riccardo Luna ripercorre nascita e morte del mensile

“Lunga vita a Wired”: Riccardo Luna ripercorre nascita e morte del mensile

ROMA – Il mensile Wired chiude la sua redazione, tra licenziamenti e l’addio agli abbonati e ai lettori fedeli. A salutare Wired, in un editoriale, è Riccardo Luna,  primo direttore della rivista dalla sua fondazione nel 2009 e fino al 2011, che ripercorre le tappe del mensile dalla nascita alla chiusura.

Nell’editoriale “Lunga vita a Wired (e la vera storia di come tutto è iniziato)“, Luna ripercorre le tappe fondamentali della rivista sul sito Che futuro!:

“Ora che tutti dicono che Wired è finito, mentre giustamente il primo pensiero va ai giornalisti che saranno licenziati, alle loro famiglie, agli abbonati che ci hanno creduto fino all’ultimo e a tutti quelli che lo hanno amato, proprio ora mi ritorna in mente come tutto ciò è iniziato. Il momento esatto in cui è nato in Italia il giornale che per un po’ è stata la bandiera degli innovatori.

“La porto a vedere cos’è Wired”. Era il 12 febbraio del 2008. Il giorno prima, a sorpresa, mi ero dimesso dal quotidiano di cui ero non solo fondatore, direttore, amministratore: Il Romanista era stato la mia vita per cinque meravigliosi, difficilissimi anni. E lasciarlo era stata dura. Il mio volto e il mio nome erano così legati al quotidiano che portò alla ribalta le trame di Calciopoli, che ancora oggi a Roma nei bar e nei taxi mi chiedono come andrà la Maggica (nota: non lo so più, davvero). Per questo la mattina del 12 febbraio mentre all’aeroporto di Fiumicino ero al telefono con Bruno Conti che mi chiedeva incredulo se era vero che me ne andavo e cosa fosse mai questo Wired, qualcuno in rete si era affrettato a creare un divertente fotomontaggio: aveva preso l’immagine di Francesco Totti di uno spot della Vodafone, si vedeva il capitano della Roma che cerca di parlare al telefono nonostante il filo sia staccato, e sopra la testata di Wired scritta così: Uaird. Uno sfottò ben riuscito, devo dire.

Io in fondo ero davvero con qualche filo staccato mentre volavo verso New York quella mattina. Pur essendo da sempre appassionato di innovazione (e di digitale), per varie vicende avevo trascorso gli ultimi cinque anni a dirigere un giornale di calcio e per molti ero (e sarei rimasto) quella cosa lì: un giornalista sportivo, che con la Bibbia della Tecnologia (com’è considerato Wired), c’entrava zero. Lo sapeva bene l’editore di Wired, Giampaolo Grandi, gran capo di Condé Nast Italia che mi aveva scelto dopo un anno di colloqui di cui solo alla fine capii lo scopo.

Ma del resto, anche questo lo capii dopo, non ero certo la prima scelta: ero l’ultima.
L’ultima speranza di farcela, visto che erano otto anni che Condé Nast provava a portare Wired in Italia ma ogni volta il progetto naufragava perché i numeri di prova, i cosidetti numeri zero, affondavano nei focus group di Eurisko ai quali di prassi venivano sottoposti tutti prodotti dell’editore americano. Insomma, dopo aver spuntato tanti grandi nomi ero rimasto io: “Se è riuscito a tenere in piedi un quotidiano dedicato a una sola squadra di calcio, forse troverà anche un modo di fare Wired”, mi era stato detto. Non proprio un grande incoraggiamento[…]”.

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