Malaugurio. Time tolse i ritratti dei vecchi capi dalla sala del consiglio e…fu l’inizio della fine

di Sergio Carli
Pubblicato il 10 aprile 2018 6:21 | Ultimo aggiornamento: 9 aprile 2018 23:28
Malaugurio. Time tolse i ritratti dei vecchi capi dalla sala del consiglio e...fu l'inizio della fine

Malaugurio. Time tolse i ritratti dei vecchi capi dalla sala del consiglio e…fu l’inizio della fine

ROMA – Malaugurio, un caso editoriale. Time, la più diffusa rivista del mondo, tolse dalla sala del consiglio i ritratti del fondatore, Henry Luce, e dei suoi successori. E fu l’inizio della fine.

Così ebbe inizio la fatale discesa di Time nell’abisso. Vendeva più di 5 milioni di copie la settimana, faceva tremare i presidenti degli Stati Uniti. Ora non la vuole più nessuno, si spera che la compri un ricco filantropo. Un po’ come è stato per il Washington Post, ora proprietà del genio di Amazon, Jeff Bezos.
Questi sono i fatti recenti. Il passato affiora dalle pagine di un libro, To the end of Time, di Richard M. Clurman, del 1992.
Al 34.mo piano del vecchio palazzo di Time (oggi la nuova sede, vicino a Trump Plaza, ospita di tutto dai ristoranti ai supermercati), nella sala del Consiglio di amministrazione, erano esposti i ritratti di Henry Luce (il co fondatore Briton Hadden, morto giovanissimo, era stato già obliterato), e dei suoi successori, Andrew Heiskell, presidente e amministratore delegato e Hedley Donovan, direttore editoriale generale (editori in chief).
Un giorno di novembre del 1987, racconta Clurman, si affaccia all’ufficio di Heiskell il suo successore, da lui scelto, Richard Munro. Munro dice:
“Andrew, puoi riprenderti il tuo ritratto”.
“Prego?”.
“Già, riarrediamo il piano e non abbiamo spazio per il tuo ritratto né per quello di Hedley [Donovan]”.
“E il ritratto di Luce, va via anche quello?”.
“Be’ sì, anche quello va via”.
C’era un precedente di sgradevolezze verso gli ex capi. Fu quando a Heyskell fu chiesto di pagare l’affitto, 50 mila dollari all’anno, per il piccolo ufficio (3 metri per 4) che gli era stato lasciato, al 43.mo piano del palazzo.
La vicenda dei ritratti rimossi è nelle primissime pagine del libro di Clurman, che la fa assurgere a momento di svolta della vita dell’azienda. Sarebbe rimasta l’orgogliosa Time Inc. ancora due anni, prima che si mettesse in moto un processo di fusioni da guerre stellari che hanno ridotto Time da simbolo del giornalismo e faro della politica americana a brutto anatroccolo che nessuno vuole più.
La storia è di 30 anni fa, la derivata che ha portato Time dove è oggi, ancora non si è conclusa. Time e altre prestigiose riviste, come Fortune e Sports Illustrated, che hanno fatto la storia del giornalismo nel mondo, è stata venduta nel 2017 a Meredith, un grande conglomerato di periodici e tv che, pochi mesi dopo, marzo 2018, l’ha di nuovo messa in vendita. Con i suoi 30 milioni di utile lordo non vale nemmeno una parte dei quasi 3 miliardi di dollari spesi.
Questi sono fatti recenti. Il passato affiora dalle pagine di un libro, To the end of Time, di Richard M. Clurman, del 1992. Racconta l’inizio della fine, nel 1989, quando padrone della casa editrice diventò Steve Ross.
Ross era un genio, che trasformò l’impresa di pompe funebri del suocero nella resuscitata casa cinematografica Warner Bros. Morì troppo presto, per sua fortuna. Con Ross nacque Time-Warner.
In quel momento, la mistica di Time iniziò a evaporare. Gli aristocratici ex allievi delle più esclusive università americane (Heiskell, ad esempio, era stato concepito a Capri da genitori tanto ricchi che ci si erano trasferiti a vivere), da cui erano usciti anche i fondatori di Time, Henry R. Luce e Briton Hadden, furono costretti a mescolarsi con la corte di Ross, gente, scrive Clurman, formatasi sui marciapiedi delle strade più malfamate di New York.
Ma non era che l’inizio. L’azienda fu pervasa dalla mistica dei tagli dei costi. Raccontava un vecchio giornalista di Time che una volta, nelle sere di chiusura del settimanale, fra i tavoli della redazione passava il carrello del lussuoso ristorante dell’ultimo piano del palazzo, con caviale e champagne in libera offerta. Passarono al pollo fritto, ma i conti non migliorarono per questo.
Al culmine della follia internet, Time Warner si fuse in American on Line (per anni porta di accesso a internet e alle e mail, protagonista del film C’è posta per te). Nacque Aol Time Warner. Il nuovo mega gruppo fu valutato 360 miliardi di dollari, 164 Time Warner, quasi 200 Aol. Erano tempi in cui qualcun sognava di incorporare il Gruppo Espresso in Kataweb.
Aol fu poi rivenduta, qualche anno dopo, per 4,4 miiardi di dollari, cifra enorme ma infinitesima. Sommata ai 3 miliardi di Time Inc., fa un cinquantesimo delle cifre del 2000.