Marco Piovella, la lettera dello zio giornalista: “Sono incazzato con te. Perché tu sei buono”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 gennaio 2019 7:54 | Ultimo aggiornamento: 11 gennaio 2019 12:05
Marco Piovella, la lettera dello zio giornalista: "Sono incazzato con te. Perché tu sei buono"

Marco Piovella, la lettera dello zio giornalista: “Sono incazzato con te. Perché tu sei buono”

ROMA – Marco Gregoretti, giornalista del settimanale “Voi” e zio di Marco Piovella, il capo ultrà dell’Inter arrestato per gli scontri avvenuti prima di Inter-Napoli, ha scritto una lettera aperta al nipote. 

“Caro Marco detto il Rosso – si legge nella lettera – a me è sempre piaciuto rispondere al telefono e sentire la tua voce: “Ciao zio, come stai?”. Nel constatare che comunque hai fatto scelte che a me lasciano perplesso, e che in alcuni casi non condivido, soprattutto nel momento in cui ti mettono in una condizione di sofferenza interiore così grande, in un frullatore di perdita, di sensi di colpa, di angoscia dolorosa che brucia nel petto di fronte all’irreparabile, che ti fanno piangere in questi giorni, vorrei raccontare un paio di cose che ti riguardano. E che conosco bene”.

“I naziskin e minchiate del genere – prosegue – Che diventano addirittura comiche se riferite a te, che vai negli oratori a offrire gratuitamente la tua professionalità. Ok? Non vi ponete la semplice domanda: come fa uno che ha la passione della luce a frequentare il buio della doppiezza? La vita, cari colleghi, cari notisti, cari commentatori a gettone, la tua vita caro Marco è una, ne hai una, e tienitela comunque stretta, lo devi a noi “.

“I rimpianti – continua – arrivano alla velocità del vento, come purtroppo le tue lacrime ti stanno già raccontando. L’appartenenza a una tifoseria organizzata l’avevi scoperta molto presto, una ventina di anni fa, più o meno. Eri un ragazzino quando mi parlavi, e forse una volta venni con te, di un garage dove vi ritrovavate per fare gli striscioni: i più grandi avevano capito il tuo talento creativo. Con il quale hai scalato le posizioni dei Boys. Fino ai vertici. Aveva funzionato la meritocrazia. Però, un po’ incazzato con te, Marco il Rosso, lo sono. Un po’ tanto”.

“Quante volte – si legge ancora – nei tanti giornali in cui ho lavorato mi sono dovuto occupare di tifoserie ultras, delle loro connessioni con le società, con la criminalità, con il terrorismo, dei loro modus vivendi. Quante volte ti ho chiesto di raccontare qualche cosa al tuo zio giornalista d’inchiesta. E quante volte mi hai detto che non mi avresti raccontato nulla perché non avevi nulla da raccontarmi”.

“Ti atteggiasti così – prosegue – anche dopo che ti presentai un direttore importante. Avevi fatto una scelta. Avevi deciso così. Però un paio di anni fa ti sentii in tv spiegare orgoglioso i contenuti di una tua iniziativa per la pace negli stadi, per il rispetto tra le tifoserie, per il “calcio sociale”. Di questo mi hai parlato tanto, mi hai raccontato tutto. A me suonava come un: adesso basta ragazzi, però. Facciamo l’amore, non la guerra”.

“E allora – conclude – dimmi, che cosa è successo la sera di Santo Stefano? E perché? Sono domande da zio. Sono domande da giornalista. La mia incazzatura con te resta perché tu sei buono, non cattivo. E ora tutti pensano il contrario. La mia speranza in te è intatta: mantienila accesa con la tua luce. Viva l’Inter, abbasso la violenza”.