New York Times auto censura: mai più vignette di satira politica

di Yuri Bugli
Pubblicato il 13 giugno 2019 13:01 | Ultimo aggiornamento: 13 giugno 2019 13:01
new york times trump kippah

New York Times auto censura: mai più vignette di satira politica

NEW YORK – Dal primo di luglio il New York Times interromperà la pubblicazione di vignette satiriche a sfondo politico. Questa la decisione maturata dall’editore del quotidiano americano al centro delle polemiche da quando, nell’aprile scorso, ha pubblicato nella sua edizione internazionale una vignetta raffigurante il presidente USA Donald Trump con tanto di kippah in testa e con al guinzaglio un cane guida dalle fattezze di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano.

L’immagine, unanimemente etichettata come antisemita, era stata ripresa da un archivio redazionale e inserita nelle pagine del giornale in riferimento alle posizioni dell’amministrazione statunitense nel teatro mediorientale. Alla luce delle critiche mosse da innumerevoli osservatori, particolarmente violente sui social media, dopo aver diramato le scuse ufficiali è maturata, in prima battuta, la scelta di interrompere il ricorso a disegnatori esterni mantenendo la collaborazione con quelli di redazione.

Nella convinzione di poter innovare la linea editoriale dell’edizione internazionale della testata, riallineandola a quella nota ai lettori americani già priva di vignette satiriche, l’editore ha poi deciso di interrompere il proprio rapporto anche con Patrick Chapette ed Heng Kim Song, firme storiche dei cartoon politici del giornale. Proprio Chapette, vincitore del premio OPC, è stato il primo a riportare la notizia dando sfogo alla propria amarezza per la scelta: “Dopo aver consegnato disegni due volte a settimana per più di venti anni […] credevo che lo spazio per le vignette politiche fosse ormai stato tracciato (in un giornale notoriamente riluttante rispetto a questa forma espressiva nella sua storia) […] Ripongo la penna con un sospiro: tutti questi anni di lavoro rovinati da una singola vignetta – neppure mia – che non sarebbe mai dovuta apparire sul miglior giornale del mondo”.

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Al dispiacere l’artista accompagna anche una riflessione rispetto al momento storico e al rapporto tra democrazia e nuovi media: “Temo non si tratti solo di disegni, ma di giornalismo e [libertà] di opinione in generale. Viviamo un mondo in cui folle di moralisti si radunano sui social media e montano come tempeste, abbattendosi sulle redazioni con un soffio travolgente […] Twitter è un luogo di furore, non di dibattito. Le voci più indignate tendono a determinare le conversazioni e la massa arrabbiata segue”. A queste dichiarazioni ha fatto seguito un commento James Bennet, editor del Times, arrivato proprio via Twitter: “Continueremo a investire sulle forme del giornalismo d’opinione, incluso quello visivo, che esprime sfumature, complessità e una voce autorevole da una pluralità di punti di vista su tutte le nostre piattaforme”. La rassicurazione non convince però l’Associazione nazionale dei disegnatori editoriali che per mezzo del presidente Kevin Siers torna a puntare i riflettori sulla funzione stessa della satira: “Le migliori vignette politiche non sono celebrate per le loro sfumature. Sono la loro chiarezza e acutezza, l’essere taglienti nella loro satira, a farne un così potente strumento di espressione delle opinioni”. Il dibattito tra i difensori della libertà di stampa e i custodi del politicamente corretto cresce nella Grande Mela, mentre nell’America di Trump solo due quotidiani vendono più di 500mila copie al giorno e i ministri si licenziano con un tweet.