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New York Times: i Sulzberger alla quinta generazione, Slim si ritira, tornano crescita e profitto

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Gregg Sulzberger, nuovo editore del New York Times (foto Ansa)

NEW YORK – Al New York Times sta per installarsi un nuovo “publisher”, nella persona di A. G. Sulzberger. A.G. sta per Arthur Gregg, Arthur come il padre, Arthur Ochs Sulzberger, Gregg come il cognome della madre, usanza tutta americana. In una lunga e ricca intervista con David Remnick, direttore del New Yorker, A.G. Sulzberger ha esposto la sua visione  del mondo e dell’editoria. Ha 37 anni, fin dall’università è stato preparato al ruolo che sta per assumere. Ha fatto il cronista prima di passare alla gestione, ha guidato un gruppo di ricerca strategico sul futuro dell’editoria che sarà un po’ il manifesto della sua gestione editoriale finché resterà in carica. Se seguirà l’esempio del padre e del nonno, arriverà all’età della pensione.

Non è la nomina di A.G. la sola importante novità al New York Times. Le cose pare abbiano iniziato, dopo anni di difficoltà, a girare un po’ meglio. Nel terzo trimestre i profitti sono più che triplicati, anno su anno, la pubblicità digitale è salita dell’11 per cento, complessivamente, pubblicità e abbonamenti, i ricavi digitali sono cresciuti del 46 per cento. Nel trimestre, la pubblicità sull’edizione cartacea è stata di 64 milioni di dollari, quella on line di 49 milioni, gli abbonamenti on line hanno reso 86 milioni.

Hanno tagliato i costi, come tutti, ma in modo intelligente. Hanno tagliato gli organici dei desk, dove stuoli di redattori sistemavano i contenuti del giornale di carta facendone un prodotto editoriale di eccellenza vera, non quella che gli italiani si attribuiscono da soli. Hanno investito assumendo nel digitale.

Hanno messo a capo della pubblicità una donna di 46 anni, che è stata definita “una forza della natura”.

E risultati cominciano a arrivare.

Le cose vanno tanto bene che Carlos Slim ha deciso di dimezzare la sua presenza nel capitale della società. Slim, settimo uomo più ricco al mondo, qualche anno fa aveva salvato il New York Times dal disastro finanziario, restando fuori della porta di servizio. Mentre la Famiglia che da oltre un secolo controlla il giornale dispone della quasi totalità delle azioni di tipo B, quelle che nominano la maggioranza dei consiglieri di amministrazione, Slim ha preso il 17% delle azioni di tipo A, con pieno godimento degli utili (e delle perdite) ma con diritto a nominare solo 4 consiglieri su 13.

Ora Slim, che è messicano e è stato oggetto di recenti attacchi da parte del presidente Usa Donald Trump, come istigatore della posizione estremamente anti Trump del New York Times, ha deciso di dimezzare la partecipazione. Ci sarebbero in gioco anche ingenti vantaggi fiscali in Messico.

A.G. Sulzberger è il terzo con quel cognome a occupare la poltrona di publisher, che si può tradurre come “editore incaricato”. Da noi una simile carica non esiste, perché i poteri del publisher  sono superiori a quelli del tradizionale direttore amministrativo o amministratore delegato. In molti giornali dal publisher dipendono gli articoli di fondo che definiscono la linea politica, il direttore si occupa delle notizie, separazione fra stato e chiesa di cavouriana memoria. Una azienda complessa come la New York Times Company, che possiede altre testate oltre al giornale di New York, ha poi una sua struttura societaria, con un amministratore delegato (detto chief executive) e un presidente. Attualmente sono l’inglese Mark Thompson, già direttore generale della Bbc e Arthur Ochs Sulzberger, che lascia la carica di publisher, avendo compiuto 65 anni, ma mantiene quella di chairman.

Di lui il figlio ha detto:

“È l’unico editore della sua generazione che ha preso in mano una grande impresa giornalistica e la lascia in condizioni migliori di come l’ha trovata”.

Grande e rara lezione di rispetto filiale, grande esempio per tanti editori nostrani.

L’editoria, in Italia e nel mondo, offre un campionario di vicende che nulla hanno da invidiare a quella dei Buddendrook. Stendiamo pure un velo pietoso su quello che è successo e sta succedendo in Italia. Ma il caso di Murdoch che vende (quasi) tutto per garantire un futuro al figli è cronaca di questi giorni. Delle storiche famiglie che hanno fatto l’editoria americana, è rimasto ben poco. Venduto, a Jeff Bezos di Amazon, hanno i Graham del Washington Post, venduto hanno i Chandler del Los Angeles Times, spariti dal radar sono i Taylor del Boston Globe,sprofondato nel fallimento il Chicago Tribune, venduto hanno i Bancroft del Dow Jones e del Wall Street Journal: a Murdoch, che in precedenza aveva già acquisito il New York Post.

La resistenza dei Sulzberger, la loro coerenza con gli ideali del fondatore, sono esempio e monito. Hanno passato anni difficili, hanno portato nell’anticamera della stanza dei bottoni un messicano, ricco sì ma sempre messicano e ardente cattolico (i Sulberger, più tendenti all’ateismo che alla religione, hanno lasciato l’ebraismo per una fede cristiana, quella evangelica), alla fine però ce l’hanno fatta.

Prima di A.G. Sulzberger, furono publisher del New York Times il padre, Arthur Ochs Sulzberger jr.,il nonno, Arthur Ochs “Punch” Sulzberger sr., il bisnonno, Arthur Hays Sulzberger, il bis bis nonno Adolph Simon Ochs.

Quella di Adolph Ochs è una emblematica storia americana. Figlio di ebrei tedeschi emigrati a metà ‘800, lavori part time fin da 11 anni, scuole serali, a 19 anni comprò il giornale della sua città, il Chattanooga Times (proprio come il Chattanooga choo choo). A 38 anni sbarcò a New York e acquistò il Times. Il giornale vendeva 9 mila copie.  Ochs tagliò il prezzo da 3 centesimi a uno. In un’epoca di fake news e mostri in prima pagina (ricordate il film con Walter Matthau e Jack Lemmon?), impose serietà e credibilità alla redazione. 20 anni dopo il giornale vendeva 780 mila copie. Ne avrebbe venduto quasi il doppio negli anni ’60.

La figlia di Ochs, la mitica Ifigenia Ochs, sposò il primo Sulzberger. Da allora, tranne un biennio di uno prozio, Orvil Dreyfus, a capo del giornale c’è sempre stato un discendente diretto di Arthur Ochs. Un dettaglio colpisce. Ifigenia Ochs e il primo Arthur Sulzberger ebbero 4 figli, 3 femmine e un maschio. I loro discendenti ancora oggi controllano la proprietà del giornale. Da allora la famiglia è cresciuta la quinta generazione è forte di 27 cugini, dei quali 6 lavorano in azienda, ma a comandare sono stati sempre i discendenti maschi di Ifigenia. Sarà certamente più bravo degli altri il giovane A.G. e per questo ha prevalso sui cugini Sam Dolnick e David Perpich,ma il dubbio che sulla scelta abbia pesato anche qualche clausola storica o  un diverso peso azionario a favore del ramo Sulzberger. Come per il padre, per il nonno, per il bisnonno…

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