Vittorio Zucconi morto, lutto per milioni di italiani: da Radio Capital, con la sua voce…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 26 maggio 2019 17:56 | Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2019 17:56
Vittorio Zucconi morto, lutto per milioni di italiani: da Radio Capital, con la sua voce...

Vittorio Zucconi morto, lutto per milioni di italiani: da Radio Capital, con la sua voce… (Ansa)

La morte di Vittorio Zucconi è un lutto che colpisce non solo la famiglia (fu marito e padre esemplare, fatto raro nel nostro Barnum), gli amici (per me c’è anche il fatto che sono nato appena cinque mesi dopo e che ci siamo frequentati, umanamente e professionalmente per quasi mezzo secolo) e la confraternita dei giornalisti, ma un po’ tutti gli italiani. La sua voce, profonda e baritonale, leggermente rauca, con quell’accento milanese-modenese che mezzo secolo di vita all’estero non avevano estinto, era diventata la cifra di Radio Capital, di cui è stato direttore per 20 anni.

Zucconi nel firmamento del giornalismo italiano è molto di più, uno dei più grandi del dopoguerra. Le sue corrispondenze hanno dominato le pagine, quasi sempre le prime pagine, di Stampa, Corriere della Sera, Repubblica.

Ha esordito alla Notte, giornale della sera di Milano diretto da Nino Nutrizio. Cronaca nera, come Dino Buzzati. Ma lui era troppo irrequieto, curioso, il volo lo portava lontano. Andò alla Stampa diretta da Alberto Ronchey, che lo mandò a Bruxelles. Era a Mosca per il Corriere dell Sera quando Giorgio Fattori, direttore della Stampa, lo mandò, primo giornalista italiano, a Tokyo. Il Giappone era alla conquista del mondo, l’astro della Cina era ancora eclissato dai postumi della Rivoluzione culturale. Tornato a metà degli anni ’80 a Repubblica, richiamato alla Stampa da Ezio Mauro, lo ha seguito quando quest’ultimo è diventato direttore di Repubblica.

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Ha scritto libri, molto belli e interessanti. L’ultimo, Il Lato Fresco del Cuscino, uscito un anno fa, era un affresco di storia del ventesimo secolo intrecciato con pezzi di autobiografia.

Perché questo ricordo commosso non sia un santino agiografico, si deve riesumare la polemica internazionale scatenata da un suo articolo in cui raccontava della sfrenata passione per la vodka del presidente russo Boris Yeltsin. L’apoteosi fu il viaggio in America di Yeltsin nel 1989, in cui caddero tutti i freni. Zucconi ha sempre detto di avere avuto come fonte uno spione sovietico che aveva conosciuto negli anni di Mosca. L’articolo di Zucconi fu rilanciato dalla Pravda, la polemica divenne un tornado, i russi smentirono tutto. Si sa che in Russia non amano la verità: dare una notizia vera e quasi ufficiale può costare ancora oggi il licenziamento al giornalista non allineato.
Scalfari si schierò dalla parte di Zucconi e fece muro di fronte alle aggressioni interne e alle indegnità esterne. La morte di Yeltsin, in cui l’alcolismo giocò una parte importante, vendicò Zucconi.

Penso però che Radio Capital era la cosa che sentiva più sua. Rispondeva meglio al suo istinto di grande narratore, nato sotto il segno del Leone, nel 1944, in quel pezzo d’Emilia, Modena, dove duemila anni fa i romani deportarono una tribù di goti, i Taifal, le cui origini spiegano la durezza d’animo di quelle zone, pur ammantata dalla dolcezza del linguaggio emiliano. Allo sfottò Zucconi rispondeva con la foto del “nonno modenese”, la foto di un minaccioso cane alano, essendo gli alani popolazione caucasica anch’essa portata a ripopolare la Gallia.

La voce di Vittorio Zucconi era inconfondibile. I suoi ascoltatori lo adoravano, con loro aveva un rapporto viscerale. Aveva superato i 600 mila follower su Twitter. Passeggiare con lui nel centro di Roma, qualche anno fa, fu un’esperienza e un assaggio di divismo. Parlavamo ma ogni frase era interrotta da un clic al telefonino, un flash di risposta. Non smetteva mai di essere connesso col suo pubblico.

I suoi fan lo riconoscevano dalla voce. Ricordo due episodi. Eravamo una sera a Milano, in via Montenapoleone, guardando una vetrina di coltelli, rasoi e pennelli da barba. Zucconi parlava, commentava, giudicava. Lo faceva sempre, ininterrottamente, con intelligenza e acume, su ogni tema, come ha ricordato Ezio Mauro su Repubblica. Dietro di noi passano due giovanotti, genere tecnici partite Iva o medio management. Si fermano, ascoltano e dicono: “Direttore, che piacere, bravo, continui così”.

Un’altra volta, a Roma, eravamo da Perilli a Testaccio per la carbonara, Zucconi, Mauro e io. Zucconi parlava sempre lui. Da una tavolata di sindacalisti di Salerno, a Roma per un corteo, a un certo punto se ne alzano due o tre, uomini e donne, vengono verso di noi esclamando “Direttore!”. Zucconi e io guardiamo Mauro, che era direttore di Repubblica. Ma quei signori non volevano lui, volevano il direttore di Radio Capital, di cui erano fedeli ascoltatori.

Ci siamo visti più volte, in questi ultimi 10 anni, per puro affetto da parte sua e un po’ anche perché ero una specie di assicurazione. Ogni volta che si avvicinava la scadenza del suo contratto col Gruppo editoriale di cui Repubblica e Radio Capital sono parte, gli piaceva sentirsi dire che sognavo, un giorno, di potere onorare Blitz con la sua firma. Poi, naturalmente, non se ne faceva nulla perché se lo tenevano stretto.

L’ultima volta che ci siamo sentiti fu un anno fa. Fu un momento molto triste. Zucconi mi telefona e dice: “Lascio Radio Capital, vogliono mettere un nuovo direttore. Volevo ringraziarti per questi vent’anni”. Fui io a proporgli la direzione, d’accordo con Mauro (Zucconi era corrispondente da Washington di Repubblica) anche se la prima idea fu di Pietro Varvello, che allora era a capo della divisione radio del Gruppo. Era la fine degli anni ’90.