Gianni Morandi: ”Suonai prima dei Led Zeppelin: mi lanciarono pomodori”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Ottobre 2019 15:38 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2019 15:38
Gianni Morandi, Ansa

Gianni Morandi (foto Ansa)

ROMA – “Mi ritengo un fortunato. Il treno è passato molte volte per me. Se anche ho perso il primo, poi è passato il secondo e il terzo. Rimango diciotto anni senza essere sposato, poi incontro Anna, che mi dà un entusiasmo enorme. Di cosa posso essere invidioso o deluso?”

Gianni Morandi, intervistato da Walter Veltroni per il Corriere della Sera, ricorda quando si ritrovò a cantare sullo stesso palco dei Led Zeppelin:

“Nel ’71 la follia di Radaelli aveva portato i Led Zeppelin a Milano, insieme al Cantagiro. Lì ci fu uno scossone drammatico, capii improvvisamente tutto. Mi davano del vecchio, urlavano che ero finito. […] Quando arrivai sul palco esplose un boato, mai sentita una cosa del genere. Radaelli mi guardò sorridendo: ‘Vedi che accoglienza ? E tu avevi paura’. Non aveva capito. Era un boato al contrario: un gigantesco, stentoreo, definitivo, collettivo ‘No’. […] Da sotto mi urlavano solo “ Vai via!”. Cominciarono ad arrivare pomodori, di tutto. Distrussero il palco. Quaranta milioni di danni. Lì si capì che era cambiato tutto. Uno spartiacque. Mi chiedevo: ‘Io adesso cosa faccio?’. Perché non sapevo fare niente, sapevo fare il ciabattino. Ma potevo rimettermi a fare il ciabattino?”

Il ’71 per lui fu un periodo particolarmente difficile anche nella vita privata: in quell’anno perse il padre.

“Lui – racconta – rimase e io tornai in Italia. Adriano e mio padre dovevano salire su un aereo il 17 mattina. Mio padre non lo prese. Morì di infarto nella notte. Cazzo, sono a casa mia a Tor Lupara con i musicisti a provare il concerto e arriva questa telefonata. Mi è crollato il mondo. Aragozzini lo ha riportato, fu molto gentile. Quando ho visto il volto di mio padre, la bara si apriva all’altezza del viso, ho ripensato ai suoi sacrifici e ai suoi sogni. Tutti e due grandi e belli. […] Un uomo rigoroso e generoso. Mi mandava a fare la spesa e mi dava i soldi contati. Centosettantacinque lire per sette etti di pasta, venticinque lire l’etto. E cento lire per il macinato. Erano le monetine da cinque lire, quelle con il pesce sopra”. 

Delle numerosi canzoni che segnarono il suo successo, “C’era un ragazzo” è sicuramente tra le più note.

“Migliacci scrive il testo di getto. Mi vengono i brividi ad ascoltare questa canzone: “La devo cantare io”. Ma Franco mi ricorda che io cantavo In ginocchio da te e La fisarmonica. ‘Non puoi parlare di un morto nel Vietnam! Stiamo scherzando?’. Io mi impunto: ‘La devo fare a tutti i costi’. Mauro Lusini, giustamente, voleva inciderla. Decidiamo di farlo tutti e due. Arriviamo a questo compromesso. È stata la prima volta che mi sono impuntato, prima avevano fatto tutto loro. Poi ci sono state le censure, dovevamo dire ta-ta-ta invece di Vietnam…”.

La canzone alla quale è però più affezionato è un’altra: 

“Forse ‘Andavo a cento all’ora’ perché è la prima, è così ingenua. Sai che quando suonava la canzone in un jukebox, sulle spiagge, io mi vergognavo? Eravamo a Bellaria, la sento per la prima volta e penso ‘ma sono io!”. Mi sono nascosto. Avevo paura mi riconoscessero’”. 

Nelle battute finali, Morandi parla di cosa non riesce più a sopportare:

“La maleducazione. Il non rispetto dell’uno con l’altro. Oggi vedi troppa gente egoista, capace solo di pensare al proprio giardino. È così bello aiutarsi, sentirsi squadra. Invece non sappiamo ascoltarci. Mentre io parlo con te non ti ascolto, sto già pensando a quello che ti voglio dire io, è tremendo. Invece se ti abitui ad ascoltare, è molto più bello. Io ho sempre fiducia che i nuovi ragazzi ci salvino. La speranza arriva sempre da loro”.

Fonte: Il Corriere della Sera.