Gino Paoli a Veltroni: “Mi sparai per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 maggio 2019 14:19 | Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2019 14:42
Gino Paoli a Walter Veltroni: "Mi sparai per andare a vedere cosa c'era dall'altra parte"

Gino Paoli a Veltroni: “Mi sparai per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte” (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Gino Paoli nel luglio del 1963 si sparò. Aveva 28 anni, sopravvisse, non morì nonostante i danni procurati dalla pallottola. Oggi, ad 84 anni di età, racconta buona parte della sua vita e risponde anche alla domanda di Walter Veltroni sul perché quel giorno lontano premette il grilletto contro se stesso. Lo fa in una conversazione appunto condotta e scritta da Walter Veltroni e pubblicata nel numero in uscita del nuovo 7, settimanale del Corriere della Sera.

La storia dei Paoli, cominciando dal nonno “socialista quando socialista voleva dire anarchico”. Un nonno che comincia a lavorare quando aveva cinque anni, che buscava severe punizioni corporali fino a che una donna di casa, sua madre, non impugnò un coltello da cucina mostrandolo a chi picchiava il bambino già ragazzo. Un nonno che sposa una maestrina, gli era bastato vedere una caviglia quando la maestrina aveva sollevato la gonna di pochi centimetri passando un torrente. Un nonno operaio e i Paoli che non erano pochi, quella volta della rissa con “alcuni della Legione Straniera”. C’era stato a che dire, tornarono tutti a casa a levare il vestito della domenica che avevano indosso, mica potevano dar via alla rissa col vestito della festa. Roba politica domandò dopo il delegato di Polizia. No, roba di famiglia. E allora il delegato decise che era tutto in regola.

I ricordi e l’habitat di una famiglia che una volta si sarebbe detta proletaria. E poi la nuova gioventù del secondo dopoguerra, il Gino Paoli giovane che sta in un gruppo musicale in cui lui suona la batteria e il sax lo suona Luigi Tenco.

Ed ecco la domanda: perché ti sparasti? Ed ecco la risposta di una disarmante sincerità: “Per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte. Nessuna ragione specifica, credevo di aver avuto tutto dalla vita”. Forse le ultime due frasi (nessuna ragione specifica…credevo di aver avuto tutto…) sono fatte di materiali psicologi e culturali sedimentatisi nei decenni successivi. Forse le ultime due frasi sono costruzioni, sincere sì, ma costruzioni della logica. La prima no, la prima frase della risposta, quel “per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte” conserva tutta la sua immediatezza a quasi mezzo secolo di distanza. La voglia matta e disperata di vedere cosa c’ è dall’altra parte è pulsione credibile nella mente di un uomo, specialmente se giovane, che consente a se stesso di non dubitate la singola esistenza abbia comunque dimensione, spessore epico e romantica risonanza.

Non per dolore, fatica, depressione…per andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. Per questo Gino Paoli ricorda di essersi sparato. C’è da credergli non mente. Quel che c’è o non c’è dall’altra parte ha nei millenni affascinato, ipnotizzato, sedotto, confuso, atterrito miliardi e miliardi di umani. Conducendoli a piegare tutta la vita da questa parte a seconda dell’idea che ci si faceva dell’altra parte. Conducendo gli umani ad eludere il concetto di fine pur sapendosi morali. Conducendo gli umani ad odiarsi e scannarsi per quale fosse la via giusta per andare dall’altra parte. C’è tanta roba in quella frase di Gino Paoli che sembra il verso di una canzone: “per andare a vedere cosa c’era dall’altra parte”.