Giovanni Succi: nuovo album, Dante e… algoritmi L’INTERVISTA

di Gianluca Pace
Pubblicato il 9 Ottobre 2019 15:25 | Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2019 15:31
Giovanni Succi

Giovanni Succi (foto Iozzo)

ROMA – “Carne cruda a colazione” è il secondo album in solitaria di Giovanni Succi, già voce e chitarra dei Madrigali Magri e co-fondatore e autore dei Bachi da Pietra.

“Carne cruda a colazione” arriva a due anni dal primo album (“Con Ghiaccio”). Ma Succi, oltre a questi due dischi, negli ultimi anni ha anche inciso in un vinile i versi di Giorgio Caproni (tratti da “Il Conte di Kevenhuller”), ha registrato un album di cover dei brani di Paolo Conte (“Lampi per Macachi”) e ha portato in scena un reading (“L’Arte del Selfie nel Medioevo”) delle “Rime Petrose” di Dante.

Nella tua attività artistica ci sono due piani di ricerca: quello musicale e quello letterario. Cosa unisce questi due aspetti

“Il fatto è – mi spiega – che in origine la Musa era una e quindi musica e letteratura erano indistinte. E così è stato per un sacco di tempo. Poi noi negli ultimi secoli ad alta intensità di comunicazione abbiamo separato tutto dal tutto. Ma nella letteratura rimane forte la valenza musicale. La letteratura si compone come la musica: di suoni e di strutture. E la musica, come la letteratura, si compone di suoni e di strutture. Quindi per me non c’è differenza. Mi rendo conto che invece nel mondo catalogato e suddiviso per etichette all’interno degli stessi generi questo può mettere in difficoltà qualcuno. Ma se le guardi dall’alto, musica e letteratura sono la stessa cosa”.

Nel reading “L’Arte del selfie del Medioevo” – che tra l’altro citi nei ringraziamenti del disco – hai portato le “Rime Petrose” di Dante. “Sì l’ho citato – ride – perché mi ha permesso di sopravvivere”.

Le “Rime Petrose” è forse l’opera più particolare di Dante. Cosa ti ha colpito di questi versi? “Mi colpisce il fatto che c’è dentro un Dante completamente spiazzante per chi non lo conosce. Di Dante si ha una idea stereotipata da santino, di quello con la mano sul cuore. L’immagine, in sintesi, tramandata a noi dal romanticismo e dal cattolicesimo. Un’immagine che però lo tradisce umanamente. Non esiste, secondo me, nell’intero panorama della cultura occidentale medievale uno più laico e interessato all’aspetto umano delle cose di Dante”.

“Quindi – prosegue – il fatto che sia diventato un campione della religione è un paradosso. Dante ha rischiato anche il rogo. Poi è vero che in quanto medievale non poteva fare altro che vivere in un mondo pervaso al cento per cento di religione e quindi nel momento in cui decide di fotografare il mondo che lo circonda usa questo espediente del viaggio oltremondano. Ma nessun altro nel Medioevo fotografa il presente con la stessa crudità, realismo e profondità di sentimenti di come faccia Dante”.

“Per tornare alle ‘Rime Petrose’ – continua – qui Dante è incredibilmente più umano. Ed è alle prese con un amore che – teniamo conto che Beatrice è morta da sei anni – non beatifica, non ti fa sentire migliore ma, anzi, ti fa sentire una merda. Lui si aggira in una Toscana ghiacciata, in preda a quest’amore per Donna Petra. Donna Petra che in realtà è una ragazzina e che Dante chiama Donna perché il termine Donna viene da Domina, colei che domina, quindi è lei che domina lui. Una donna con il cuore di pietra. Nelle ‘Rime Petrose’ si scopre un Dante con un approccio fisico verso la donna. Un approccio che è completamente spiazzante. Tutte cose, queste, che non ci arrivano dai banchi di scuola”.

Quest’opera ha influito sulla scrittura dei testi del tuo album? “Non nell’immediato. In generale sicuramente Dante è uno dei miei autori di riferimento per la sua modernità. Sai, si potrebbe dire: ma scusa con tutti gli autori contemporanei che ci sono, cosa te ne frega di uno che ha vissuto settecento anni fa? Il punto è: mettiti nei panni di un tizio nato settecento cinquanta anni fa e poi dimmi cosa avresti scritto tu con quei mezzi e in quei tempi. Settecento anni fa era difficile anche trovare la carta. Quindi mi devi spiegare come costruisci tu l’opera più immortale della letteratura mondiale”.

Ti ho chiesto questo perché la canzone che chiude il ciclo delle “Rime Petrose” si intitola “Così nel mio parlar voglio esser aspro…”. Il titolo del tuo album, “Carne cruda a colazione”, un po’ richiama quest’asprezza, questa voglia di essere diretti.

“E’ vero – conferma – A Dante piace mettere nel titolo le cose in chiaro. E’ come un dichiarare il menù. Dante in quel momento era famoso per il Dolce Stil Novo, cioè per lo stile dolce, e tirare fuori dei suoni così duri è stato davvero un cambio di stile notevole. E’ un po’ come Dylan che dalla acustica passa alla elettrica. Ci può stare l’accostamento. Non ci avevo pensato ma, caspita, complimenti”.

Nel tuo sito c’è anche una citazione al primo canto dell’Inferno di Dante con il verso “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura”. Come mai hai scelto proprio questo verso? “Beh, io tendo anche molto all’autoironia. ‘Quanto a dir qual era è cosa dura’ è anche la fatica di gestire il blog e i contatti. Oggi è vitale per chi fa il mio mestiere esporre, con una certa costanza, quello che fai e su cosa stai lavorando. Non essendo un millennial devo riconoscere i miei limiti. Ma devo farlo. Ormai non esistono neanche più i giornali musicali. E’ necessario”.

Nella copertina dell’album ci sei tu con gli occhi nascosti da un cappuccio. Com’è nata l’idea della foto? “E’ una foto assolutamente casuale che mi fecero a una festa all’inizio dell’anno. Una festa di Radio Sonica e Big Time ufficio stampa. C’era questo fotografo romano molto bravo, Fabrizio Iozzo, speciale, che faceva foto a tutti quelli che passavano. Mi hanno preso, tirato dentro e fotografato così come ero in quel momento. E devo dire che anche se poi ho fatto alte foto per la copertina, alla fine quella che calzava di più col concetto e la crudezza dell’album era proprio quest’immagine rubata e di passaggio”.

Carne cruda a colazione, l'album di Giovanni Succi

La copertina di Carne cruda a colazione

Nell’album c’è una canzone dedicata ad Alessandria che tu hai definito “la più improbabile delle città”.

“Da cantare – ride – Da cantare è improbabile. Se io ti dico Alessandria tu a cosa pensi?”

A me viene subito in mente la maglietta grigia della squadra di calcio. Confesso che non ci sono mai stato.

“Esatto. Ma anche se ci fossi stato non ti ricorderesti niente amico mio”.

“Con tutto l’amore e odio che si può avere verso la città in cui sei nato e in cui hai vissuto qualche anno – mi spiega – Alessandria è difficile da cantare perché è una città sfuggente, senza simboli. Non è bianca e non è nera, tra Piemonte e Lombardia, non è più Torino e non è ancora Milano. Intorno ha una complessità incredibile di sapori, di vini. Ad Alessandria invece trovi solo vino bianco e vino rosso. Che vino è? Chi l’ha prodotto? Quando? Dove?”

Tu sei nato a Nizza Monferrato. Vivi ancora lì? “Sì, vivo ancora qui. Ho vissuto a lungo in grandi città, poi ho deciso che non ne avevo più voglia. Almeno a Nizza Monferrato si beve bene. Poi ci sono le colline. Io sono molto legato alle colline. E poi è a un passo dalle Langhe”.

E “Cabrio” è ambientata in quelle zone?

“Sì. Esattamente qui”. Questi luoghi quindi influiscono sulla tua identità musicale. “Sì. Da sempre. Alessandria, se hai voglia di andare a ritroso, già si trova in ‘Porte dell’inverno’ con i Madrigali Magri. Mi piace dare una connotazione locale perché i luoghi sono la cosa che ti radica alla realtà. Poi nel momento in cui tu ne fai uno scenario, quel luogo entra in una storia. Non ho la pretesa di fare questa grande storia ma, per esempio, Cesare Pavese ha reso immortali le Langhe”.

In effetti sono stato a Santo Stefano Belbo per il Museo di Cesare Pavese. “Esattamente. Se non fosse per Pavese non l’avresti mai intercettata Santo Stefano Belbo. E invece grazie a lui ora la conosci. Poi un posto vale l’altro. Se tu vai a vedere dei luoghi mitici della letteratura americana ti accorgi che sono semplicemente degli incroci di strade”.

La tua identità musicale, come un mosaico, sembra essere composta da vari tasselli: c’è il punk, il metal, il blues e l’elettronica. Quali sono i tuoi primi ricordi legati alla musica? “Un pomeriggio intero, facevo le elementari, passato al cinema pagando uno spettacolo e vedendone tre e il film era ‘Grease’. Quindi rock’n’roll. Era ancora il tempo di quando i ragazzini non dovevano rendere conto ai genitori di dove erano e non esistevano i telefoni. Poi ricordo che in un’area di servizio vidi una cassetta con della gente che era vestita più o meno come quelli di ‘Grease’ e quelli erano i Ramones. E da lì le mie gite scolastiche delle elementari le passai ad ascoltare i Ramones. Poi ricordo i primi dischi grandi, gli LP, dei Pink Floyd e dei Police”.

“Poi – continua – sentivo molto una cassetta dei Dire Straits, solo che avevo un walkman con le pile sempre scariche. Mi piaceva quel suono particolarmente distorto dei Dire Straits ma poi ho scoperto che quel suono distorto dipendeva dalle batterie. Allora sono passato agli Iron Maiden ed è iniziata la fase heavy metal. Ho ascoltato heavy metal fino ai diciassette-diciotto anni. E poi siccome non esistevano gli algoritmi che conoscevano i tuoi gusti allora sono riuscito anche a cambiarli e ho comprato roba che all’inizio mi faceva schifo come Tom Waits o Lou Reed”.

E il blues? “Sempre in questo periodo. Merito di Tom Waits. Spesso lui andava a ritroso citando John Lee Hooker o Howlin’ Wolf, che all’epoca ignoravo”. Alla fine sei arrivato nel Delta del Mississippi? “Sì. E ci ho sguazzato una decina d’anni pieni”.

E invece Paolo Conte? “Paolo Conte è una costante della mia vita. Una costante che mi ritrovo dietro casa. E’ di Asti. Non è per campanilismo, ma è un grandissimo maestro. Riuscì anche ad arrivare a colpire i gusti di me bambino con ‘Azzurro’. Crescendo, è sempre rimasto come una costante. Anche quando sentivo metal-punk, Paolo Conte era l’unico personaggio che rimaneva come una stella fissa. Ha costruito un mondo e lo ha reso mitico. Asti è la città di Paolo Conte”.

Tu hai anche insegnato? “Sì”. Al liceo? “In Istituti superiori”. Com’era il Succi professore? “Stronzissimo”.

Com’è nata questa passione per la filologia romanza? “E’ nata sui banchi di scuola. E poi affrontandola all’università. Ho sempre avuto una passione per la letteratura epica e per il Medioevo come periodo storico. E’ una passione che è nata approfondendo la storia della lingua italiana, dalle lingue neo latine, dai poemi cavallereschi e così via. Una passione quasi inconfessabile. Rischi di essere etichettato neanche come nerd ma proprio come stronzo. Sembra quasi un affronto avere una passione del genere, in un paese con il culto dell’ignoranza. Infatti non lo dico troppo apertamente ma sì, mi piacciono queste cose”.

Mi ha colpito poi la tua passione per Giorgio Caproni. Su YouTube in questi giorni ho trovato una vecchia intervista di Caproni in cui lui se la prende con la parola.

“Alla parola – dice Caproni – io do un senso negativo. La parola limita. La parola è una mistificazione, una simulazione della realtà, se la realtà esiste”.

E’ questo uno degli aspetti che ti piace di più di Caproni? “Sì. Mi piace in Caproni anche l’asciuttezza a cui è arrivato alla fine della sua carriera. Uno che ha scritto per cinquantasei anni senza smettere mai. E in questi cinquantasei anni lo vedi evolversi. Non ripetersi mai, eppure sempre riconoscibilissimo. Un percorso molto interessante. Caproni incarna questa vita dedicata sommessamente a questa cosa che non sappiamo neanche cos’è che è l’arte della parola. Lui non voleva neanche essere chiamato poeta. E’ sicuramente uno dei miei maestri”.

Tornando invece all’album. Ci sono differenze musicali tra “Carne cruda a colazione” e “Con Ghiaccio”? A me “Carne cruda a colazione” sembra forse più elettronico. “Sì. Andando per paradossi è più elettronico e più acustico. Le parti delle percussioni, per esempio, sono acustiche e fatte di strumenti impropri come padelle. C’è anche molto più basso acustico. C’è la chitarra acustica. Paradossalmente si sono estremizzati i lati del ventaglio. C’è più acustica e più elettronica. L’ingegnere del suono che ha prodotto entrambi i dischi è Ivan Antonio Rossi, non a caso è sia un mago dell’elettronica sia un mago della ripresa del materiale persuasivo acustico. Lo abbiamo sfruttato al cento per cento”.

Ci sono molti aneddoti particolari legati alle registrazioni dei dischi passati. Invece per quest’album non mi sembra abbiate utilizzato tecniche particolarmente perverse per la registrazione. “Segno dei tempi. Non frega più niente a nessuno. Ti puoi anche appendere a testa in giù e fare la supercazzola più incredibile ma tanto non frega più niente a nessuno. Doveva uscire il vinile e non è neanche uscito il vinile. Ti dico solo che l’album è uscito prima in digitale e poi forse usciranno i cd. Una resa totale, quindi, al mondo dell’impalpabile”.

“Algoritmo” è una resa totale o una canzone che vuole prendere le distanze da questo mondo? “Non cerca di prendere le distanze, anzi, cerca di arrivare a un compromesso. Io non li ho mai incontrati gli algoritmi ma loro sicuramente hanno incontrato me. Sono sicuro che io per loro, per gli algoritmi, rappresento un problema perché non sanno dove catalogarmi, dove mettermi. Non sanno in che playlist mettere Succi. Non sono un prodotto da banco”.

“Ma io – ride – sono pronto a trattare. Ho fatto un pezzo proprio per loro. Parla la lingua dei robot. Ho cercato di parlare la lingua del nemico per farmi capire”.

Il video è molto bello, girato tutto in piano sequenza con una GoPro. Com’è nata l’idea? “Massimo Dolce – mi spiega – che si occuperà del tour, ha coinvolto vari personaggi della zona tra cui il regista nonché fotografo che è Luca Deravignone. E Luca ha avuto questa idea di video in piano sequenza. Il piano sequenza in miei precedenti esperienze è sempre risultato alla fine un vorrei ma non posso. E invece questa volta mi sono dovuto ricredere. Un uovo di Colombo. Quindi complimenti a Luca Deravignone per il video”.

Anche “Black Metal è il mio folk” ha un gran video.

“L’ho fatto io. L’ho firmato con lo pseudonimo Solingo De Pena, in omaggio a Katon W. DePena il primo, credo, cantante metal afroamericano. Sta perfettamente nel quadro di ibridi che è quell’album (‘Necroide’ dei Bachi Da Pietra, ndr)”.

Com’è finita una canzone dei Bachi da Pietra, “Casa di Legno”, nella colonna sonora di “Sons of Anarchy”?

“Semplicemente con una mail che stavo per sbattere nello spam. Sai non è molto credibile una produzione hollywoodiana che ti scrive perché vuole un tuo pezzo”.

Sembra la mail “Hai vinto un miliardo di euro clicca qui…”. “Esatto” ride.

“Invece – continua – ho googlato i nomi e ho capito che era una mail vera. Li ho contattati ed è nata la collaborazione. Confesso che non conoscevo la serie. Poi l’ho vista ma…. non sono arrivato alla fine”. Vuoi che ti spoilero il finale? “No, non dirmelo che magari se resto a casa con la prossima influenza mi viene voglia di vedermela”.

“Casa di Legno” è finita nella scena dove viene ucciso Henry Rollins. Che vi ha fatto di male? “Lo abbiamo ammazzato subito, incredibile. Sono suo fan da tempo. Vedere che c’era lui nella stessa scena della mia canzone è stato davvero straordinario”.

L’attitudine dei Bachi da Pietra secondo me è perfetta per le colonne sonore. Prima o poi lavorerete per una colonna sonora qui in Italia?

“Ma vedi – mi spiega – in Italia non funziona come nei tanti vituperati Stati Uniti d’America dove il produttore in persona scrive a me (che sono il signor nessuno in Italia) per avere una tua canzone nella sua serie. In Italia devi essere amico di.. parente di… nelle maniche di… Noi non siamo nelle maniche di nessuno. Però spero di essere smentito dai fatti, un giorno. Mi piacerebbe molto e in passato l’ho fatto per il teatro”.

Poi azzarda il romanesco: “In Italia sarebbe finito così: anvedi ‘sto pezzo, c’è n’amico mio che me lo suona uguale qua e mi costa zero”.

Nel video di “Balene per me” compare all’improvviso il libro di “Moby Dick”. “Anche ‘Pinocchio’…”.

Ma esiste un collegamento della canzone con “Moby Dick” o è solo un gioco? “No, solo un gioco. Se vuoi essere proprio raffinatissimo ti posso dire che anche ‘Moby Dick’ è la ricerca di qualcosa che sfugge. Però nell’abbassamento del rock’n’roll questa cosa diventa anche la balena di ‘Pinocchio’ che ti mangia”.

Chi è invece il Lupo De Lupis che citi nei ringraziamenti? “Ti ringrazio per la domanda. Sai che a me piacciono le citazioni colte – e scoppia a ridere – Lupo De Lupis era un cartone di quando ero bambino. Cartone doppiato dal grandissimo Alberto Sordi per rimanere nel romanesco. Lui era un lupo buono ma quando i bambini lo vedevano scappavano terrorizzati. Lui era davvero buono e non gli avrebbe mai fatto del male ma la gente reagiva in questo modo. Io mi sento molto Lupo De Lupis”.

Perché? “Perché appaio più terribile di quello che sono. Non più stronzo eh, perché forse stronzo lo sono ancora di più. E’ vero che mangio la carne cruda a colazione ma di solito sono sazio”.

In effetti avevo paura di questa intervista. Però… non è andata male. “Spesso nelle interviste mi si propone un minuetto di falsità. Minuetto che tu devi decidere se giocare oppure se essere autentico e mostrarti come sei veramente. Tu vuoi intervistare me? Mi vuoi prendere come sono o devo fingere? La vita è troppo corta per essere falsi. Anche basta. Se va bene è così o arrivederci e grazie. A volte risulto antipatico, lo so, lo sono. Non lo faccio per mancare di rispetto a chi interloquisce con me, al contrario: mi trovi autentico per il rispetto che ti porto”.

Secondo me siamo andati bene dai… “Molto bene Gianluca, grazie, è stato davvero un piacere”.

Le date del tour:

01/11 Asti – Diavolo Rosso

11/11 Cremona – Osteria del Fico

22/11 Torino – Spazio 211

06/12 Colle Val D’Elsa (SI) – Bottega Roots

13/12 Bologna – Mikasa

14/12 Roma – ‘Na Cosetta

15/12 Avellino – Godot Art Bistrot

17/01 Milano – Circolo Ohibò

18/01 Buja (UD) – Circolo Henry Chinaski c/o biblioteca

24/01 Savona – Raindogs House

07/02 Cavriglia (AR) – Officina Klee

08/02 Grosseto – Spazio 72

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